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martedì 26 dicembre 2017

Schiavi del lavoro

Nel Medioevo si lavorava molto meno di oggi !

La storia è una menzogna 

Non è vero che nel Medioevo si lavorava più di adesso, anzi, si lavorava molto di meno e c'erano un sacco di festività da rispettare.


La vita per il contadino medievale non era certo una scampagnata. La sua vita era segnata dalla paura della carestia, della malattia e dai venti di guerra. La sua dieta e l’igiene personale lasciavano molto a desiderare. Ma nonostante la sua reputazione di miserabile, lo si potrebbe invidiare per una cosa: le sue vacanze. 

L’aratura e la raccolta erano faticosi compiti, ma il contadino poteva godere ovunque da otto settimane a sei mesi all’anno di riposo. 

La Chiesa, consapevole di come mantenere una popolazione lontano dalla ribellione, ordinava frequenti feste obbligatorie. 

Matrimoni, veglie e nascite significavano una settimana di riposo a tracannare birra per festeggiare, e quando i vagabondi giocolieri o gli eventi sportivi arrivavano in città, per il contadino era previsto del tempo libero per l’intrattenimento.

C’erano domeniche libere dal lavoro, e quando le stagioni di aratura e raccolta erano finite, il contadino aveva anche tempo di riposare. 

In effetti, l’economista Juliet Shor ha scoperto che durante i periodi di salari particolarmente alti, come l’Inghilterra del 14° secolo , i contadini potevano lavorare non più di 150 giorni l’anno.

A ben pensarci, i contadini medievali lavoravano in percentuale poco meno della metà di un comune impiegato oggi! 

I servi, nel Medioevo, lavoravano al massimo nove ore. 
E facevano delle pause, che persino secondo i loro padroni, erano dovute. I nostri antenati possono, in realtà, non erano ricchi, ma avevano abbondanza di tempo libero. 

E grazie al capitalismo e all'oscura Era Industriale, noi oggi siamo molto più schiavi di loro, da ‘The Overworked American: The Unexpected Decline of Leisure’ (Lo statunitense oberato di lavoro: l’inatteso declino del tempo libero) 

Uno dei miti più duraturi del capitalismo è che avrebbe ridotto la fatica umana. 


L'avvento delle macchine serviva, appunto, per toglierci la fatica di lavorare, ma grazia a capitalisti senza scrupoli quel sogno è stato infranto, le macchine sono arrivate si, ma noi oggi vicini ormai al 2020, continuiamo a lavorare 8/9, persino 10 ore la giorno!

Questo falso mito, tutt'ora ancora diffuso è solitamente difeso dai servi moderni che ancora paragonano la moderna settimana lavorativa di 40 ore con la sua omologa di 70/80 ore del 1900'. 

Il presupposto implicito – ma raramente espresso chiaramente – è che per secolo era prevalso lo standard di 80 ore. Il paragone evoca la triste vita del contadino medievale, al lavoro dall’alba al tramonto. 

Ci viene chiesto di immaginare l’artigiano specializzato in una soffitta fredda e umida che si alza prima del levar del sole e lavora alla luce di candela fino a tardi la notte. Queste immagini sono proiezioni nel passato di modelli di lavoro moderni però. 
E quindi sono falsi. 

Prima del capitalismo e dell'era industriale la maggior parte delle persone non lavorava per nulla molto a lungo. Il ritmo della vita era lento, persino tranquillo; il ritmo del lavoro rilassato. I nostri antenati possono non essere stati ricchi, ma avevano abbondanza di tempo libero. 

Quando il capitalismo ha aumentato i loro redditi, si è anche preso il loro tempo. 

In realtà ci sono buoni motivi per ritenere che le ore lavorative a metà del 1900' costituiscano lo sforzo lavorativo più prodigioso dell’intera storia del genere umano. Si consideri l’ordinaria giornata di lavoro nel periodo medievale:


Andava dall’alba al tramonto (sedici ore in estate e otto in inverno), ma, come ha osservato il vescovo Pilkington, il lavoro era intermittente; prevedeva una sosta per colazione, per pranzo e per il consueto sonnellino pomeridiano, (la famosa e ormai perduta pennichella!) e per cena. 
Un elemento importante di prova a proposito della giornata lavorativa è che era molto insolito che ai lavoratori servili fosse chiesto di lavorare una giornata intera per un signore. 
Una giornata di lavoro era considerata metà di un giorno e se un servo lavorava un giorno intero ciò era conteggiato come “due giorni di lavoro”

Il calendario medievale era pieno di festività:

Le feste ufficiali – cioè religiose – includevano non soltanto lunghe “vacanze” a Natale, Pasqua e a mezza estate, ma anche numerosi giorni dei santi e di riposo. Erano trascorsi sia in sobrie frequentazioni della chiesa sia in festeggiamenti, bevute e divertimenti. 

In aggiunta alle celebrazioni ufficiali , c’erano spesso settimane di astensione dal lavoro, per segnare eventi importanti della vita (nozze e funerali) così come eventi di minore importanza.

Tutto considerato, il tempo libero per le feste nell’Inghilterra medievale occupava probabilmente un terzo dell’anno. 

Dell’ancien régime francese è riferito che garantiva cinquantadue domeniche, novanta giorni di riposo e trentotto festività. 

In Spagna viaggiatori segnalarono che le feste coprivano in totale cinque mesi ogni anno! (5 mesi!)

Il tempo libero del contadino si estendeva oltre le feste sanzionate ufficialmente. Esistono prove considerevoli di quella che gli economisti la curva retrograda della domanda di lavoro, l’idea che quando i salari aumentano i lavoratori offrono meno lavoro. 

Durante un periodo di salari insolitamente alti (la fine del 1400') molti lavoratori si rifiutarono di lavorare “per un anno, un semestre o per qualsiasi altro periodo consueto, ma solo a giornata”. 

E lavoravano soltanto per i giorni necessari a guadagnare il loro reddito abituale, che in questo caso corrispondeva a circa 120 giorni di lavoro l’anno! 


Una stima del tredicesimo secolo rileva che intere famiglie contadine non dedicavano alla loro terra più di 150 giorni l’anno. 
Dati feudali dell’Inghilterra del quattordicesimo secolo indicano un anno lavorativo estremamente breve – 175 giorni – per i lavoratori servili. Evidenze successive relative a coltivatori-minatori, un gruppo che aveva il controllo del proprio orario lavorativo, indicano che lavoravano solo 180 giorni l’anno.


In conclusione, quando "festeggi" la conquista delle 8 ore lavorative giornaliere, ricorda che sei stato ingannato da oltre due secoli, perché solo con l'avvento dell'era industriale si arrivò a lavorare 12 ore al giorno, ma prima di allora, era tutta un'altra vita! 
Poveri si, ma di certo più liberi di adesso.

