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lunedì 30 maggio 2016

I vaccini NON aiutano!

foto da: autismovaccini.org

Stefano Montanari è un saggista italiano, studioso di nanopatologie e direttore scientifico del laboratorio Nanodiagnostics, gestito insieme alla moglie Antonietta Gatti.




Stefano Montanari sostiene che fare il medico dovrebbe significare essere toccati da una vocazione moralmente elevatissima, non dissimile da quella che è fare il preteMa l’esperienza dimostra qualcosa di diverso. Anzi, di terribilmente diverso. Il medico fa un mestiere che più difficile e complesso di com’è non potrebbe essere e, per farlo, c’è bisogno assoluto di una serie di doti. Bisogna essere scientificamente ferrati ma, dall’altra parte, essere coscienti del fatto filosofico che la medicina non è una scienza ma della scienza si serve. Poi occorre tanta onestà, tanta umiltà e un’etica rocciosa. Tutte doti che, insieme, malauguratamente ben pochi medici hanno e chi ce le ha viene bastonato. Consideri anche solo la supponenza infinita con cui molti di loro si rendono ridicoli. E consideri pure le bassezze cui non proprio pochissimi di loro sono capaci di arrivare.Si prendano come esmpio gli interventi di chirurgia estetica che rovinano irrimediabilmente chi ci si sottopone. Chiunque abbia conoscenze di biologia e di tossicologia dei materiali si accorge immediatamente che solo un pazzo potrebbe eseguire interventi del genere. Poi avrà sicuramente letto della follia delle ragazzine americane che, per evitare una forma di cancro di cui non soffrono, si fanno amputare le mammelle imitando l’attrice di cui non ricordo il nome. Se una persona della strada ha il diritto all’idiozia, non può e non deve essere così per i medici. E, invece, non sono poi pochi i chirurghi che si prestano ad accontentare quelle poverette. Per darle un altro esempio, recentissimamente un gruppo di medici indiani ha fatto sì che una donna di 70 anni partorisse un bambino. Vede, la scienza è gelida e non ha morale, ma la sua applicazione che, a grandi linee, è la tecnologia, deve averla. Così, per chi è tanto sconsiderato da fare l’apprendista stregone, giocare con la natura è del tutto possibile. Però… Dunque, per risponderle, non posso altro che dirle che quello che lei cita non è tecnicamente impossibile e mi spingo anche a dirle che temo che esista qualcuno che non esiterebbe a metterlo in pratica. Io, però, non ne ho esperienza e, dunque, mi limito a dire che si tratta di crimini che, in linea teorica, non sono affatto difficili da perpetrare.

Riguardo ai vaccini, tempo fa il terzo canale di Radio Rai ha mandato in onda una puntata di un programma chiamato Radiotre Scienza nel corso del quale un giornalista e due medici, uno dei quali il professor Burioni, la nuova star di cui ho detto qualche battuta fa, e l’altro un tale Andrea Grignolio a me sconosciuto ma certo in procinto di diventare una star pure lui, si sono esibiti sull’argomento. Senza alcun contraddittorio, alla stregua di tre pensionati all’osteria, il trio si è scatenato in una serie di sciocchezze, di falsità e di enormità così grottesche da rendere la trasmissione addirittura comica. Solo per citare una chicca tra le tante, Burioni si è permesso di recitare la sua solita filastrocca dicendo che non si usa più il mercurio nei vaccini. Questo quando basterebbe prendere un bugiardino e leggere la lista degli ingredienti per vedere che il mercurio si usa ancora eccome. Ignoranza o tentativo di nascondere la verità, per goffo che sia il tentativo, non saprei dire. 

Naturalmente il tema dell’inquinamento dei vaccini è stato accuratamente evitato, eppure Burioni ne è in tutto e per tutto al corrente, visto che io stesso ne ho trattato con lui in una serie di messaggi che ci siamo scambiati. Se qualcuno è capace di trovare una giustificazione morale ad un comportamento del genere, me lo comunichi e glie ne sarò grato. 

Se esiste un medico capace di dimostrare che iniettare pezzi di ferraglia ovviamente non biocompatibile in chiunque, a maggior ragione in un bambino di due mesi, è cosa innocua, me lo comunichi e anche per lui tutta la mia gratitudine. Tra le tante assurdità partorite c’è stata  pure quella immancabile delle pubblicazioni. Secondo i personaggi, pubblicare sulle riviste che piacciono a loro i dati che dimostrano che nei vaccini ci sono cose che non vanno è assolutamente possibile, quando non, magari, addirittura benaccetto. Ora, i casi sono due, o questi lo sono o questi lo fanno. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’argomento sa perfettamente che tutte le riviste mediche sono mantenute dall’industria e nessuna sarebbe così poco saggia, se di mancanza di saggezza si tratta, da rendere pubbliche certe notizie che dispiacerebbero a chi paga. Tra l’altro, tutti gli articoli passano attraverso i cosiddetti “referee”, persone del mestiere che dipendono invariabilmente dalla generosità dell’industria. Chi cercasse in quegli ambiti letteratura che rivelasse, ad esempio, le falle nelle sperimentazioni dei vaccini o i loro  effetti deleteri o la mancanza di efficacia cercherebbe invano. Figurarsi, poi, se si pretendesse di trovarci i risultati dei 29 vaccini che noi abbiamo analizzato in 12 anni. Insomma, quello che hanno fatto passare quei tre è nient’altro che la più squallida ipocrisia unita a bugie che solo un ignorante può bersi e, in fin dei conti, una presa in giro per i malcapitati ascoltatori. Per riassumere: l’inquinamento dei vaccini esiste solo se viene pubblicato dalle riviste di regime, e poiché, ovviamente, il regime non ti fa pubblicare quelle cose, per il regime quelle cose non esistono. Solo ciò che passa l’esame della censura è vero e, se non lo passa, significa che è falso. Ognuno decida se ridere o piangere. Pensi, in aggiunta, che ogni volta che abbiamo chiesto a chi ci critica senza dati propri in mano di rifare loro stessi le analisi non abbiamo avuto risposta. E, invece, sarebbe tanto divertente sedersi insieme al microscopio elettronico e riprendere tutto in un video da rendere pubblico.
foto da: stampalibera.com

