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mercoledì 31 agosto 2016

La vita migliora con lo Zen



immagine da: mind-body-spirit-healing.com
Cos’è la filosofia zen?

Lo zen è una filosofia di vita; deriva dalla parola sanskrita che significa “meditazione” (dhyana in sanscrito, ch’an in cinese e zen in giapponese).

Secondo le parole del filosofo inglese Alan Watts, il buddismo zen è un modo di vedere la vita che non appartiene a nessuna categoria formale del pensiero moderno occidentale. Non si tratta di religione né di filosofia; non è psicologia né un tipo di scienza.

Lo zen è un modo di vivere, un viaggio di esplorazione, il suo fine è quello di perseguire la felicità nel qui e ora. Questa filosofia promuove una naturale consapevolezza nella tua vita quotidiana.

Definire lo zen è come provare a descrivere il sapore del miele a qualcuno che non l’ha mai assaggiato. Puoi provare a spiegare la consistenza, il profumo o puoi paragonarlo a cibi simili. Ma il miele è miele. Fino a che non l’avrai provato resterai nell’illusione di come potrebbe essere.

Lo stesso vale per lo zen, perché è una pratica che necessita di esperienza, non un concetto che puoi comprendere solo razionalmente.
La nascita dello zen.

Lo zen appartiene al cuore della cultura giapponese e alle scuole buddhiste giapponesi.

Si tratta di una pratica che è stata trasmessa ininterrottamente e che risale al risveglio di un uomo chiamato Siddharta Gautama, alla cui vita Herman Hesse si è ispirato per scrivere il libro “Siddharta”.

Siddharta raggiunse *l’illuminazione sotto l’albero della Bodhi, un antico fico sacro, ai piedi del quale meditò sui grandi misteri della vita per poi giungere all’illuminazione e diventare il Budda 2.500 anni fa.

Nonostante lo si ritrovi spesso in certa letteratura orientale, il termine illuminazione non mi piace. Troppo astratto e mistico. Inoltre mi ricorda un lampadario. Quindi, ogni qual volta, almeno in questo articolo, troverai tale parola, ti consiglio di tradurla mentalmente con questa mia personale definizione dal vocabolario di DannyZ.

*Illuminazione: condizione mentale contraddistinta da una maggiore consapevolezza dei propri processi interni (anche in relazione ad eventi esterni) ed un’efficiente ed equilibrata gestione di questi.

3 fondamenti dello zen

Conosci e coltiva le 3 regole essenziali della pratica zen.
Fede in te stesso. La fede non intesa come fede religiosa ma fiducia in te stesso. Fede nelle capacità della tua mente, una fede che può essere aumentata grazie alla pratica della filosofia zen.
Dubita. Il metodo dello zen è un metodo scientifico. L’approccio scientifico infatti ti spinge a dubitare e non credere alle cose che non sono state dimostrate prima in modo sperimentale. Si tratta di avere un livello di scetticismo intelligente. Infatti, c’è un tipo di scetticismo che rifiuta tutto a priori e che mantiene un atteggiamento negativo e c’è uno scetticismo sano che serve per comprendere le cose in modo più approfondito.
Auto-disciplina. È necessaria una ferma risoluzione per continuare a praticare malgrado tutti gli ostacoli che puoi incontrare sulla strada. Per sviluppare una grande determinazione devi avere pazienza e autodisciplina. Se queste mancano sarà più facile che tu ti arrenda alla prima difficoltà.

Il poema dello zen.

Il monaco Shen-Hsiu scrisse un poema in cui esprimeva la sua comprensione dello zen:

“il corpo è l’albero della Bodhi,
la mente è come uno specchio splendente,
stai attento a tenerlo sempre pulito
per non lasciare che vi si accumuli la polvere.”

La prima riga dice che il corpo è come l’albero della Bodhi sotto cui il Budda ebbe l’illuminazione. Il corpo, perciò, è il fondamento della pratica, la base necessaria per raggiungere l’illuminazione.