domenica 24 dicembre 2017

Vaccini: quello che (NON) dobbiamo sapere

E’ stato tutto insabbiato dai media, la TV ha ordini ben precisi: “Non ditelo in TV, la gente non deve sapere.”
Consigliamo a tutti di condividere, l’informazione libera e senza censure ce la creeremo noi sul web!
Questi dati scioccanti trovati nei vaccini per uso umano non sono come dire “nell’acqua hanno trovato tracce di alluminio”!! Qui la cosa è gravissima! I vaccini ci vengono iniettati nell’organismo e vanno nel sangue, negli organi e nelle cellule di tutto il corpo.*
VACCINI E GERMANIA: FIALE ANALIZZATE E UNA VERITÀ SCIOCCANTE
Sono stati donati migliaia di euro ad una società no-profit di Herrenberg, nelle vicinanze di Stoccarda, denominata AGBUG e.V. per ricercare gli elementi contenuti nei vaccini attuali.
In origine, si intendeva indagare i vaccini per il loro contenuto di mercurio, ma andando avanti, l’associazione ha poi chiesto di estendere le indagini a tutti gli elementi ricercabili.
A questo scopo sono state inviate 16 differenti fiale di vaccini al laboratorio clinico ed ambientale Micro Trace Minerals, con sede in Germania, fondato nel 1975, che opera nel campo dell’analisi dei minerali e dei metalli tossici.
AGBUG ha ora pubblicato i risultati del primo lotto sul suo sito web (vedasi figura 1)
I 16 vaccini analizzati sono:
  1. Afluria 2015/16 [vaccino antinfluenzale] ,
  2. Bexsero [vaccino antimeningococco sierogruppo B,  soggetto a monitoraggio addizionale] ,
  3. Cervarix [vaccino bivalente antipapillomavirus umano],
  4. Gardasil [vaccino quadrivalene antipapillomavirus umano],
  5. Gardasil 9 [vaccino 9-valente antipapillomavirus umano] ,
  6. Hexyon [nuovo vaccino esavalente,  soggetto a monitoraggio addizionale] ,
  7. Influvac 2016/2017 [vaccino antinfluenzale] ,
  8. Menjugate [vaccino antimeningococco sierogruppo C] ,
  9. Menveo [vaccino antimeningococco coniugato sierogruppo A, C, W135 e Y+
  10. Neis-Vac C [vaccino antimeningococco sierogruppo C],
  11. Prevenar 13 [vaccino antipneumococco 13-valente] ,
  12. Rotarix [vaccino antirotavirus],
  13. Rotateq [vaccino antirotavirus],
  14. Synflorix [vaccino antinfluenzale],
  15. Tetanol Pur [vaccino antitetanico],
  16. Tetanus Impfstoff Mérieux [vaccino antitetanico]
AGBUG e. V. ha pubblicato da qualche giorno i risultati sul suo sito web.
8 febbraio, 2017: Tutti i risultati dei 16 vaccini investigati sono riassunti in una sola pagina
Una prima valutazione (8 febbraio 2017) evidenzia quanto segue:
  1. Tutti i 16 vaccini verificati contengono piccole tracce di mercurio.
  2. Otto dei 16 vaccini contengono piccole tracce di nichel.
  3. Sei dei 16 vaccini contengono piccole tracce di arsenico.
  4. 15 di 16 vaccini contengono piccole tracce di uranio.
  5. Tutti i 16 vaccini contengono piccole tracce di alluminio, anche se non dichiarato.
  6. GardasilGardasil 9 e Synflorix, contengono il doppio di alluminiocome indicato.
  7. Il contenuto di alluminio nei cosiddetti vaccini inattivati è da 1000 a 6000 volte superiori al limite per l’acqua potabile
Tutti questi vaccini analizzati in Germania dimostrano ancora una volta che siamo in presenza di farmaci inquinati sui quali i controlli di sicurezza sono quanto meno insufficienti.
Le domande sono ora molteplici e la voglia di chiarezza è sempre più grande.
Quali danni causano queste sostanze in persone allergiche? In che modo gli effetti patogeni delle sostanze contenute nei vaccini agiscono ( sappiamo benissimo che agiscono in maniera sinergica tra loro) ?
Perché queste sostanze patogene sono  incluse in tutti i vaccini ?
Non dimentichiamo che diversi medici e scienziati hanno sottolineato la tossicità dell’alluminio sul nostro sistema immunitario eppure, lo iniettiamo nei nostri figli , sottoponendoli a vaccinazione dove il medesimo è presente in tracce. Ovviamente la controparte continua a sostenere l’assoluta non tossicità di tali elemente grazie alla loro presenza in micro parti.
Questo vale anche per gli individui immunocompromessi?

mercoledì 20 dicembre 2017

Vitamine inettate ai neonati: p e r K è ?

La medicina continua ovviamente a usare il termine vitamina, senza distinguere tra vitamina naturale nefro-compatibile e vitamina sintetica nefro-tossica, e già questa è imperdonabile e flagrante ipocrisia. La vitamina K è di norma sintetizzata dallo stesso organismo, che la ricava dalle verdure a foglia verde assunte coi cibi crudi, nella sua forma denominata K1 o fillochinone o fitometadione, o fitonadione, oppure a partire dai batteri intestinali nella forma K2 o menachinone. Esiste infine una terza forma detta K3 o menadione idrosolubile, contenuta in diverse soluzioni farmacologiche. Due gli utilizzi principali da parte dell’organismo della vitamina K. Il primo è legato alla salute delle ossa, con la K2 che svolge un’azione stimolante nel confronti dell’osteocalcina. Nel secondo caso vengono attivati dalla K1 alcuni fattori della coagulazione (VII, IX e X), oltre alle proteine plasmatiche C, M, S, Z e alla protrombina (fattore II), per cui la K1 diminuisce il tempo di coagulazione, impedendo il rischio di emorragia infantile.

CONTROVERSA PROFILASSI POST-PARTO PER CARENZE DI VITAMINA K

L’utilizzo della vitamina K sintetica come profilassi post parto è ampiamente diffuso, seppure oggetto di critiche e diversità all’interno dello stesso ambito medico. Scopo principale del suo utilizzo è l’evitare che il neonato possa incorrere nella MEN (Malattia Emorragica del Neonato), patologia connessa a una carenza di questo complesso vitaminico. La MEN può manifestarsi in forma precoce, classica o tardiva, a seconda del tempo trascorso dalla nascita al presentarsi della sintomatologia specifica. A causarla è un mancato o ridotto apporto di vitamina K durante la gravidanza, che può essere provocato ad esempio da terapie farmacologiche seguite dalla gestante o da uno scarso assorbimento per via placentare, o da un insufficiente uso di verdure crude, tipica oscenità dietetica della pediatria convenzionale.

L’APPROCCIO ITALIANO SUPERA ADDIRITTURA L’AVVENTURISMO TERAPEUTICO DEGLI AMERICANI

Esistono differenti approcci per quanto riguarda la profilassi post-parto di vitamina K. In Italia viene somministrata una prima dose da 1 mg di Konakion, per via intramuscolare, nei momenti successivi alla nascita. Per le successive 6-8 settimane vengono fatte seguire somministrazioni da 2 mg, da ripetere una volta a settimana. In Italia è inoltre prassi somministrare un’ulteriore dose di Konakion, successivamente alla profilassi di base, qualora il neonato manifesti diarrea per una settimana consecutiva (per escludere possibili manifestazioni di MEN di tipo tardivo). Negli USA invece non viene fatta seguire, alla prima dose da 1 mg post parto, alcuna altra somministrazione. In pratica siamo più curomani ed imprudenti degli stessi americani.

IDROSSIDO DI ALLUMINIO USATO COME ANTI-ACIDO E COME LASSATIVO

Nel settore medico, l’idrossido di alluminio Al(OH)3 è conosciuto per la capacità di neutralizzare l’eccessiva acidità gastrica e ridurre l’assorbimento di fosforo in pazienti affetti da insufficienza renale. L’idrossido di alluminio riduce anche il riassorbimento degli acidi biliari, ma in tal senso è stato soppiantato dalla più efficace e sicura colestiramina. L’idrossido di alluminio è anche una delle poche sostanze finora licenziata come adiuvante per le preparazioni vaccinali. Si possono ottenere piccole dosi di prodotto facendo reagire cloruro di alluminio con idrossido di sodio NaOH, in rapporto 1:3: ALCL3+3NAOH–>AL(OH)3+3NACL. A contatto con l’HCL prodotto dalle cellule parietali della mucosa gastrica, l’idrossido di alluminio reagisce riducendo l’acidità del contenuto acido dello stomaco, come dimostrato dalla seguente reazione: AL(OH)3+3HCL–>ALCL3+3H2O, apportando qualche miglioramento in caso di ulcera, di gastrite e di reflusso, ma sempre con alti effetti collaterali.

CLAMOROSE RETICENZE E FURBIZIE NEI BUGIARDINI

Da rilevare che nel bugiardino della Roche spa di Segrate-Milano, produttrice dell’antiemorragico Konakion (fitometadione), non si parla mai di alluminio ma solo di acido glicolico, di sodio idrossido, di HCl, di lecitina e di acqua per preparazioni iniettabili. Il che significa imbrogliare le carte. Se digiti però la parola idrossido di sodio sul tasto ricerche in generale, ti danno tutti come risposta idrossido di alluminio. Una furbizia evidente, visto che l’idrossido di sodio si deve ottenere per forza partendo dal cloruro di alluminio come indicato nella formula di cui sopra.