L’etichetta di antivaccinista che qualche imbecille mi affibbia mi fa molto arrabbiare.
I vaccini sono un patrimonio della medicina e non possiamo permetterci di rottamarli. Il problema è la situazione in cui i vaccini sono scivolati, forse sfuggendo di mano anche agli stessi produttori. Nella situazione attuale, fino a che avremo politici e funzionari pubblici nella migliore delle ipotesi ignoranti e nella peggiore corrotti, giornalisti che pure oscillano tra ignoranza e corruzione, per i vaccini la sorte è segnata: a vaccinarsi saranno sempre meno soggetti e lo faranno solo gli strati più ignoranti della popolazione. In poche parole, a causa loro perderemo un’arma.
Bisogna accantonare tutte le stelline nascenti ansiose di sedersi a tavola che fanno solo danni ai vaccini stessi e cominciamo, per esempio, a guardare che cosa c’è dentro quei farmaci, cosa che oggi nessuno tra coloro che credono di difendere i vaccini fa. Cominciamo a stendere un velo pietoso su azioni mediatiche avvilenti come gl’interventi televisivi o radiofonici di mamme tanto ignoranti quanto isteriche e lasciamo morire pubblicazioni mortificanti e piene di sciocchezze
Cominciamo a pretendere che la magistratura intenda davvero vederci chiaro sull’argomento. Le quasi 600 sentenze italiane che condannano i vaccini per i guai provocati sono, di fatto, lettera morta perché non hanno portato il minimo beneficio ad una situazione quanto meno critica. Insomma, piantiamola con le chiacchiere, cominciamo ad usare l’intelligenza e a fare le persone serie e coscienziose, abbandonando le leggende e dimenticando gli interessi di quattrini, di carriera e di vanità.  Sarà possibile allora, quando la si finirà con la farsa tragica in cui siamo immersi e di cui siamo vittime, costringere le industrie farmaceutiche a produrre roba pulita. Si dovranno poi riformare totalmente gli enti di controllo, visto che oggi questi si fanno sfuggire allegramente presenze non solo inquietanti ma visibilissime nei vaccini. Quando l’Istituto superiore di sanità dice che non c’è farmaco più controllato dei vaccini mi chiedo che cosa ci sarà dentro i medicinali che così controllati non sono. Poi c’è il dramma delle sperimentazioni del tutto insufficienti o non fatte per niente. Anche di questo c’è testimonianza scritta sui bugiardini stessi. In non pochi casi sono entrati in commercio prodotti di cui, fatti alla mano, non si sa nulla, nemmeno se abbiano qualche efficacia. Anche qui basta leggere i bugiardini. Poi ci sarà da rifare una cultura onesta ai medici, molti di loro convinti che i vaccini siano una sorta di sacramento salvifico da somministrare alla cieca. Come tutti i farmaci, anche quelli sono da usare con grande circospezione, consci dei loro limiti che sono quelli di tutti i farmaci, valutando i possibili effetti indesiderati, considerando il soggetto da vaccinare non come un pezzo di carne cui ficcare dentro un po’ di liquido ma come un essere unico di estrema complessità. A costo di stupire chi leggerà questa intervista, certo generalizzando e certo facendo torto a qualcuno, bisogna essere obiettivi: lasciando da parte i disonesti, i medici non conoscono i farmaci se non con grande superficialità e secondo quello che le industrie farmaceutiche fanno loro sapere, e la conseguenza è che li usano troppo e male.
L’Istat, l’istituto che si occupa in Italia di statistica, ha rilevato una diminuzione nella durata della vita media. Una delle spiegazioni che sono state date è relativa al calo delle persone che si vaccinano, ma sarebbe interessante sapere come i cervelloni che hanno partorito questa stramberia arrivino a pensare che un ottantenne possa in qualche modo prolungare la sua vita vaccinandosi. Vaccinandosi per che cosa?, mi chiedo. Magari per il tetano come un medico voleva fare con mia suocera novantatreenne e in sedia a rotelle. Da una certa età in poi, calcoli all’incirca 65 anni, sperare che un vaccino possa immunizzare un soggetto nei confronti di qualche malattia è puramente fantastico. Al massimo si può sperare che questo non subisca effetti dannosi dal vaccino, ma non di più.
Dal mio punto di vista, un punto di vista assolutamente parziale, uno dei fattori che più contribuiscono alla diminuzione della durata di vita è l’inquinamento. Se ha visto il rapporto dell’Ispra appena pubblicato sull’inquinamento delle acque italiane c’è da aver paura. E consideri che in quello studio sono stati presi in esame solo i pesticidi, stando ai dati rilevati, una classe di veleni in un aumento preoccupante nelle acque. Se ci aggiunge i concimi chimici usati a profusione che finiscono inevitabilmente nei corsi d’acqua e nelle falde, lo sterco degli animali che alleviamo in modo intensivo per mantenere il consumo esagerato di carne e tutte le porcherie che buttiamo allegramente come certi reflui industriali o, come è accaduto per due volte in pochi giorni a Genova, per incidenti con petrolio e derivati, vedrà che la situazione è ben peggiore di quella descritta dal documento. Nell’acqua vivono i pesci che mangiamo, con l’acqua innaffiamo la frutta e la verdura e ci cuociamo gli spaghetti con tutto quanto ne consegue. Poi, sempre se vuole ragionare sul perché viviamo un po’ meno, veda ciò che ha appena pubblicato l’Organizzazione Mondiale della Sanità: nell’80% dei casi a livello planetario le città sono inquinate da particelle oltre le soglie di legge, soglie, peraltro, dettate solo dalla fantasia o dalla convenienza perché di fatto non esiste nessuna soglia di tollerabilità per le polveri come affermava correttamente già nel 2007 l’ente europeo per l’ambiente European Environment Agency. È chiaro che, se si respirano veleni, si bevono veleni e si mangiano veleni, l’organismo non sarà particolarmente contento. Aggiunga a questo i farmaci sporchi e avrà totalizzato un po’ d’indizi.