La seconda frase compara la mente ad uno specchio splendente perché nella sua natura essenziale la mente è lo specchio chiaro e brillante della saggezza del Budda. Ricordi quando te ne ho parlato nel lago della mente? Ma come già sai nelle condizioni solite la mente non è così brillante, perciò per tenerla limpida e chiara è necessaria la pratica 🙂

La terza e la quarta riga dicono che il modo per pulire la mente è attraverso la meditazione, attraverso essa la polvere del desiderio mondano e dell’attaccamento è rimosso dalla mente e la saggezza del Budda si manifesta.
4 Principi della filosofia zen per sviluppare un atteggiamento equilibrato.

Le due forme base della pratica zen sono lo zazen e la pratica quotidiana. In particolare la pratica quotidiana è centrata su alcuni principi.

In questo articolo ho sintetizzato alcuni principi della filosofia zen da applicare per avere un atteggiamento più rilassato, risolvere i problemi in modo lucido e godersi maggiormente la vita. La maggior parte dei principi che troverai in questo articolo sono tratti dalla lettura del libro “Zen philosophy, zen practice”.

1) Vivi nel qui e ora.

Se vivi sotto i continui attacchi della tua mente scimpanzé, lo stress delle concitate giornate lavorative ti trasforma in un infuriato diavoletto della Tazmania, o il tuo cervello è sotto assedio dei pensieri negativi probabilmente non stai vivendo nel qui e ora.

Come puoi portare calma e pace nella tua vita? Secondo la filosofia zen la risposta è imparare ad essere presente. Non importa quanto sia fuori controllo la tua giornata o quanto sia stressante il tuo lavoro, l’azione di essere presente può diventare un’oasi di benessere.

Presenza, consapevolezza, mindfulness, sono tutti termini che indicano il raggiungimento dello stesso stato.

Ecco alcune strategie pratiche per vivere nel momento presente seguendo la filosofia zen:
Presta attenzione alle attività quotidiane. La prossima volta che devi fare delle attività quotidiane focalizzati sulle percezioni sensoriali. Ad esempio, mentre lavi i piatti concentrati sulle sensazioni del sapone che scivola tra le tue dita, il calore dell’acqua, ecc. Rimani concentrato nel momento qualsiasi cosa tu stia facendo. La pratica consapevolequotidiana è quella che da migliori risultati per aumentare il tuo livello di consapevolezza e serenità.
Apprezza le cose semplici. Nel buddismo zen la bellezza non si trova nelle decorazioni luminose o nel collezionare oggetti preziosi. La bellezza dello zen si trova nelle cose semplicie nella tranquillità, abbracciando l’armonia di tutte le cose. È una bellezza che riflette la tranquillità e la vacuità che dimora in mezzo ai cambiamenti costanti. I monaci zen trovano la bellezza negli elementi della natura: nelle rocce, nell’acqua, nelle piante, nella sabbia e nei piccoli ponticelli di legno.

2) Conosci te stesso attraverso la self-reflection. 


“Il sole e la luna sono sempre brillanti, ma possono non essere visibili perché sono oscurati da nuvole e foschia, allo stesso modo la natura del Buddha è sempre presente dentro di noi ma può non essere visibile perché coperta dalle nuvole di odio e illusione. Attraverso la meditazione rimuovi questi strati di nuvole che nascondono il tuo vero essere così che la tua vera essenza possa apparire ancora, splendente e radiosa nella sua purezza.”

Quando il Budda ottenne l’illuminazione sotto l’albero della Bodhi realizzò che la verità che stava cercando non era nient’altro che la sua vera natura, che era sempre con lui dall’inizio del tempo.

Per conoscere se stessi prima di tutto è importante separare ciò che siamo dal nostro ego, ossia la falsa identità che praticamente ogni persona ha sviluppato crescendo. La nostra mente è infatti continuamente dominata da un treno apparentemente senza fine di pensieriegocentrici, di avidità, attaccamento, rabbia, orgoglio, invidia, ecc. 