ALLUMINIO SCOMODO ED IMBARAZZANTE MA PURTROPPO INSOSTITUIBILE

Ovvio che esiste una specie di congiura a non parlare di alluminio, a nasconderne la presenza, o a sottovalutarne l’importanza negativa. Lo si vorrebbe accantonare come minerale scomodo ed imbarazzante, ma evidentemente non si può. Trattasi di un minerale insostituibile nella chemofarmaceutica e nei vaccini. Sarebbe come pretendere l’esclusione dell’alluminio nella produzione di serramenti e di finestre, o l’esclusione di esso nella produzione di propellenti per i razzi, o l’esclusione nell’industria aeronautica. Tant’è vero che il medicinale Konakion comporta seri effetti indesiderati. Si parla di effetti astringenti e di occlusioni intestinali, si parla di carenza di forforo, si parla di aumento plasmatico di alluminio nei casi di insufficienza renale, si parla di encefalopatie e di peggioramento di osteomalacia da dialisi.

NON ESISTONO SCUSE PER INIETTARE ALLUMINIO NEGLI ADULTI E TANTOMENO NEI NEONATI

In conclusione, condivido in pieno l’opinione del prof Altieri e, se si può comprendere in certa misura l’impiego dove serve assolutamente un minerale leggero, diventa incomprensibile ed intollerabile l’uso nelle lattine e nelle varie confezioni alimentari, e nei recipienti da cucina. Criminale poi è la parola giusta per chi si permette di iniettare sostanze contenenti sali di alluminio nell’organismo umano ed in quello dei neonati in particolare.

Valdo Vaccaro


FONTE: valdovaccaro.com (LINK)

giovedì 23 novembre 2017

Dobbiamo per forza trascorrere un venerdi NERO?





Il grande giorno si avvicina: il Black Friday. Venghino signori venghino che qui si vende tutto, si compra tutto, si spende tutto!
Il venerdì nero, lo chiamano. Ma non pensate che si tratti dell’ennesimo sciopero dei mezzi pubblici metropolitani. Magari fosse quello. Si tratta invece del giorno dello shopping sfrenato. Un’usanza che – chi l’avrebbe mai detto?! – arriva direttamente dagli Stati Uniti: il regno per eccellenza del consumismo bulimico.

Cosa prevede il Black Friday è presto detto: incredibili sconti, offerte speciali, gara all’acquisto e, ovviamente, montagne di soldi spesi per lo più in grandi negozi e siti di e-commerce, aperti 24 ore su 24, riforniti di qualsiasi merce… una festa, insomma, per le multinazionali e i mega centri commerciali, reali e virtuali. Un po’ meno per i piccoli produttori. Un castigo per tanti lavoratori. Un raggiro per i consumatori. Una condanna per il pianeta.

Non potevano scegliere nome migliore, in effetti: BlackFriday. Nero.

Nero come il petrolio che verrà sprecato tra plastiche e packaging. Ogni anno finiscono in mare 12 milioni di tonnellate di plastica per lo più usa e getta e imballaggi. L’anno scorso in questo giorno sono stati fatti in media 12 acquisti al secondo solo su Amazon. Provate solo a immaginare quante confezioni sono state utilizzate e quanta spazzatura è finita in mare. e quanta ne finirà ancora…

Nero come il fumo che sovrasterà le nostre città intasate da fattorini e corrieri. Secondo il rapporto ‘An integrated perspective on the future of mobility’, redatto da McKinsey e Bloomberg New Energy Finance, a Londra i corrieri rappresentano il 10% del traffico veicolare ma sono responsabili del 30% delle emissioni di CO2 e di ossido di azoto, mentre a Pechino i furgoni commerciali sono il 15% del traffico e generano addirittura il 70% dello smog. L’anno scorso in Italia è stato superato il milione di ordini. Pensate a quanti corrieri sono serviti per smistarli… Intanto in Europa si contano i morti per smog e inquinamento: 467mila l’anno, per la precisione.


Nero come le condizioni del lavoro che vi si nasconde dietro. A che ritmi lavorano i dipendenti di Amazon ormai è cosa nota. Ma di lati oscuri inerenti le produzioni di grandi marchi ce ne sono molti. Per esempio quelli svelati da Abiti Puliti e Change your Shoes in un’inchiesta che svela come grandi marchi di moda – tra cui Tod’s, GEOX e Prada – siano molto lontani dal rispettare i diritti umani e sindacali degli operai che confezionano le loro merci. Nella moda come altrove: relazioni inique, sfruttamento e violazione dei diritti sono causa di una crescente sproporzione tra prezzi e valore reale dei beni. E chi ci guadagna è sempre il marchio che si appropria di oltre il 60% del prezzo finale, lasciando le briciole agli altri attori della catena di fornitura.



Nero come la morte di tante piccole imprese. L’impossibilità di competere con scontistiche e marketing sfrenato, orario continuato e magazzino smisurato, ha costretto tantissime piccole e medie imprese a chiudere. Basti pensare che in Italia nello stesso tempo in cui l’e-commerce ha macinato un più 10% di fatturato circa 300 piccole librerie hanno chiuso bottega.


Nero come l’umore di chi dopo l’ennesimo acquisto compulsivo si ritrova ancora più triste. Lo shopping compulsivo e la dipendenza all’acquisto sono ormai patologie tristemente diffusa e riconosciute. Ma anche se non si toccano questi livelli il comprare, che spesso ci viene dipinto come momento di relax e divertimento, nasconde tutt’altro. Il piacere è effimero e la gioia dell’acquisto viene subito superata da una nuova insoddisfazione, dalla smania di comprare di nuovo. È il mercato bellezza! Verrebbe da dire. È la pubblicità, il marketing e i decenni di strategie commerciali affinate e sperimentate che parlano. Che ci sussurrano di spendere ancora. Oggi soprattutto!

Nero come il buco nero in cui finiranno tutte queste compere. Nero come il nulla in cui stiamo andando a sbattere. Nero come l’oblio di ciò che davvero conta. Nero, nero, nero!


E allora perché non rispondere col verde? Il verde di una passeggiata all’aperto in un parco. Il verde di un disegno a matita. Il verde di una cicoria ripassata! Il verde di un venerdì passato in compagnia di chi si ama. Il verde della natura. Il verde dei soldi risparmiati e del tempo guadagnato! Il verde speranza, che oggi ci siano più persone pronte a sorridere di quel che già hanno, piuttosto che comprare ciò che non gli serve.


Un giorno in cui essere liberi dai bisogni indotti, dal consumo fine a sé stesso, dagli sprechi e da questa sudditanza all’avere, tutto e sempre. Un grandissimo Pepe Mujica insegna che quando compriamo


quello che stiamo sprecando è tempo di vita perché quando io compro qualcosa non lo faccio con il denaro ma con il tempo di vita che ho dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro.


Venerdì riprendiamoci il nostro tempo e dipingiamolo di verde. Che di nero ce n’è già abbastanza.



martedì 21 novembre 2017

E' la circolazione del denaro che fa la ricchezza

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Usare il denaro, non possederlo. È la circolazione del denaro che fa la ricchezza, non il denaro in sé.
È una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono deserte.

I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono spartanamente.

Un giorno arriva un turista tedesco e si ferma in un piccolo alberghetto.Dice al proprietario che vorrebbe vedere le camere e che forse si ferma per il pernottamento e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100 euro come cauzione.Il proprietario gli consegna alcune chiavi per la visione delle camere.
1. Quando il turista sale le scale, l’albergatore prende la banconota, corre dal suo vicino, il macellaio, e salda i suoi debiti.

2. Il macellaio prende i 100 euro e corre dal contadino per pagare il suo debito.
3. Il contadino prende i 100 euro e corre a pagare la fattura presso la Cooperativa agricola.
4. Qui il responsabile prende i 100 euro e corre alla bettola e paga la fattura delle sue consumazioni.
5. L’oste consegna la banconota ad una prostituta seduta al bancone del bar e salda così il suo debito per le prestazioni ricevute acredito.
6. La prostituta corre con i 100 euro all’albergo e salda il conto per l’affitto della camera per lavorare.