domenica 29 maggio 2016

Un ferro piovuto dal cielo: la lama del pugnale di Tutankhamon



Gli antichi egiziani lo sapevano e, in fondo, ce lo avevano detto. Un papiro racconta di un «ferro piovuto dal cielo». Ma il mistero dell’origine di uno dei due pugnali trovati insieme alla mummia del faraone bambino, Tutankhamon, ha diviso gli studiosi fin da quando, nel 1925, fu aperto il sarcofago custodito nella Valle dei Re.

A mettere la parola fine alla disputa è una ricerca italo-egiziana, nata anche dopo il ritrovamento di un cratere. Tra i tanti misteri e le superstizioni legati al faraone, a partire dalla maledizione che avrebbe colpito chi avesse profanato la sua tomba, almeno un’incognita è stata risolta. Con la fluorescenza a raggi X, gli scienziati hanno tolto ogni dubbio: il ferro della lama di quel pugnale arriva dallo spazio. 

«Gli oggetti egizi di ferro sono pochissimi, non avevano sviluppato la metallurgia del ferro e non c’erano cave. Così, era considerato più prezioso dell’oro», spiega Francesco Porcelli, professore di Fisica al Politecnico di Torino. «Per questo il ritrovamento del pugnale di Tutankhamon aprì un dibattito». A stupire era anche la grande qualità della manifattura, segno della capacità nella lavorazione del ferro raggiunta già allora. Il pugnale, di circa 35 centimetri e per nulla arrugginito, era infilato tra le bende della mummia, per prepararsi all’incontro con l’aldilà: basti a dire quanto era ritenuto prezioso. 

C’erano studiosi che già sostenevano si trattasse di un meteorite, mentre altri pensavano che fosse stato importato: in Anatolia nel XIV secolo a. C., quando visse Tutankhamon, il ferro c’era già. «Incredibilmente, però, finora nessuno aveva fatto analisi». 

Porcelli è stato, per otto anni fino al 2014, addetto scientifico all’ambasciata italiana al Cairo e ha messo insieme il progetto di studio, portato avanti dagli esperti sui meteoriti dell’Università di Pisa, il Politecnico di Milano e un suo spin-off, la ditta XGLab, insieme con il Politecnico di Torino, il Cnr e per parte egiziana il Museo del Cairo e l’Università di Fayyum. L’iniziativa è stata finanziata dal ministero degli Esteri italiano e da quello della Ricerca scientifica egiziano.

L’antefatto di questa storia è la scoperta nel 2010, che finì sulla rivista Science, del Kamil Crater nel mezzo del deserto egiziano. Si tratta di un piccolo «cratere lunare», rarissimo sul nostro pianeta, perché di norma l’erosione cancella i segni degli impatti dei meteoriti. A quella spedizione parteciparono tra gli altri gli studiosi di Pisa e dell’osservatorio astronomico di Pino Torinese. «Quando fu scoperto il cratere, parlammo del mai risolto interrogativo sul pugnale sulla mummia del giovane faraone della diciottesima dinastia, e decidemmo di fare le analisi, superando un po’ di riluttanza delle autorità egiziane, che giustamente custodiscono gelosamente i reperti», spiega Porcelli. 

Ma come si è arrivati a stabilire che si tratta di un metallo alieno? 
Dalla composizione: il ferro infatti contiene nichel al 10% e cobalto allo 0,6: «Sono le concentrazioni tipiche dei meteoriti. Pensare che possa essere il frutto di una lega, in queste concentrazioni, è impossibile». La strumentazione utilizzata sul reperto in Egitto non è stata invasiva, la fluorescenza a raggi X, poi i dati e i risultati sono stati analizzati in Italia. Il progetto bilaterale, iniziato nel 2014 e terminato con la pubblicazione in questi giorni, forse non sarebbe più possibile nell’Egitto di oggi. «Dopo il caso Regeni e il caos di questi mesi», racconta Porcelli, che sulla sua pagina Facebook ha l’appello perché si faccia chiarezza sul ricercatore ucciso, «molti studiosi non vogliono più partire per l’Egitto. Si è rotto un rapporto di fiducia. Spero che il seme delle primavere arabe torni a fiorire, intanto questo pugnale può essere un piccolo segno di quella collaborazione che dobbiamo tornare a intessere».