L’ego è sempre in agguato ed è causa della maggior parte delle sofferenze, nonché cibo per la mente scimmia :). Essere consapevoli della sua presenza è fondamentale per comprendere che non sei i tuoi pensieri.

La self-reflection (auto-riflessione) è uno strumento per aumentare la consapevolezza e aprire gli occhi verso l’interno. Questa pratica consiste prevalentemente nel portare la tua attenzione sulla moltitudine di pensieri illusori che ingombrano lo specchio della tua mente per mantenerla splendente.

3) Pratica lo zen.

Cogliere gli insegnamenti della filosofia zen non basta, la cosa più importante è metterli inpratica.

Pensa ad un atleta che vuole diventare un abile nuotatore. L’allenatore potrà mostrargli come nuotare a dorso in modo tecnicamente impeccabile, potrà spronarlo a fare del suo meglio ma il resto verrà lasciato a lui. Se non si tufferà in acqua e non proverà a nuotare, se non sarà costante nel praticare gli esercizi non sarà mai un bravo nuotatore. L’unico modo per imparare è saltare nell’acqua e iniziare a mettere in pratica gli insegnamenti che gli sono stati dati.

Nel buddismo zen è la stessa cosa.

La pratica della meditazione zen o zazen (“za” seduto e “zen” meditazione in giapponese, significa meditazione seduti) è il cuore del buddismo zen. La meditazione zen consiste nel vivere il momento presente, restare vigili a quello che succede intorno e conoscere se stessi. E’ attraverso la pratica dello zazen che Gautama giunse all’illuminazione e divenne il Budda.

Lo zazen è un atteggiamento di risveglio spirituale, che quando praticato può diventare la fonte da cui tutte le azioni della vita quotidiana fluiscono – mangiare, dormire, respirare, camminare, pensare.

Infine, è necessaria una ferma risoluzione per continuare a praticare la meditazione quotidianamente malgrado tutti gli ostacoli che puoi incontrare sulla strada. Personalmente per motivarmi mi basta confrontare la qualità del mio stato interno quando medito, rispetto a quando non lo faccio.

4) Lascia andare attaccamenti ed avversioni.
Rendi il tuo spirito simile al vento che passa su tutte le cose senza attaccarsi a nessuna di esse. Proverbio zen

Secondo la filosofia zen la maggior parte delle nostre sofferenze è il risultato di due forzecontrastanti: l’attaccamento che ci spinge a bramare cose che non possediamo e l’avversione, una forza di repulsione alla radice di molte paure, comportamenti evasivi e resistenze interne.

Esempi di attaccamento o di avversione sono: temere la disapprovazione da parte delle altre persone, non essere riconosciuto come il più bravo, invidiare i successi degli altri, il bisogno di controllare tutto, la paura di essere rifiutati.

Questo principio ti invita a trovare un equilibro tra queste due forze opposte che ti sballottano continuamente da una parte e dall’altra. Anche in questo caso il segreto consiste nel vivere nel momento presente.

La pratica del qui e ora, infatti, ti rende quasi totalmente immune dagli attaccamenti e dalle avversioni in quanto queste due forze per essere attive richiedono pensieri che anticipano il futuro o che rivangano sul passato.

Tutti abbiamo un modo di approcciare la vita e le sue sfide quotidiane, ma pochi hanno scelto in modo consapevole quale sia. Seguendo i principi della filosofia zen condivisi oggi, potrai utilizzare uno degli atteggiamenti più efficaci per gestire al meglio le piccole o grandi vicissitudini che incontrerai nella tua vita.

lunedì 29 agosto 2016

Comportamenti e conflitti derivanti dalle multe

immagine da: via-libera.it
Di ritorno dalle vacanze veniamo fermati dalla polizia e, nonostante non parlino inglese, ci fanno capire che abbiamo superato il limite di velocità e siamo costretti a pagare. Ovviamente un risultato immediato c’è: per il resto del viaggio siamo molto più attenti a rispettare i limiti. Il meccanismo funziona bene:



comportamento da infrazione -> multa ->  correzione del comportamento.