7. L’albergatore rimette i 100 euro sul bancone della ricezione.
In quel momento il turista scende le scale, riprende i suoi soldi e se ne va dicendo che non gli piacciono le camere e lascia la città.



 Nessuno ha prodotto qualcosa
 Nessuno ha guadagnato qualcosa


Tutti hanno liquidato i propri debiti e guardano al futuro con maggiore ottimismo.

lunedì 20 novembre 2017

Le nuove droghe virtuali

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immagine da: metalcoop.it
Secondo un rapporto Unodoc 2017 (World Drug Report) nel mondo circa 247 milioni di persone nel 2016 hanno fatto uso di droga, di cui solamente gli oppiacei interessano ben 16 milioni. Per non parlare del gravissimo problema dell’alcol. 
Un quadro inquietante che evidenzia una triste realtà, ma nonostante questo i social fanno impallidire anche i più spietati narcotrafficanti colombiani.
Le nuove droghe virtuali infatti interessano oltre 2 miliardi di persone nel mondo, di tutte le età, bambini inclusi purtroppo.
Tutti si preoccupano delle droghe fisiche e pochi si interessano alle droghe cibernetiche, ma l’impatto sulla salute è altrettanto devastante.

Sean Parker, il creatore di Napster e primo presidente di Facebook ha recentemente utilizzato parole durissime verso tutti i social network. 
Il miliardario Parker, classe 1979, dopo aver partecipato alla rivoluzione digitale è il nuovo pentito.
Le piattaforme social sono state costruite con criteri ben definiti, che puntano a sfruttare le debolezze della mente umana, trasformandole in tempo speso e perso alla ricerca di conferme personali sulle pagine o applicazioni dedicate a questi servizi.
«Quando è stato lanciato Facebook le persone venivano da me e mi dicevano che non erano tipi da social media. Io rispondevo: ‘lo diventerete’. Loro replicavano: ‘assolutamente no’. E avvisavo: ‘Alla fine vi prenderemo’».

E’ andata proprio così. Un network fatto da miliardi di persone che sono state letteralmente accalappiate. 
L’esempio perfetto è il perverso meccanismo dei like, si tratta di una vera e propria droga, una sorta di loop mentale continuo alla ricerca di conferme su ciò che siamo o mostriamo di essere. 
Una dose continua e giornaliera di dopamina, in grado di creare dipendenza.

«E’ un loop di validazione sociale - spiega Parker - esattamente ciò che farebbe un hacker come me, ma in questo caso si sta sfruttando una vulnerabilità della psicologia umana. Gli inventori, i creatori (io, Mark Zuckerberg, Kevin Systrom su Istagram) lo comprendevano bene, ne eravamo coscienti. E lo abbiamo fatto lo stesso».
Quindi i creatori lo sapevano benissimo e se ne sono fregati degli aspetti morali.

A spiegarne i meccanismi mentali è il dottor Adam Alter, professore alla New York University, già consulente di mostri quali Google e Microsoft, nel suo ultimo libro: «Irresistibile. Come dire no alla schiavitù della tecnologia». Secondo il professore i potenti delle corporation dell’intrattenimento «riconoscono che gli strumenti da loro promossi - pensati per essere irresistibili - finiranno per intrappolare indiscriminatamente i loro utenti».
Secondo Greg Hochmuth, ingegnere che ha contribuito alla creazione di Instagram «c’è sempre un altro hashtag su cui cliccare e ad un certo punto il sistema assume vita propria, come se fosse un organismo, e diventa un’ossessione per le persona».
Stessa cosa per Facebook che offre sempre qualche post da vedere.

Lo scopo è quello di indebolire l’autocontrollo individuale e tenere incollate le persone davanti allo schermo tv, al computer, allo smartphone, al tablet, ecc. 
Queste nuove dipendenze non implicano l’introduzione diretta di sostanze chimiche nell’organismo, ma producono gli stessi effetti anche biochimici di dipendenza e di assuefazione.
Lo conferma sempre il dottor Alter: «le dipendenze associate a sostanze e a comportamenti sono piuttosto simili. Attivano le stesse regioni del cervello e vengono alimentate da alcuni dei medesimi bisogni umani fondamentali».

Ecco il vero motivo dei supporti tecnologici, dei social network, ecc.: distraggono, fanno perdere tempo alla vita, isolano le persone e danneggiano la salute umana.
Il paradosso è che la maggior parte delle persone pensa erroneamente che i social e i network siano uno strumento conoscitivo e informativo. Purtroppo non è così.
Accedere a un’infinità di notizie non solo non significa nulla, ma anzi, tale aumento di informazioni fa crescere il degrado psicologico rafforzando l’incapacità di risposta e l’inerzia mentale.

Il controllo mentale da parte del Sistema si basa anche sull’eccesso d’informazione!
Bombardare di stimoli il cervello provoca una catena di avvenimenti che finiscono con la mancanza di risposta, cioè con l’apatia.
Non a caso siamo sottoposti ogni giorno a centinaia di migliaia di stimoli (linguistici, visivi, uditi) che devono essere elaborati dal cervello.
Il punto non è se il nostro cervello ha la capacità o meno di elaborare tali volumi di byte, ma come esso valuta, giudica e analizza le implicazioni che le informazioni possono comportare. Il marasma di informazioni non lascia il tempo materiale per una valutazione, e questo è funzionale!
Prima che la mente sia in grado di giudicare l’informazione ricevuta si viene bombardati da una nuova ondata di stimoli che distraggono e inondano la mente con altri dati. E via così all’infinito.
Questo impedisce una corretta valutazione delle notizie indipendentemente da quanto importanti siano le implicazioni che queste comportano.
Tutto quello che viene percepito con i sensi viene rapidamente digerito e dimenticato, trascinato via da un torrente incessante di altre informazioni. Tale bombardamento continuo impedisce di giudicare adeguatamente il valore dei fatti, rendendo le persone schiavi non in grado di agire e/o reagire alle circostanze. In una parola: apatia.
Questo spiega perché la gente oramai non reagisce più alla degenerazione di tutti gli aspetti della vita: economico, politico, religioso, sanitario, ecc.
La nuova droga cibernetica sta lavorando in maniera ottimale…