venerdì 27 maggio 2016

L'anima imprigionata in un corpo addormentato

Tutti noi abbiamo un amico/a che è stato/a a New York, Londra, Roma o Parigi, e tutti noi conosciamo almeno tre persone che abbiamo la stessa automobile.
Ebbene, ora ve lo spiego, poiché in entrambi i casi, che si tratti di acquistare la stessa automobile o di visitare la stessa città, si tratta di anime addormentate, esseri umani prigionieri del “Paese dei Balocchi”, schiavi dei propri desideri e schiavi del “pensiero unico” dettato e creato dalla società stessa, in poche parole ci troviamo di fronte a persone non-pensati, guidate non dalla loro personale volontà, ma da quella del pifferaio magico, ovvero i mass media, le mode, le pubblicità e infine il proprio ego...
Si perché andare a Parigi e farsi la foto alla Torre Eiffel da postare su facebook è ormai divenuto un vero e proprio rito, in pratica non si gira più il mondo per apprendere qualcosa o per evolversi spiritualmente, ma per far vedere agli altri di essere stati anche voi a Parigi...
immagine prelevata da internet
E queste persone al loro ritorno hanno poi il coraggio di dire: “Ho visitato la Francia o l'Inghilterra”, mentre in realtà hanno visitato solo le capitali del potere e del capitalismo, dove tutto costa il quintuplo che altrove e dove spesso, da fotografare non ci sono che i ricordi delle vecchie dittature, fossero esse imperi o monarchie.
Andare al Colosseo di Roma è la principale meta turistica italiana, ma il Colosseo è un luogo di morte, dove gli schiavi dovevano combattere tra loro o con le bestie, per intrattenere l'Imperatore e il popolo ignorante. Ma gli apparati di potere sono riusciti a fare anche questo, trasformare dei luoghi di sofferenza e violenza, in luoghi di “svago” da visitare con i propri amore, amici o la propria famiglia. Geniale no?
Questo è l'elenco dei tratti distintivi per riconoscere una persona addormentata:
  1. Visita le città simbolo del potere.
  2. Si indebita acquistando il modello d'auto più popolare del momento.
  3. Si veste firmato e segue le mode per “sentirsi qualcuno”.
  4. Partecipa entusiasta al tormentone del momento (fotografarsi le gambe in spiaggia, bere un litro di birra d'un fiato, svuotarsi un secchio d'acqua in testa ecc. ecc.).
  5. Parla di lavoro dopo lavoro e si vanta della propria produzione, evidenziando poi gli errori dei propri colleghi.
  6. Spettegola sulle altre persone ed è incuriosito dalle situazione sentimentali altrui, tanto da essere aggiornato costantemente sui cazzi degli altri.
  7. È pesantemente narcisista, ovvero si pone al centro del mondo dandosi molta, troppa, importanza. Lo dimostrano le continue foto che si fa e pubblica per ricevere approvazioni.
  8. Si etichetta ad un partito, una religione, una squadra di calcio, una bandiera, solo per simpatia, senza voler approfondire nulla sulla storia di quel che va a scegliere, come quelli che invocano il Duce essendo nati nel boom economico degli anni 90, o quelli che si sentono comunisti, solo perché non simpatizzano per la destra. In pratica al pensiero proprio, preferiscono quello preconfezionato delle etichette offerto dal millenario impero schiavista del Dividi et Impera.
  9. Non avendo una propria identità si mischiano alla folla, seguendone al dettaglio il taglio di capelli, l'abbigliamento e il modo di comunicare e di esprimersi del momento.
  10. Non riescono assolutamente a star soli e di conseguenza non dedicano nemmeno un minuto della loro esistenza alla conoscenza di se stessi. Qualsiasi argomento che superi la banalità demenziale è per loro fonte di grande noia.