Non così, ad esempio, per le multe che ci arrivano per eccesso di velocità dalla tangenziale di Padova: con un ritardo medio di 4-6 mesi dall’azione alla contestazione, l’effetto correttivo del comportamento è molto più attenuato (e si pagano anche molte più multe, forse fanno apposta!).
Potrebbe però anche essere molto peggio di così. Immaginatevi un mondo in cui le multe vengono accumulate, magari per il periodo di un anno o due, o magari ancora di più, e poi arriva a casa una unica multa cumulativa per tutte le infrazioni commesse. Peggio: senza la descrizione, solo l’importo totale. La gente dovrebbe cercare di ricordare le infrazioni commesse: “Sarà stata quella volta che ho sorpassato con la doppia linea? O quel parcheggio in doppia fila, per 5 minuti, quando ero a prendere il bimbo a scuola? O sono entrato senza saperlo in ZTL?
In questo modo l’effetto correttivo dei nostri comportamenti sarebbe molto limitato. Certo, uno cercherebbe di comportarsi un po’ meglio, sparando un po’ nel mucchio, ma con scarse possibilità di incidere su comportamenti specifici. E questo vale anche in altri campi: immaginate di insegnare ad un bambino a suonare uno strumento, o una disciplina sportiva, e dirgli soltanto, “Cerca di fare meglio” senza direcome o cosa fare meglio. Sarebbe pressochè inutile, oltre che frustrante.
E cosa c’entra tutto questo con Hamer e la Nuova Medicina germanica? Pare che per molti l’affrontare la malattia sia esattamente la stessa cosa. Non sono interessati a scoprire quale sia stato il comportamento sbagliato, quale sia stato il processo che ha portato ad una certa situazione: l’importante è cancellare il sintomo, pagare la multa, e andare avanti.
Ma, così facendo, oltre a non crescere, lasciamo aperta la porta alla recidiva, cioè a ricascare nella stessa buca. Se invece capisco che ho patito una certa situazione ad esempio come conflitto di territorio, o di attacco, o di svalutazione, magari posso lavorare su di me ed evitare di rivivere, la prossima volta, con la stessa intensità un analogo conflitto.
Trasformando così l’evento conflittuale capitato in una spettacolare opportunità di crescita. Perchè, alla fine, il senso ultimo di questa vita è la nostra crescita e maturazione: siamo in una palestra, ed ogni occasione è buona per fare un passettino avanti. Sempre che lo vogliamo capire ed approfondire

giovedì 18 agosto 2016

Gesù era celibe?

Come in un romanzo di Dan Brown si torna a parlare dell’ormai famoso «papiro della moglie di Gesù» un antico papiro che un collezionista tedesco avrebbe inviato nel 2011 a una professoressa di Harvard, Karen L. King, chiedendole di tradurne una parte in cui si leggerebbe la frase «Gesù disse, ‘Mia moglie’», una frase che riaprirebbe il dibattito sul celibato di Cristo. Un anno e mezzo fa gli esperti, annunciando al mondo l’esistenza dell’antico papiro, avevano affermato che il reperto non sarebbe stato da considerarsi una prova attendibile, mentre il Vaticano aveva liquidato la faccenda parlando di un falso. Ma oggi arriva un nuovo studio che potrebbe completamente ribaltare lo scenario.
da ricerca google immagini