giovedì 26 ottobre 2017

L'illusione dell'immunità dei vaccini



Io faccio ricerca medica da un po’ più di 45 anni e i primi 25 li ho dedicati alla ricerca applicata, vale a dire a quella che, in fin dei conti, portava quattrini a chi poi avrebbe sfruttato industrialmente i risultati.
Da almeno una ventina d’anni, per una serie di circostanze, mi sono dedicato insieme con mia moglie, la dott.ssa Antonietta Gatti, scienziata di valore mondiale riconosciuto e, dunque, molto migliore di me, ad una ricerca che non solo non porta quattrini ma pesta piedi a non finire a chi per i (e non di) quattrini vive. E pestare quei piedi espone a reazioni tutt’altro che piacevoli.
Negli ultimi quindici anni, con una tecnica nostra frutto di un paio di progetti di ricerca europei ideati e diretti da mia moglie, noi due abbiamo dedicato una parte non trascurabile della nostra ricerca all’analisi dei vaccini, cioè di quanto di più santificato esista nel mondo della medicina.
Con mia sorpresa iniziale, tutti i campioni analizzati, e sono oggi davvero tanti, si sono rivelati più o meno pesantemente inquinati da micro- e nanoparticelle inorganiche, di fatto pezzi solidi di materia incompatibili con l’organismo e indiscutibilmente patogeni. In aggiunta, ci siamo resi conto che i vaccini contengono una serie di sostanze che l’organismo non accetta certo volentieri e i loro effetti deleteri si sommano potenziandosi a vicenda fino a provocare malattie di una gravità assoluta fino, in qualche caso, alla morte.
Non è stato facile rendere pubblici i nostri risultati e persino le denuncie che sporgiamo dal 2011 non hanno sortito il minimo effetto: silenzio di tomba. Il libro divulgativo Vaccini: Sì o No? che abbiamo pubblicato con Macro Edizioni ha indubbiamente indotto in chi l’ha letto la consapevolezza che i vaccini sono tutt’altro che farmaci tranquilli. L’articolo scientifico New Quality-Control Investigations on Vaccines: Micro- and Nanocontamination che abbiamo pubblicato sull’International Journal of Vaccines and Vaccination a fine gennaio 2017, poi, ha fatto scalpore e scandalo, tanto che le industrie farmaceutiche da mesi stanno facendo di tutto per cancellarlo dalla visibilità pubblica.
Ora Macro fa uscire un libro intitolato I Vaccini Sono un’Illusione, libro che ha per autrice Tetyana Obukhanych, immunologa americana di origine ucraina che ha studiato alla Rockefeller University e alla Harvard Medical School. Anche lei, come qualunque medico e qualunque altro professionista della salute, ha subito quello che, né più né meno, è il lavaggio del cervello di routine: tutto quanto esce dall’industria farmaceutica è buono fino alla santità, una santità che raggiunge le vette più alte con i vaccini. Nessun dubbio per Tetyana soltanto che, dovutamente vaccinata contro morbillo e pertosse, di morbillo e di pertosse si era ammalata. Al cospetto di quella innegabile evidenza, aprendo il cervello, è impossibile non farsi qualche domanda e, se si è specialisti del settore, è impossibile, sempre aprendo il cervello e pure la porta della dignità di scienziato, non cercare di vederci chiaro. Tetyana l’ha fatto e, senza che ci si possa stupire, si è vista parare davanti una serie di ostacoli, a partire dal “pensa alla pagnotta” tanto ovvio per chi baratta la dignità della professione medica con quello che Guicciardini chiamava il “suo particulare”. Insomma “fatti gli affari tuoi e, dantescamente, “più non dimandare.”
Io so per esperienza quanto difficile sia, fino ad essere impossibile, pubblicare qualcosa che dispiaccia alle case farmaceutiche, i grandi, oggi quasi i soli, dispensatori di denaro per gli editori di riviste del settore. Così Tetyana ha scritto un libro pubblicandoselo da sola negli Stati Uniti, e Macro quel libro lo ha tradotto in italiano e pubblicato.
Da addetto ai lavori confesso che la stragrande maggioranza di ciò che sta, con chiarezza cristallina, in quelle pagine mi era noto, ma sono certo che quasi nessuno tra il grande pubblico quelle cose le sa. E, a peggiorare le cose, temo che la maggioranza dei medici non ne abbia idea o, almeno, abbia cancellato nozioni ed eventuali dubbi dalla sua mente. “Pensa alla pagnotta.”
Pagina dopo pagina, Tetyana è implacabile: nessuna polemica e nessuna opinione perché in campo scientifico le opinioni non valgono. Semplicemente fatti su cui nessuno, neanche arrampicandosi sul più scivoloso degli specchi, può discutere, e quei fatti fanno prima traballare e poi crollare, colpo su colpo, le basi stesse della sua disciplina, cioè l’immunologia come è corrente pur essendo al di fuori di ogni scientificità, e l’illusione dei vaccini. Sì: i vaccini sono l’illusione di maggior successo della medicina ma anche quella che forse ha fatto più guai, perché andare alla guerra con le pistole ad acqua e protetti da una corazza di cartone non può funzionare. E non funziona, tanto che oggi, per salvaguardare un business con un valore aggiunto di cui probabilmente nessun altro prodotto gode, si è costretti a ricorrere ad una violenza di regime che non ha uguali nella storia, infischiandosi della scienza, della medicina, della legalità e della morale.
Un libro quello della dott.ssa Obukhanych che, con una lucidità disarmante, in meno di un centinaio di pagine fa a pezzi ponderosi volumi di assiomi non sostenuti altro che dall’essere ripetuti all’infinito fino ad entrare come ospiti immuni da qualunque critica e al riparo da qualunque domanda nei cervelli di tutti. Se mi è permesso dare un consiglio, al di là di quello che do a tutti, ma davvero a tutti, di leggere con estrema attenzione questo libro che io ho divorato, magari ritornando più volte sulla stessa frase, è quello che do a tutti i medici: imparatelo a memoria, considerate il valore della pagnotta confrontandolo con quello della vostra coscienza, e agite non a chiacchiere ma a fatti secondo quel detto che vi è tanto caro: in scienza e coscienza. Quanto ai politici che, nella loro ignoranza e nella loro ingordigia, sanno ricorrere solo alla più mortificante violenza, per loro nessun consiglio. Solo la speranza che la consapevolezza della gente di tutto il mondo li sostituisca con una classe all’altezza da qualunque punto di vista la si giudichi.
Quando Tetyana Obukhanych non sarà più l’eccezione ma la regola, potremo contare su un orizzonte meno cupo di quello che ci si prospetta ora." 


facebook.com/stefanomontanari.net

Tetyana Obukhanychi-vaccini-sono-un-illusione-libro

giovedì 19 ottobre 2017

La forza della propaganda

immagine da wnpr.org

Edward Bernays fu considerato dal giornale Life come uno dei cento americani più influenti del ventesimo secolo. Questo articolo analizza alcune delle sue teorie e tecniche relative alle Pubbliche Relazioni. Partendo dallo studio degli individui, dei gruppi sociali e delle loro interrelazioni, vengono analizzate le tecniche per la diffusione delle informazioni e la persuasione attraverso i mezzi di comunicazione di massa.  
Sessantaquattromila ripetizioni fanno la verità Aldous Huxley La manipolazione è sempre esistita: nel quotidiano, nella politica, nello spettacolo. Già Platone, che viveva in una Atene attraente richiamo per esperti del discorso e della parola come i sofisti, spiegava come vi fossero due tipi di discorsi: quelli che hanno come obiettivo la conoscenza e la comunicazione autentica e quelli che invece, usati ad arte, mirano ad ottenere un beneficio esteriore. I primi rispettano l’interlocutore, la sua autonomia e libertà, i secondi cercano invece di convincerlo con trucchi e menzogne ben congegnati.
Molti secoli più tardi, nel 1599, il Papa Clemente VIII fondò la Sacra Congregatio de Propaganda Fide, allo scopo di riavvicinare uomini e donne alla Chiesa e propagare la dottrina in missioni in terre lontane. Interrotta per alcuni anni, l’iniziativa fu poi rilanciata in forma stabile da Gregorio XV, successore di Clemente VIII.
Nell’etimologia della parola latina “propaganda” si scopre il suo significato originario: questa parola designa ciò che della fede deve essere propagato, cioè le credenze, i misteri, le leggende dei santi, i racconti dei miracoli. Non si trattava di trasmettere quindi una conoscenza obiettiva e accessibile a tutti tramite il ragionamento, ma di convertire a verità nascoste che promanano dalla fede, non dalla ragione. 
Vi è infatti una differenza sostanziale fra “persuasione” e “propaganda”: la persuasione considera e valuta i benefici anche per l’interlocutore, mentre la propaganda prende in considerazione solo le finalità della fonte del messaggio
Oggi la comunicazione non passa più solo attraverso il linguaggio, verbale e non verbale, ma attraverso dei media che utilizzano l’immagine suscitando emozioni: essi riescono a fare ciò che i sofisti facevano attraverso la sola manipolazione del linguaggio, ma raggiungendo un numero impressionante di persone nello stesso momento, agendo sulla loro quotidianità, creando nuove abitudini, formando la pubblica opinione. Come affermava il sociologo Vance Packard nel suo saggio I persuasori occulti, del 1957, vi sono personaggi che “studiano segretamente le nostre segrete debolezze e vergogne nell’intento di influenzare più efficacemente il nostro comportamento”. Il sociologo faceva riferimento al consulente di pubbliche relazioni, esperto di propaganda, delineato da Edward Bernays (considerato dal settimanale Life come uno dei cento americani più influenti del ventesimo secolo) per il quale però l’uso della propaganda non aveva assolutamente nulla di reprensibile ed era anzi al servizio delle “relazioni pubbliche”. Oggi il lavoro di Bernays è stato ancor più perfezionato dagli spin doctor, che sono degli esperti nella manipolazione delle informazioni, soprattutto in campo politico.