Autore: Daniele Reale / Fonte: ilnuovomondodanielereale.blogspot.it
L’addormentato e la sua macchina biologica
Questo è un articolo lungo e piuttosto denso, quasi un manuale, per cui vi consiglio di non leggerlo di fretta, ma prendervi qualche minuto per studiarlo attentamente. L’essere umano è costituito di una macchina biologica – un apparato psicofisico – e un’anima, ossia il suo vero Sé. La macchina biologica si trova nell’uomo comune in uno stato di più o meno profondo addormentamento, il che le impedisce di venire utilizzata efficacemente dall’anima per i suoi scopi evolutivi.
L’anima di per sé non è né sveglia né addormentata, è semplicemente Presenza allo stato puro, ma non riesce a comunicare né a governare l’apparato psicofisico finché questo resta addormentato. L’anima si è, per così dire, identificata con la macchina biologica addormentata e ne subisce la volontà. La macchina è infatti dotata di una grande forza di volontà, tanto da permettersi di trascinare lo stesso Sé nei suoi loschi affari.
Le macchine biologiche terrestri, per esempio, provano un sinistro piacere nello scegliere e poi acquistare una grossa automobile nuova, nel guardare la partita di calcio con gli amici, nel ballare ritmi latino-americani e, soprattutto, nel viaggiare verso le principali mete turistiche. È infatti d’obbligo per un apparato psicofisico che si rispetti essere stato almeno una volta a Barcellona, Parigi, Londra, Miami, New York ed Egitto, pubblicare su facebook le immancabili foto, e parlarne poi a lungo, la sera, dopo una giornata lavorativa da servi del sistema, con gli amici che ci sono già stati oppure con quelli che desiderano andarci a breve (“perché non puoi perderti New York”). Se osserviamo da vicino il comportamento d’un apparato psicofisico addormentato potremmo inorridire nel sorprenderci a considerare davvero importante quale tipo di automobile guidiamo oppure quanto sbaveranno gli uomini se indossiamo quella gonna così corta. Che questo avvenga consciamente o inconsciamente non fa alcuna differenza.
Nell’addormentamento consideriamo come “nostro carattere” o “nostro stile di vita” ogni genere di turba psichica della macchina, la quale può anche prodursi in grandi discorsi filosofici ma poi di norma possiede un senso morale che si trova una tacca sotto quello di un cacciatore di delfini peruviano, e che le consente di mettere in atto comportamenti come tenersi il resto in eccesso che la cassiera ci ha dato per errore oppure fare sesso con l’amante nel pomeriggio e poi andare a cena con la moglie e i figli. Vista così, un’anima in balia d’una macchina biologica può risultare estremamente divertente, almeno quanto un bambino lasciato chiuso dentro un’automobile parcheggiata in cima a una discesa, cui si è appena rotto il freno a mano.
Ma esiste una via d’uscita per questa poco invidiabile situazione ? Sicuramente. Ma questa via non passa per una modificazione diretta dell’apparato psicofisico stesso, in quanto i tentativi portati in tal senso non forniscono risultati permanenti in termini di sviluppo dell’anima. In altre parole, gli sforzi messi in atto per interrompere certi comportamenti della macchina sono pericolosi per la macchina stessa e a lungo andare inutili.
Tutto ciò che possiamo fare è sforzarci di portare la macchina in stato di veglia, anziché tentare di modificare gli aspetti della macchina che non ci piacciono. Questo particolare stato di intensa Presenza, se applicato costantemente, guarisce in maniera naturale le distorsioni energetiche presenti nell’apparato psicofisico, senza per questo doversi soffermare sul significato mentale e storico della singola emozione negativa Non si tratta di “modificare le credenze inconsce” (ammesso che qualcuno ci riesca davvero) né di andare a vedere in che modo il tono di voce della mia maestra elementare ha influenzato la mia sessualità di oggi. Si tratta di svegliare la macchina affinché l’anima possa servirsene.
Tutto ciò che percepiamo come “aspetti negativi della macchina” è sempre, in ultima analisi, il risultato dello stato di sonno dell’apparato psicofisico. Se interrompiamo lo stato di sonno, interromperemo anche, come effetto collaterale di tale interruzione, le manifestazioni negative dell’apparato psicofisico, senza aver necessariamente lavorato su ogni singola manifestazione.
Il sonno della macchina è la sorgente di energia di ogni nostra manifestazione negativa. Svegliare l’apparato psicofisico è molto più radicale che riprogrammare le reazioni inconsce dello stesso, sebbene, come spiegherò a breve, i tentativi di risveglio della macchina sono intimamente collegati con le nostre distorsioni inconsce. Il punto è che finora pochi in Italia sono riusciti a operare questo risveglio della macchina. Uno è morto di recente e gli altri si guardano bene dal far vedere la loro faccia in giro. La dimensione animica in verità non è da un’altra parte, si trova sempre sotto gli occhi della macchina biologica, anche in questo istante, mentre leggete, ma non potete percepirla perché, per l’appunto, la macchina che utilizzate è addormentata.
Fortunatamente l’apparato psicofisico tende a portarsi in stato di veglia in maniera spontanea. Ma sfortunatamente tutte le volte che giunge vicino al risveglio noi mettiamo in atto ogni comportamento possibile per farlo ricadere nel sonno. Quando, a causa di un evento esterno, la macchina innalza il suo livello vibratorio e si porta alle soglie del risveglio, noi la ricacciamo indietro. Un eccessivo innalzamento della frequenza vibratoria viene infatti percepito come un dolore più o meno intenso sul piano emotivo. Lo stato di veglia è scomodo, procura fastidio, fa male. E noi non siamo stati educati a percepire il nostro dolore emotivo come un tentativo della macchina di uscire dal sonno. La verità è che non siamo abbastanza coraggiosi dal sopportare l’intenso dolore causato dal risveglio di un apparato psicofisico che è abituato a stare nel sonno.
Ogni volta che – stimolato da un evento della vita – l’apparato psicofisico si avvicina al risveglio, noi avvertiamo questo innalzamento vibratorio come rabbia, frustrazione, paura o un’intensa gelosia. Questo sentire è solo un riflesso del fatto che quella frequenza vibratoria è troppo elevata per il nostro sistema nervoso; in altre parole, non siamo fisicamente pronti per il risveglio. Come conseguenza mettiamo in atto comportamenti che diminuiscono il dolore, ossia cerchiamo di far ridiscendere il livello vibratorio modificando con le parole o con i fatti l’evento esterno oppure rimuovendolo dal nostro ricordo nel più breve tempo possibile.
Non è vero infatti che “il tempo guarisce ogni ferita”, bensì che il tempo rimuove la ferita e la conserva nell’inconscio, ma questa prima o dopo creerà un’altra situazione con il fine di richiamare l’attenzione su di essa. Cambieranno i personaggi capaci di far riemergere le ferite inconsce, gli uomini che incontriamo non avranno più esattamente il volto di nostro padre e le donne non avranno il volto di nostra madre; potranno essere il capoufficio, un amante o il partner, ma la loro energia richiamerà in qualche modo le figure parentali. Noi crederemo di essere attratti da quella persona quando invece rispondiamo a un’esigenza della macchina biologica ferita.
Ma tutto può essere cambiato. Quando l’anima esercita la sua Presenza e la forza della sua Attenzione – a lungo e in maniera costante – può utilizzare la macchina per produrre emozioni superiori, ma per farlo deve approfittare proprio di quei momenti in cui la vita stessa la conduce a un passo dal risveglio per mezzo di situazioni dolorose.
Pubblicazione letta su:ecplanet.com (LINK)
realizzata tramite articoli di Daniele Reale  e Salvatore Brizzi 