IL PAPIRO NON È UN FALSO - Un articolo pubblicato dalla Harvard Theological Review, firmato dalla stessa King, dimostrerebbe che quel papiro sarebbe un documento autentico e che farebbe parte di un dibattito dei primissimi seguaci di Gesù sul ruolo della donna, della famiglia e del valore del celibato nella vita spirituale. Sul papiro sono state condotte diverse analisi, tra cui un esame del carbonio che daterebbe il documento come risalente all’Ottavo secolo dopo Cristo. Il papiro sarebbe quindi di quattrocento anni più recente di quanto inizialmente pensato dalla King, che in un primo momento lo aveva datato intorno al 350 d.C.. Gli altri test effettuati hanno rilevato come l’inchiostro sia quello tipicamente utilizzato dagli egizi e che non è stato contraffatto né alterato nel corso dei secoli.
GESÙ ERA SPOSATO? - Insomma, sebbene il «papiro della moglie di Gesù» sembrerebbe essere autentico, questo non significa che Gesù fosse realmente stato sposato, che avesse auto una relazione con una donna o che, forse, non stesse parlando metaforicamente della Chiesa come della sua sposa. Dal canto suo la King non ha mai affermato questo, ma ha sempre sostenuto che il papiro sarebbe stato scritto parecchio tempo dopo i Vangeli, che sono da considerarsi le fonti più attendibili sulla vita di Gesù. «Spero che ora potremmo chiudere la diatriba sull’autenticità del papiro e passare a discutere di quello che potrebbe significare per i cristiani: Gesù era sposato oppure no? E perché questo è così importante per chi crede?» – ha detto la King che alla Harvard Divinity School tiene è docente di Storia del Cristianesimo antico.
UN DOCUMENTO IMPORTANTE - Karen King ha iniziato a lavorare su quel papiro nel 2011, dopo averlo ricevuto da un collezionista tedesco, che ha chiesto di rimanere anonimo, celando anche la provenienza del reperto. Nel documento, scritto in un antico dialetto copto, si leggono due frasi molto particolari: «E Gesù disse loro: ‘Mia moglie’» e, di seguito, «ella potrà essere mia discepola». La traduzione, comunque, può essere soggetta a diverse interpretazioni e il tema del celibato di Gesù è dibattuto da secoli. Secondo la King questo papiro sarebbe stato tradotto da un antico testo greco risalente al II secolo e costituisce comunque un tassello importante per lo studio della diffusione del Cristianesimo in tutta l’area mediterranea.

Olimpiadi: ........oltre ogni medaglia

Le fotografie, a volte, ingannano.

Prendete questa immagine, per esempio. Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.
L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.
È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.
L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso.
Invece sono stato ingannato. Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.

Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.
La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel piccoletto bianco. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come lui e Smith, che superavano entrambi il metro e novanta.
Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman fece la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.
Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro.
John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore.
Fu una gara bellissima, insomma. 
Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione.
Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio.
Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.
Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi. 
I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani.
Norman rispose di sì.
Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì.
“Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”. 
Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.
Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere.
Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri.
“Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio.
Ma poi Norman fece qualcos’altro.
“Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.
Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.
Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”.
I tre uscirono sul campo e salirono sul podio:  il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.
 “Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”. 
Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.
Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte.
Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione e sono diventati paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.

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 In questa statua non c’è Peter Norman.
Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.
Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani,  pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.
Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale.
In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo.
Come disse John Carlos “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”.
Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000.
Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani.
Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200, eppure non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Fu il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia a chiedergli di aggregarsi al proprio gruppo e a invitarlo alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.
Norman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato.
Al funerale Tommie Smith e John Carlos,  amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.
“Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos.
“Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.
Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole: 
“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.
Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo  del Progetto OIimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.
Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.
Ma, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.
“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco.
Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo.
È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance.
Invece è il contrario.
Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

domenica 7 agosto 2016

In futuro sfrutteremo la fotosintesi inversa?

Sfrutta clorofilla e luce solare per degradare biomasse vegetali e produrre bioetanolo. Ma non solo: potrebbe trovare utilizzo in moltissimi processi industriali.
immagine da: linkedin.com