Dice Freud che all’interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica: la sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce considerevolmente, ed entrambi i processi tendono manifestamente a uguagliarlo agli altri individui della massa. Gli individui che fanno parte di una massa perdono dunque autonomia ed equilibrio, ma acquisiscono la sensazione di essere forti, in quanto parte di un tutto organizzato, che rassicura e protegge. La massa è mutevole, impulsiva, irritabile ed, essendo governata interamente dall’inconscio, non tollera alcun indugio fra il desiderio e la realizzazione di quel desiderio: il suo anelito però non dura mai a lungo, perché la massa è incapace di volontà duratura. Del resto, niente di tutto quello che fa la massa è premeditato. Occorre contestualizzare questi argomenti: si era infatti negli anni Venti, periodo di grave crisi economica, in cui stavano nascendo le lotte operaie organizzate, le grandi ideologie, le dittature. In Austria si assisteva alla disgregazione dell’Impero asburgico, avvenuta alla fine del 1918; in Italia , dopo la nascita nel 1919 del Partito Popolare Italiano, nascevano il Partito Nazionale Fascista e il Partito Comunista Italiano nel 1921, mentre in Germania Adolf Hitler diventa leader del Partito nazionalsocialista tedesco, l’Nsdap. Ciò che principalmente si temeva era dunque il caos sociale. 
Bernays sosteneva la necessità di una manipolazione “scientifica” dell’opinione pubblica, per controllare il caos sociale e i conflitti della società. Questo per Bernays era assolutamente un bene in quanto solo in questo modo larga parte della popolazione avrebbe potuto “collaborare e cooperare” in modo da rendere possibile il funzionamento ordinato della società. Ispirandosi a Freud, Bernays descriveva il pubblico come “un gregge che ha bisogno di essere guidato” e fu sempre fedele al principio che bisognava controllare le masse senza che queste lo sapessero. Infatti sosteneva: “in quasi tutte le azioni della nostra vita, sia in ambito politico, o negli affari o nella nostra condotta sociale, o nel nostro pensiero morale, siamo dominati da un relativamente piccolo numero di persone che comprendono i processi mentali e i modelli di comportamento delle masse. Sono loro che tirano i fili che controllano la mente delle persone”. Il vero potere dunque non è nei parlamenti o nel popolo, a cui si assegna formalmente la sovranità, ma in un ristretto gruppo di persone che dominano effettivamente, realmente, la società. Come scriveva Lippman (Public Opinion, 1922) “l’ambiente reale, preso nel suo insieme, è troppo grande, troppo complesso e troppo fuggevole per consentire una conoscenza diretta. Non siamo attrezzati per affrontare tante sottigliezze, tante varietà, tante mutazioni e combinazioni” ed inoltre “in qualsiasi società che non sia talmente assorbita nei suoi interessi, né tanto piccola che tutti siano in grado di sapere tutto ciò che vi accade, le idee si riferiscono a fatti che sono fuori del campo visuale dell’individuo e che per di più sono difficili da comprendere”. Dovendo operare in questo ambiente, gli individui sono dunque costretti a rappresentarselo per mezzo di immagini più semplici, i modelli di realtà. 
Bernays riprende tutti questi concetti nel libro Propaganda, aggiungendo che, in uno Stato democratico come l’America, è pura teoria che ogni cittadino possa votare chi desidera. Infatti, se tutti i cittadini (anche i meno acculturati, che erano la maggioranza) avessero dovuto studiare tutte le informazioni di ordine economico, politico, morale, che entrano in gioco quando si affrontava ogni minimo argomento, non si sarebbe mai arrivati a nessuna conclusione. C’era poi la paura della massa organizzata. Con la Rivoluzione Industriale ottocentesca, basata sulla macchina a vapore, la stampa e l’alfabetizzazione di massa (il “tridente” della rivoluzione industriale) dice Bernays, si era di fatto strappato il potere ai sovrani e all’aristocrazia per darlo alla borghesia, che lo aveva ricevuto in retaggio. Questo processo era stato rafforzato dal suffragio universale, al punto che la borghesia cominciava – dice ancora Bernays – a temere il popolo minuto, le masse che si ripromettevano di giungere al potere. Occorreva dunque profilare per tempo una reazione, plasmando l’opinione delle masse, in modo da convincerle ad orientare la forza acquisita nella direzione voluta. Questo avrebbe potuto accadere tramite la propaganda, un mezzo attraverso il quale la minoranza poteva influenzare la maggioranza, in funzione dei suoi interessi. In questo modo, osserva Bernays, la forza da poco acquisita dalle masse, poteva essere “spinta nella direzione voluta”. In una democrazia organizzata dunque, i responsabili della manipolazione delle masse costituiscono “un vero e proprio governo invisibile che regge le sorti del Paese” e che utilizza la propaganda (cui Bernays non assegnava evidentemente il connotato negativo che oggi noi gli attribuiamo) e le pubbliche relazioni, per “dare forma al caos”. Queste persone hanno lo scopo di “inventare nuovi modi per organizzare il mondo e guidarlo”: loro dovere è passare al vaglio tutte le informazioni in loro possesso, per individuare il problema principale e ricondurre le scelte a proporzioni realistiche. Questa struttura secondo Bernays doveva rimanere invisibile, legandosi però attraverso vari legami sociali, a innumerevoli gruppi e associazioni. In questo modo si potevano ottenere gli scopi desiderati, pur mantenendo democratica la forma dello stato. L’organo esecutivo di questo governo invisibile era la propaganda: dirigenti, ugualmente invisibili, avevano il compito di controllare il destino di milioni di esseri umani. Certo, nota lo stesso Bernays, si possono criticare certi fenomeni che derivano dall’uso di queste strategie, in particolare la manipolazione delle informazioni, l’esaltazione dell’individualismo e tutto il battage pubblicitario sui personaggi pubblici o i prodotti commerciali, ma in lui prevale il realismo: “Anche se talvolta si fa un cattivo uso degli strumenti che consentono di organizzare e polarizzare l’opinione pubblica, queste attività sono però necessarie per una vita bene ordinata”. 4. I mezzi di comunicazione di massa La propaganda di Bernays utilizza in modo sinergico i media, i leader e gli opinion maker, per creare il consenso verso le autorità del Governo. Quando fu adottata la Costituzione americana, spiega Bernays, l’unità di base della costituzione sociale era la comunità del villaggio, che produceva la maggior parte dei beni che le servivano e attingeva le sue idee e opinioni collettive tramite i contatti e gli scambi personali. Ora però era divenuto finalmente possibile trasmettere le idee in tempo reale, indipendentemente dalle distanze e dal numero di persone cui ci si voleva rivolgere, per cui occorreva indirizzarsi a nuove forme di aggregazione, oltre alla primitiva integrazione geografica. Persone che condividevano delle idee potevano ad esempio unirsi e mobilitarsi per un’azione collettiva, anche a migliaia di chilometri di distanza le une dalle altre. Dice Bernays: “La libertà di parola e la stampa libera, suo naturale corollario in democrazia, hanno di fatto ampliato la Carta dei Diritti, fra i quali c’è anche il diritto di persuasione. Chiunque dunque, attraverso questi mezzi di comunicazione ha di fatto la possibilità di influenzare gli atteggiamenti e le azioni dei suoi concittadini. In particolare, negli Stati Uniti, la grande espansione dei mezzi di comunicazione di massa ha fatto si che ogni residente sia costantemente esposto agli effetti di una vasta rete di comunicazioni, che giungono in ogni angolo del Paese, non importa quanto sia remoto o isolato. Molte parole martellano dunque continuamente gli occhi e le orecchie di ogni americano. Gli Stati Uniti sono divenuti una piccola stanza in cui un piccolo bisbiglio può essere ingrandito migliaia di volte. A questo punto diventa una questione di primaria importanza imparare a gestire questo sistema di amplificazione per le forze interessate”. Mezzi di comunicazione di massa erano per Bernays i quotidiani, le riviste, le stazioni radio, le case di produzione cinematografica, le case editrici, oltre a strumenti come cartelloni, volantini, lettere di pubblicità spedita per posta. “Dobbiamo riconoscere l’importanza dei moderni mezzi di comunicazione non solo come una rete altamente organizzata, ma come una forza potente per il bene sociale o anche per il male. Siamo noi a determinare se questa rete può essere impiegata nella sua massima estensione per fini sociali”, dice Bernays. Ad usare i mezzi di comunicazione di massa dovevano essere i leaders, i quali si facevano portavoce di punti di vista diversi, come quelli di grandi gruppi industriali o di unità governative. “Questi leader, con l’aiuto di tecnici che si sono specializzati nell’utilizzo dei canali di comunicazione, sono oggi in grado di realizzare consapevolmente e scientificamente ciò che abbiamo chiamato L’ingegneria del consenso“. Tra gli strumenti di comunicazione di massa degli anni Venti, Bernays aveva una particolare simpatia per la radio, che durante la grande guerra si era dimostrata uno strumento indispensabile per il coordinamento delle azioni militari. Quando finì la guerra la radio si rivelò come un possibile grande affare, con le stazioni radio commerciali. E poiché, come aveva sottolineato Bernays “non c’è una sostanziale differenza fra vendere un prodotto e vendere un’idea”, il mondo politico si accorse presto che la radio poteva essere uno strumento utile non solo per la pubblicità, ma anche per la diffusione di idee e la manipolazione delle masse. Negli USA il presidente Franklin Delano Roosevelt abituò i cittadini ai suoi firesite chats, i discorsi del caminetto, in cui il presidente si rivolgeva direttamente ai cittadini, parlando della difficoltà del periodo della depressione e di quello che lui e la sua amministrazione facevano per risolverle. Un uso così personale della radio permise a Roosevelt di conquistare la fiducia popolare e di infondere nel popolo la fiducia nelle istituzioni, anche in momenti di grande crisi. Ma una nuova forma di comunicazione si stava facendo largo: il cinema, di cui la propaganda si servì largamente. 