Bambini indaco e bambini cristallo: bambini speciali

foto da: animalvibe.org
Se Charles Darwin affermasse che l’umanità si evolve in continuazione e che ogni nuova generazione è più evoluta della precedente gli crederemmo sulla parola. 
Nessuno osa contraddire le verità della scienza. Ma quando lo stesso concetto, seppure rivisitato in un’ottica diversa, viene proposto da qualche corrente spirituale ecco che il dibattito si fa acceso. Eppure anche le teorie di Charles apparivano decisamente folli ai suoi contemporanei! In verità è più che lecito non prendere tutto per oro colato ma chiudere le porte a qualunque teoria alternativa rischia di essere limitante.
Faccio questa premessa perché l’argomento che intendo trattare oggi è delicato e per essere compreso, richiede un approccio esistenziale di tipo spirituale o perlomeno possibilista. Protagonisti di questa trattazione sono i bambini indaco e cristallo.

L’espressione “indigo children” nasce negli anni settanta, a formularla per prima è la parapsicologa Nancy Ann Tappe, ma è solo con la pubblicazione di “The Indigo Children” di Lee Carroll e Jan Tober nel 1999, che l’argomento attira l’attenzione del grande pubblico. La cultura new age prende la cosa molto sul serio tant’è che di lì in avanti nascono numerosi movimenti dedicati allo studio di questi bambini speciali. Non parliamo di geni nel senso classico del termine ma di ragazzi dotati di capacità fuori dall’ordinario: spiccata empatia, creatività, forza di volontà ma anche, in alcuni casi, poteri paranormali come chiaroveggenza e telepatia.
Se i bambini indaco, così chiamati per il colore della loro aura (alone luminoso, invisibile alla normale percezione, che circonda gli esseri viventi), sono dei piccoli guerrieri pronti a fare piazza pulita del passato, i cristallo, più evoluti ancora, aprono la via alla dimensione del cuore. In questi anni in molti hanno tentato di individuarne le caratteristiche peculiari visto che, a quanto pare, questi bimbi superdotati vengono spesso fraintesi, tacciati negativamente se non addirittura etichettati come malati.
Che ci si creda o meno, sta di fatto che è assolutamente sensata l’idea che le nuove generazioni siano più evolute rispetto a quelle passate. Ed è in tale ottica che ti invito a leggere quanto segue, senza necessariamente prendere tutto alla lettera. La teoria, magari ripulita di alcuni eccessi, è senz’altro uno spunto di riflessione interessante.


Partiamo dagli indaco visto che rappresentano la generazione che precede, dal punto di vista evolutivo ma anche anagrafico, i cristallo. Essi nascono a partire dagli anni ’70 fino al 2000, vengono spesso definiti “guerrieri spirituali” visto che il loro compito consiste nell’abbattere i vecchi sistemi per aprire le porte a una nuova consapevolezza improntata al bene e all’unità. Gli indaco, a differenza dei bambini cristallo, hanno un’indole abbastanza aggressiva, potremmo definirli spiriti liberi, molto consapevoli di sé e con una forza di volontà difficilmente domabile. Un temperamento, il loro, necessario per spazzare via le incrostazioni inutili del passato, ovvero tutti i sistemi non funzionali all’evoluzione umana poiché sviluppatisi secondo la logica del profitto e dell’avidità: dall’economia all’educazione, dalla sanità all’assistenza.


La loro “missione” è togliere il superfluo per permettere il ripristino di un equilibrio uomo-natura agevolando la nascita di un mondo più giusto, in cui gli esseri umani possano sentirsi una famiglia unita. I bambini indaco ci liberano dai falsi miti, dalle credenze che oramai rappresentano una zavorra, e lo fanno incarnandosi consapevolmente fra di noi. Ma non occorre credere nella reincarnazione per accettare l’esistenza di questa nuova generazione, potrebbe semplicemente trattarsi di evoluzione nel senso classico del termine. Perché escludere a priori tale possibilità?


I cristallo sono diretti successori dei bambini indaco, più evoluti e più centrati a livello del cuore; si tratta della generazione nata a partire dal 2000 (ovviamente non tutti ne fanno parte). Chi si occupa di spiritualità o quanto meno si interessa di ricerca interiore, saprà certamente che l’apertura del cuore è considerata fondamentale per accedere a un livello di consapevolezza superiore. Secondo diverse correnti spirituali l’umanità, in questo momento storico, sarebbe alle prese proprio con questa sfida: vivere non più di sola mente (e quindi di sola ragione) ma di cuore, portale d’accesso privilegiato dell’amore, inteso in senso universale.