Un game changer, che potrebbe rivoluzionare la produzione di carburanti e l’industria chimica, con ricadute importanti sull’ambiente e sul cambiamento climatico. Si tratta della fotosintesi inversa: un processo chimico che sfrutta la clorofilla e la luce solare, ma non per creare materiale organico e produrre ossigeno, come capita nella fotosintesi tradizionale, quanto piuttosto per degradare biomasse vegetali. Il risultato, almeno per ora, è un processo molto più rapido, efficiente e green per produrre biocarburanti. In futuro però questa tecnica potrebbe essere utilizzata per rivoluzionare anche moltissime altre reazioni chimiche utilizzate a livello industriale. A descriverla, sulle pagine di Nature Communications, è lo studio realizzato da un team di ricercatori dell’università di Copenaghen.
Il principhale autore della scoperta però è David Cannella, un giovanissimo ricercatore italiano attualmente impegnato in un post-doc presso l’università danese.
La ricerca di cui si occupa, grazie a una borsa di studio individuale del governo danese, è proprio il miglioramento dei processi di produzione dei biocombustibili come l’etanolo, un cosiddetto biocarbutante di seconda generazione che si può ottenere dalla degradazione di biomasse vegetali,come gli scarti agricoli. Un campo di studi importante, perché l’utilizzo di biocarburanti ridurrebbe di molto la nostra dipendenza dai combustibili fossili, e dalle importanti ricadute industriali, visto che le direttive europee dicono che entro il 2020 la benzina utilizzata nell’Ue dovrà contenere il 20% di etanolo (oggi ne contiene il 5%). Uno dei metodi che si utilizzano a livello industriale per trasformare queste biomasse in etanolo è una reazione di fermentazione che sfrutta degli enzimi chiamati monoossigenasi.

Ed è cercando di migliorare l’efficienza di questo processo che Cannella ha avuto l’intuizione da cui nasce la fotosintesi inversa.

“Nei nostri esperimenti ci troviamo spesso a dover smaltire residui di clorofilla – ha raccontato a Wired il ricercatore – e così un giorno ho avuto l’idea: visto che la clorofilla raccoglie l’energia solare e rilascia elettroni, mentre gli enzimi hanno bisogno di elettroni per funzionare, perché non provare a combinarli?”.
E in effetti, una volta messa alla prova la clorofilla ha dimostrato di potenziare incredibilmente l’efficacia della monoossigenasi: “Al primo esperimento – continua Cannella – la nostra fotosintesi inversa ha ottenuto i risultati di 24 ore di lavoro in soli 10 minuti”.
Per sfruttare questa reazione chimica nella produzione industriale di bioetanolo però ci vorrà realisticamente del tempo, visto che adattare grandi impianti di produzione (il primo e unico al mondo per ora è quello tutto italiano della biochemtex) non è facile. La fotosintesi inversa però potrebbe essere applicata a moltissime altre reazioni chimiche in cui si utilizzano enzimi che necessitano di elettroni. Tra le possibili applicazioni che i ricercatori stanno analizzando c’è la creazione di metanolo (con cui creare combustibili e sostanze chimiche) a partire da biogas, la degradazione e lo smaltimento della plastica, e anche l’utilizzo nell’induestria alimentare.

martedì 2 agosto 2016

1961: un alieno dal Papa


Nel 1961, due anni prima di morire, Angelo Roncalli, il Papa Buono, avrebbe incontrato un alieno. L’incontro sarebbe avvenuto nei giardini di Castel Gandolfo. Alla presenza di un testimone speciale: Loris Francesco Capovilla. Il segretario particolare di Papa Giovanni XXIII.
La notizia apparve su un quotidiano inglese e fu poi ripresa dal Sun nel 1985. Ma nessuno ci fece caso. Oggi quell’incontro torna alla ribalta grazie ad un filmato apparso su YouTube. E fa il giro del mondo. Ecco tutta la storia di un “contatto” molto particolare.