5. L’ingegneria del consenso La “propaganda moderna” di Bernays è una pratica che consiste nel creare le situazioni e simultaneamente delle immagini nella mente di milioni di persone. “Lo scopo è inquadrare l’opinione pubblica così come un esercito inquadra i suoi soldati”, dice l’inventore delle PR. Del resto, non è possibile non accorgersi che nella moderna organizzazione sociale ogni progetto importante deve essere approvato dall’opinione pubblica. Una volta coloro che governavano erano delle guide, dei capi, orientavano il corso della storia facendo ciò che avevano progettato, spiega Bernays, ma:” Oggi, se non c’è il consenso delle masse, quei personaggi non potrebbero più esercitare il loro potere, semplicemente in virtù della loro posizione”. Il Consulente di PR è dunque “colui che, servendosi dei mezzi della comunicazioni di massa e delle associazioni presenti nella società, si incarica di far conoscere una determinata idea al grande pubblico”. Questa figura professionale studia i comportamenti, le dottrine, i sistemi, le maniere, per ottenere il sostegno popolare, conosce i prodotti commerciali, i servizi pubblici, le grandi corporazioni e le associazioni. E’ un po’ come un avvocato, semplifica Bernays, solo che questo si concentra sugli aspetti giuridici dell’azione del proprio assistito, mentre il consulente di PR lavora sui punti di contatto fra attività del cliente e pubblico. Studia i gruppi che il suo cliente vuole raggiungere, individua i leader che possono facilitare l’approccio. Si tratta di gruppi sociali, economici o territoriali, classi di età, formazioni politiche o religiose, comunità etniche, linguistiche o culturali: queste sono le categorie per cui, per conto del cliente, si rivolge al grande pubblico. Il suo mestiere è quello di sedurre le masse, di destare il loro interesse. Bernays arriva a dire che l’’ingegneria del consenso è “l’essenza stessa del processo democratico, avendo la libertà di persuadere e suggerire. La libertà di parola, di stampa, di petizione, di assemblea, le libertà che rendono la progettazione del consenso possibile, sono tutte previste dalla Costituzione degli Stati Uniti”. E ancora: Quando ci sono decisioni urgenti da prendere,  un leader spesso non può attendere che anche il suo popolo arrivi alla comprensione generale delle cose. In alcuni casi, i leader democratici devono fare la loro parte nel condurre il pubblico attraverso l’ingegneria del consenso per perseguire obiettivi socialmente costruttivi e valori. Questo ruolo impone naturalmente loro l’obbligo di utilizzare il processo dell’istruzione, come pure altre tecniche disponibili, per realizzare una comprensione quanto più completa possibile. In nessun caso l’ingegneria del consenso può sostituire o o rimuovere le funzioni educative, sia formali che informali. L’ingegneria del consenso è spesso un supplemento al processo educativo. Se in un Paese dovessero esservi un giorno degli standard di istruzione più elevati,  generando un maggiore livello di conoscenza e comprensione, questo approccio manterrebbe ancora il suo valore, secondo Bernays, dal momento che: “Anche in una società con uno standard educativo perfetto, il progresso non potrà essere ottenuto in ogni campo. Ci sarebbero sempre ritardi e punti di debolezza, e per questo l’ingegneria del consenso sarebbe ancora essenziale. L’ingegneria del consenso sarà dunque sempre necessaria in aggiunta al processo educativo”. La creazione di una campagna di PR Bernays ha introdotto e codificato l’uso delle ricerche sociali nella fase di ascolto o di analisi del contesto, prima della stesura del piano di comunicazione, non trascurando quindi la soddisfazione dell’interlocutore. E’ stato inoltre il primo professionista che ha individuato e studiato gli opinion leaders, quali amplificatori/moltiplicatori dei messaggi nei confronti dell’opinione pubblica. Le idee dell’opinione pubblica, ammoniva Bernays, non devono essere attaccate frontalmente, ma è importante trovare un comune denominatore fra gli interessi del venditore e quelli degli acquirenti. Bernays capì che per rendere credibile un’idea o vendere un prodotto, doveva esserci una «terza parte indipendente» che se ne rendesse garante. Creò quindi numerosissimi Enti e Organizzazioni “indipendenti”, che sfornavano studi «scientifici» e comunicati stampa, che venivano così a mescolarsi e a sovrapporsi con quelli emessi da Istituzioni veramente scientifiche e indipendenti. Così come l’ingegnere civile deve analizzare ogni elemento della situazione prima di costruire un ponte, così il consulente di PR, per ottenere un’utile finalità sociale, deve operare da piani di azione che abbiano solide basi. Supponiamo che si sia impegnato in un compito specifico. I suoi piani devono basarsi su quattro presupposti: 1. Calcolo delle risorse, sia umane sia fisiche, vale a dire la manodopera, il denaro, e il tempo disponibile per lo scopo; 2. Conoscenza approfondita della materia; 3. Determinazione degli obiettivi, soggetti a possibili cambiamenti dopo la ricerca; In particolare, ciò che deve essere compiuto, con il quale e attraverso il quale; 4. La ricerca del pubblico da informare, perché e come agire, sia a livello individuale, sia come gruppo. Solo dopo questo lavoro preliminare di base sarà possibile capire se gli obiettivi sono raggiungibili. Solo allora il consulente di PR potrà utilizzare le sue risorse di  manodopera, denaro e tempo, ed i mezzi di comunicazione disponibili. La strategia, l’organizzazione, e le attività saranno orientate in base alla realtà della situazione. E’ importante conoscere le motivazioni consce e inconsce del pensiero pubblico, ed anche le azioni, le parole e le immagini che le sostengono. Tutto questo rivelerà la consapevolezza pubblica, le idee più o meno visibili presenti nella mente del pubblico. Quando il lavoro preliminare è stato fatto, sarà possibile procedere alla pianificazione vera e propria. Dai sondaggi di opinione emergeranno i temi principali della strategia.  Questi temi contengono le idee che devono essere trasmesse, mostrano i canali più adeguati per raggiungere il pubblico e tutti i mezzi di comunicazione da utilizzare. L’importante, ricorda Bernays, non è avere articoli in un giornale o ottenere un maggiore tempo alla radio o organizzare un pezzo per il cinegiornale, ma piuttosto “mettere in moto un’ampia attività, il successo della quale dipende dall’interconnessione di tutte le fasi e gli elementi della strategia proposta, attraverso tattiche che devono essere realizzate nel loro momento di massima efficacia. Un’azione rinviata di un giorno potrebbe perdere la sua efficacia”. Il consulente di PR dovrà dare enfasi alla parola, scritta e parlata, orientata verso i media e progettata per il pubblico che sta affrontando. “Deve essere sicuro che il materiale sia adatto per il suo pubblico. Deve preparare copie scritte in un linguaggio semplice e frasi di sedici parole adatte al livello di scolarizzazione del suo pubblico. Alcune copie saranno finalizzate alla comprensione delle persone che hanno avuto diciassette anni di scolarizzazione. Egli deve familiarizzare con tutti i media e sapere come fornire loro un materiale adatto in quantità e qualità”. In primo luogo, tuttavia, il consulente di PR deve saper creare notizie. “La notizia non è una cosa inanimata. E’ l’evidenza dei fatti che fa la notizia, e le notizie a loro volta riecheggiano gli atteggiamenti e le azioni delle persone. Un buon criterio per capire se qualcosa è o non è una notizia è capire se il caso esce dalla routine. Lo sviluppo di eventi e circostanze che non sono di routine è una delle funzioni di base del tecnico del consenso. Alcuni eventi programmati possono essere inviati all’attenzione dei sistemi di comunicazione  in modo da far nascere delle idee anche in chi non è stato direttamente testimone degli eventi”. L’evento gestito con fantasia può competere con successo con altri eventi, per ricevere attenzione. “Gli eventi interessanti, che coinvolgono persone, di solito non accadono per caso. Sono previsti deliberatamente per raggiungere uno scopo, per influenzare le nostre idee ed azioni. Gli eventi possono essere programmati anche con effetto a catena. Sfruttando le energie dei leader dei gruppi, l’ingegnere del consenso può stimolarli a prendere iniziative. Si organizzeranno così eventi aggiuntivi, specializzati, collaterali, che serviranno tutti ad enfatizzare ulteriormente il tema di fondo”. Se i piani sono ben formulati e se ne fa un uso corretto, le idee trasmesse dalle parole verranno assimilate dalle persone. Quando il pubblico è convinto della solidità di un’idea, procederà a metterla in pratica: “Le persone trasformano le idee nelle azioni suggerite dall’idea stessa, sia essa ideologica, politica o sociale.  Si può adottare una filosofia che sottolinea la tolleranza razziale e religiosa; si può votare un New Deal in ufficio, oppure si può organizzare l’astensione all’acquisto per un gruppo di consumatori. Ma tali risultati vengono fatti accadere. In una democrazia che può essere compiuta grazie alla ingegneria del consenso”.