La situazione attuale a livello ambientale ed economico dovrebbe chiarirci le idee, ovvero farci comprendere che l’evoluzione di tipo razionale non basta. Se un tempo la ragione ci ha traghettati nell’epoca dei Lumi e della scienza, oggi è l’amore per i nostri simili, per la natura, per gli animali a doverci guidare se intendiamo fare un ulteriore passo evolutivo. Premessa indispensabile per comprendere il ruolo dei bambini cristallo, esseri molto evoluti che alla guerra preferiscono la pace e la gentilezza.
Se i bambini indaco nascevano per risvegliarci in modo brusco, i cristallo, anche detti “guerrieri del cuore”, sono qui per insegnarci il valore dell’amore. Sono dei maestri, dei piccoli saggi che riportano in auge la coscienza cristica, ovvero gli insegnamenti originari del Messia. Ma il loro compito trascende le religioni, essi non sono necessariamente cristiani, musulmani o protestanti, non professano nessun dogma ma diffondono il credo del cuore, che implica in primis il rispetto reciproco e del pianeta che ci ospita. Il problema dell’umanità allo stato attuale è che, nonostante questi concetti siano stati appresi da molti a livello mentale, manca ancora un’apertura sincera e sentita del quarto chakra o Anahata.
Le caratteristiche dei bambini indaco e cristallo

Se i bambini indaco venivano spesso etichettati con diagnosi psichiatriche di Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività, tra i bambini cristallo si riconoscerebbero parecchi autistici. Difatti il bambino autistico non è necessariamente un disadattato, la forma di comunicazione alternativa che egli utilizza potrebbe dipendere da una sua scelta piuttosto che da un handicap. Perlomeno questo è il punto di vista di chi crede nell’esistenza di questi esseri speciali, ma lo spunto di riflessione è interessante anche per coloro che non familiarizzano con la spiritualità e materie affini.


Tornando alle caratteristiche peculiari, solitamente ai primi (gli indaco) si attribuiscono qualità come spiccata empatia, consapevolezza di sé, forza di volontà, anticonformismo, talvolta aggressività, specialmente laddove la natura del bambino sia stata in qualche modo repressa dalla famiglia o dalla società circostante. Potremmo tranquillamente definirli spiriti liberi, disposti a tutto in nome della giustizia, estremamente determinati, intelligenti e creativi ma spesso annoiati dalla realtà e ribelli nei confronti della stessa, specie se percepita come limitante.
I bambini cristallo sono invece decisamente più pacifici dei predecessori, si dice abbiano occhi molto grandi e penetranti, siano inclini al perdono, molto sensibili, tranquilli, comprensivi, accomodanti, spesso dotati di capacità extrasensoriali. Anche in questo caso il termine “cristallo” si rifà al colore dell’aura, opalescente, multicolore.


martedì 24 maggio 2016

I nativi d'america erano vegetariani


foto da: farwest.it
Conosciamo bene lo stereotipo del selvaggio Indiano delle praterie: uccisore di bufali, vestito di pelli di daino adornate di piume, con elaborati copricapi di penne, mocassini di pelle, che abita in un teepee di pelle animale, padrone di cani e cavalli, ed estraneo ai vegetali.
Ma questo stile di vita, un tempo limitato solo agli Apaches, fiorì non più di circa 200 anni fa e non è rappresentativo della maggior parte dei nativi americani di oggi e di ieri. 
Infatti si può confermare che il fenomeno del “bisonte-come-stile-di-vita” è il risultato diretto dell’influenza europea….

Tra la mia gente, gli indiani Choctaw del Mississippi e dell’Oklahoma, i vegetali sono la base della principale dieta tradizionale. Un manoscritto francese del XVIII secolo descrive la preferenza vegetariana dei Choctaw sia per i propri alloggi che per l’alimentazione. Le case non erano costruite con le pelli, ma in legno, mota, corteccia e canne. Il cibo basilare della dieta quotidiana, consumato in ciotole di terracotta, erano vegetali stufati con cereali, zucca e legumi, e il pane era preparato con mais e ghiande.
Altri alimenti apprezzati erano il granturco arrostito e la zuppa di mais.La carne era consumata molto raramente e in piccole quantità. 

Gli antichi Choctaw erano innanzitutto agricoltori. Anche gli abiti erano in tessuti vegetali, i vestiti delle donne erano artisticamente ricamati e gli uomini indossavano pantaloni di cotone. I Choctaw non hanno mai messo delle piume tra i capelli.