foto da: okufo.it

Camminavano. Il lago a pochi passi, il silenzio di uno dei borghi più belli d’Italia. Camminavano. Come avevano fatto mille volte in quegli splendidi pomeriggi d’estate. Uno a fianco all’altro. Come due amici. Come persone qualsiasi. Che hanno voglia di starsene un po’ in disparte. Fuori dalla routine quotidiana.
Era luglio. Un pomeriggio di luglio del 1961, quando accadde.
“Li avevamo sopra le nostre teste. Luci. Erano luci colorate. Azzurro. Arancio. Ambra. Qualche minuto, e poi…”. E poi, accadde. L’imponderabile. L’impossibile. Ciò che è difficile anche da raccontare. E allora tutto d’un fiato. Le luci sono astronavi. Le astronavi sono dischi nel cielo turchino d’un pomeriggio qualunque a Castel Gandolfo. Si muovono silenziose. Stanno. Per qualche minuto su quelle due figure inconfondibili che camminano fianco a fianco. Come persone qualsiasi.
Poi il contatto. Una delle astronavi si stacca dalla stormo. Atterra. Si ferma “nel lato sud del giardino”. Il portellone si apre e dalla carlinga viene fuori qualcosa. E’ “assolutamente umano”. Solo che. Solo che… ha una luce intorno. Una luce che lo avvolge.
Caddero in ginocchio. I due. Poi Lui si alzò e andò senza esitare verso l’Uomo.  Verso quell’essere “assolutamente umano” avvolto da una luce tenue, delicata. Penetrante.
Parlarono. “Per circa venti minuti”. Ma non si potevano sentire quelle voci. “Non sentii nulla”. Ma parlavano. Gesticolavano. Per venti minuti. 1200, infiniti, secondi. Poi l’Uomo voltò le spalle e se ne ritornò da dove era arrivato.
Lui mi guardò. E pianse.
Sembra l’incipit di un romanzo di fantascienza da quattro soldi. Eppure una ventina d’anni dopo il Sun lo spara in prima pagina. Attribuendo il racconto niente meno che a Loris Francesco Capovilla. L’arcivesco Loris Francesco Capovilla. Il segretario personale di Angelo Giuseppe Roncalli. Papa Giovanni XXIII. Il Papa Buono.
Ed ora, quell’articolo e quello strano silenzio che seguì alla clamorosa rivelazione, sta facendo il giro del mondo. Grazie al Web. Grazie a YouTube.
Angelo Roncalli, riconosciuto formalmente “beato” da papa Giovanni Paolo II il 3 settembre del 2000, incontrò un alieno nella sua residenza di Castel Gandolfo. Alle porte di Roma. Era il luglio del 1961. Testimone di quell’incredibile “contatto” il suo segretario personale. L’uomo che da anni è considerato la memoria vivente di uno dei pontefici più amati della storia.  Loris Francesco Capovilla. Arcivescovo di Chieti, prelato di Loreto. Notoriamente apprezzato per la sua serietà e il suo rigore.
“Per anni Roncalli si tenne dentro il ricordo di quel pomeriggio. E anche io ho rispettato il suo silenzio. Loro parlavano. E non mi chiesero di avvicinarmi. Era giusto così. Ma non potrò mai dimenticare le parole di sua santità quando l’Uomo si allontanò e scomparve con la sua astronave: i figli di Dio sono dappertutto. Anche se a volte abbiamo difficoltà a riconoscere i nostri stessi fratelli”. Questo avrebbe detto papa Roncalli all’arcivescovo Capovilla.
Cinquant’anni dopo il racconto di quello strano pomeriggio ritorna in tutto il suo mistero. Lasciando dubbi, perplessità, ma anche un filo di speranza in quanti da anni sono alla caccia di un prova definitiva. Una prova che possa dimostrare l’esistenza di razze aliene.
Una sola cosa vale la pena ricordare. Dopo la mancata conferenza di Obama su gli Ufo e sulle presenze extraterrestri sul nostro pianeta il Vaticano fu il primo stato ad uscire allo scoperto con una dichiarazione che fece molto scalpore: “nonostante l’astrobiologia sia un campo nuovo e un argomento ancora in fase di sviluppo, le domande riguardanti l’origine della vita e la sua esistenza da qualche altra parte nell’universo sono molto interessanti e meritano seria considerazione. Questi interrogativi hanno molte implicazioni filosofiche e teologiche”. Firmato Josè Fùnes. 46 anni, nato a Cordoba, in Argentina, è da qualche anno il nuovo direttore della Specola Vaticana, l’osservatorio astronomico della Santa Sede.

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