Se nelle democrazie la propaganda viene camuffata in vario modo e sembra salva la possibilità di mantenere una dialettica sociale e politica, spesso solo di facciata, è nel contesto dittatoriale che la propaganda trova il suo brodo di coltura. Nelle dittature la propaganda attraverso i mezzi di comunicazione di massa fu presto usata come strumento di indottrinamento e di manipolazione. Nell’Italia fascista si fece grande uso della propaganda, attraverso l’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa. Innanzitutto si procedette alla fascistizzazione della stampa, attuata in modo graduale ma intransigente e curata direttamente da Mussolini: i direttori delle testate non aderenti al regime furono allontanati e sostituiti; la Stefani, l’agenzia di stampa nazionale, doveva fornire ai quotidiani le “veline” delle notizie in base alle indicazioni dell’Ufficio Stampa e propaganda, divenuto nel 1937 ministero della Cultura popolare, e così i giornali divennero opuscoli propagandistici nelle mani della dittatura, che distorcendo i reali avvenimenti di cronaca presentava sempre le proprie scelte politiche come le uniche possibili e giuste. In secondo luogo si operò prima una stretta censura sulla produzione cinematografica, e solo successivamente si operò per la statalizzazione dell’Istituto Luce, che deteneva il monopolio dell’informazione cinematografica. Infine, il regime fascista rese anche le trasmissioni radiofoniche monopolio dell’agenzia di stato, l’Eiar. Non bisogna nemmeno dimenticare le adunate fasciste nelle piazze e la ripetizione ossessiva di motti e slogan corti e facilmente comprensibili, come per esempio i celebri “Vincere e vinceremo”, “Il Duce ha sempre ragione”, “Credere, obbedire, combattere”, e così via. Anche in Germania la propaganda, orchestrata da Paul Joseph Goebbels, si servì di tutti i moderni mezzi di comunicazione di massa, cioè radio, cinema, fotografia, tabelloni, stampe murali. Inoltre grande importanza ricoprirono le immense adunate e le parate militari: esse, attraverso le musiche guerresche e la voce ipnotica di del Fuhrer erano mirate ad esaltare le masse; Goebbels sapeva incanalare le emozioni delle folle e trasformarle, a seconda dei progetti del potere, in masse sottomesse agli ordini e alla volontà del Fuhrer, oppure in rabbia e risentimento verso minoranze esposte e attaccabili, come per esempio gli ebrei. Inoltre Goebbels aveva compreso che l’incisività degli slogan e la loro ripetizione cadenzata affascinava, convinceva ed esaltava. Tutte queste tecniche utilizzate da Goebbels erano però state attinte da un sapere codificato su come mescolare la realtà e la finzione, su quali mezzi utilizzare per diffondere false informazioni, notizie allarmanti, narrazioni in grado di generare paura, commuovere o convincere: infatti tutto questo era scritto nel libro Propaganda di Edward Bernays, che scrisse di essere rimasto “scioccato” nello scoprire che il ministro tedesco della propaganda avesse i suoi libri nella sua biblioteca personale, e che queste teorie servirono ad organizzare la nascita del Terzo Reich e la persecuzione degli ebrei. La propaganda fu utilizzata in modi simili anche nel regime comunista sovietico, che addirittura nel 1934, con il XVII congresso del partito bolscevico, sancì l’inizio della stagione del culto della personalità di Stalin. Una reazione contro tali stili di propaganda si trova nel romanzo “Animal Farm” di George Orwell, romanzo allegoria del fallimento della rivoluzione in generale e in particolare della rivoluzione russa. Nella storia, è interessante notare come la propaganda, che utilizza in larga parte slogan, non si limiti a manipolare le informazioni riguardanti l’attualità e i progetti futuri, ma che arrivi a correggere addirittura la storia secondo gli interessi del regime creato dai maiali, tanto da arrivare a riscrivere o rovesciare completamente la verità di alcuni episodi passati: un esempio su tutti è l’evoluzione della percezione del personaggio di Snowball nell’arco dell’intero romanzo. Conclusione Il termine “propaganda” oggi ha assunto connotazioni piuttosto negative, essendo considerata non uno strumento lecito di una democrazia compiuta ma piuttosto un’ “arma di disinformazione di massa”, in quanto veicola messaggi manipolati, che alterano la realtà e costruiscono verità alternative, attraverso il trasferimento di informazioni false. E’ per questo che, per contrastare la propaganda, in uno stato democratico è assolutamente necessaria l’indipendenza dei giornalisti, la possibilità di fare inchieste e di raccontare la realtà. In mancanza di questo contro-peso, il potere si servirà dei mezzi di comunicazione di massa per alimentare percezioni e convinzioni nell’opinione pubblica che andranno sempre nella direzione desiderata dalla classe dirigente. Il persuasore occulto, il consulente di PR, non diversamente da quanto raccomandato da Machiavelli ne il Principe, rimane “un gran simulatore e dissimulatore”; ma del resto “gli uomini sono tanto ingenui, e talmente legati alle circostanze presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascia ingannare”. In una democrazia compiuta, contrariamente a come la pensava Bernays, i cittadini non devono essere considerati dei consumatori, il consumo non deve prendere il posto della cittadinanza e il mercato il posto della polis.

Articolo tratto dal sito psicolinea.it (LINK)

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