Le ricche terre dei Choctaw, l’attuale Mississippi, erano così agognate dagli americani del XIX secolo che la maggior parte delle tribù fu costretta ad allontanarsi verso l’attuale Oklahoma, scelto sia perché ampiamente disabitato sia perché le varie esplorazioni avevano stimato quel territorio come brullo e inutilizzabile. La verità, comunque, fu che l’Oklahoma era fertile per le necessità indiane e infatti fu usato comerisorsa agricola.
Sebbene molti Choctaw abbiano sofferto e siano morti durante l’infame deportazione sul “Sentiero delle Lacrime”, i sopravvissuti con le loro genialei tenciche di agricoltura integrata costruirono un Oklahoma nuovo.
George Catlin, il famoso storico degli Indiani del XIX secolo, descrisse nel 1840 le terre dei Choctaw dell’Oklahoma meridionale, come segue:
“…il terreno era quasi completamente coperto di vigne, 
che producono grandi quantità di uva prelibata…
con grappoli a perdita d’occhio…e spesso intervallate 
da centinaia di ettari di alberi di prugne…
ogni cespuglio visibile era pieno di bacche,
che talora avevano rami erano letteralmente senza foglie
e che arrivavano a terra…
e distese di ribes selvatico, di uva spina, e di fichi d’india.”
Durante i loro viaggi, molti anglosassoni in cerca di alimenti “selvaggi” incontrarono i bei campi coltivati dagli Indiani. Molti alimenti choctaw cucinati tutt’oggi durante le festività sono vegetariani. Il granturco è così importante per noi che lo consideriamo divino. La nostra leggenda sul granturco narra che era un dono di Hashtali, il Grande Spirito. Il mais era il segno di riconoscenza per aver alimentato la figlia del Grande Spirito quando era affamata. Hashtali letteralmente significa “Sole di Mezzogiorno” e i Choctaw credono che il Grande Spirito risieda nel sole, e il sole favorisce la crescita del mais.
Un’altra leggenda Choctaw descrive l’aldilà come un luogo di delizie dove tutti sono ammessi, tranne gli assassini. E cosa mangiano i Choctaw in “paradiso”? Si nutrono naturalmente del cibo più dolce che non finisce mai, il melone.
Più di una tribù ha delle leggende che descrivono la gente come vegetariana che vive in una sorta di Giardino dell’Eden. Un racconto Cherokee descrive gli umani, le piante e gli animali delle origini come “reciprocamente uguali e solidali”. I bisogni di tutti erano raggiunti senza uccidere nessuno.
Quando l’uomo è diventato aggressivo e ha iniziato a cibarsi di animali, questi ultimi si sono inventati delle malattie per fermare la popolazione umana. 
Le piante rimaste disponibili si sono offerte non solo come cibo, ma anche come medicamenti per combattere le nuove malattie.
Molte erano le tribù che si comportavano come i Choctaw. In tempi antichi i bambini aztechi, maya e zapotechi assumevano una dieta vegetariana al 100% fino ai 10 anni di età.
Alimento primario erano i cereali, specie le diverse varietà di mais. Si considerava che tale dieta rinforzasse le difese immunitarie dei bambini.
 
Gli spagnoli furono sorpresi di scoprire che questi Indiani avevano una vita media più lunga della loro.
Una dieta completamente vegetariana assicurava ai bambini una vita più lunga e sana. Questi consigli comprendono l’atole, una bevanda calda a base di cioccolato, preparata con amido di mais e acqua, con l’aggiunta di cioccolato o cannella e zucchero. L’atole è considerato un alimento sacro.
Circa metà dei vegetali usati per alimentazione presenti oggigiorno furono coltivati originariamente dagli Indiani d’America e non erano conosciuti in altri Paesi prima della scoperta dell’America
stessa.

Immaginate la cucina italiana senza pasta e pomodoro, e quella irlandese senza patate, o quella ungherese senza la paprika?
Tutti questi alimenti hanno origine Indiane.
Una lista incompleta di altri cibi indiani includono pepe, pepe rosso, arachidi, anacardi, patate dolci, avocado, frutto della passione, zucchine, fagioli verdi, fagioli, sciroppo d’acero, fagiolo di Lima, mirtilli, noci americane, gombo, cioccolato, vaniglia, semi di girasole, zucca, cassava, noci, 47 varietà di bacche, ananas e ovviamente il popcorn.
Molti libri di storia raccontano la vicenda di Squanto, un Indiano Pawtuxent che visse agli inizi del 1600, famoso per aver salvato i Pellegrini dalla fame. Egli mostrò loro come raccogliere alimenti selvatici e come piantare il mais.
Ci sono stati migliaia di Squanto da allora, anche se i loro nomi sono sconosciuti. Infatti l’agricoltura moderna è debitrice dei metodi e del pensiero Indiani sullo sviluppo, l’ibridazione, la piantumazione, la crescita, l’irrigazione, la conservazione, l’utilizzo e la cottura dei semi.E lo spirito di Squanto sopravvive ancora oggi. 
Un esempio su tutti è quello della stazione di ricerca governativa peruviana collocata in un remoto villaggio amazzonico chiamato Genaro Herrera. L’università ha formato botanici, agronomi e forestali per lavorare in quei luoghi, per studiare scientificamente tutti i modi in cui gli indigeni locali coltivano e preparano il cibo.Questi tecnici imparano anche a vivere nella foresta senza distruggerla e studiano i modi per combattere gli insetti nocivi senza pesticidi.


La tendenza che ha allontanato alcune tribù indigene nordamericane dalla dieta base può essere rintracciata a partire da Coronado, un esploratore spagnolo del XVI secolo. Prima di quel periodo la caccia era un hobby tra gli indigeni, non una occupazione. Gli Apaches erano una delle poche tribù che contava sull’uccisione degli animali per sopravvivere.

Ma tutto questo cambiò quando Coronado e il suo esercito attraversarono il West e il Midwest partendo dal Messico. Alcuni dei loro cavalli scapparono e si moltiplicarono velocemente nelle verdi praterie. Gli Indiani ri-addomesticarono questi nuovi animali e iniziò l’Era del Bisonte.
I cavalli sostituirono i cani come animali da soma e furono eccellenti per il trasporto.Questa fu una importante innovazione per gli Indiani delle Praterie, come lo fu l’automobile molto più tardi per gli anglosassoni. La vita nelle praterie divenne ben presto molto più facile.
Dall’est arrivò un’altra nefasta influenza: le armi.
I primi coloni americaniportarono con sé anche le loro armi da fuoco. Dato il senso di “minaccia” degli Indiani, i coloni svilupparono le loro armi, creandone con successo di sempre più precise e potenti. Ma fornirono purtroppo di armi anche gli Indiani loro alleati nelle causa coloniale. Dato che era estremamente più facile uccidere un animale con un fucile che con arco e freccia, le armi da fuoco si diffusero velocemente tra gli Indiani. L’uccisione dei bisonti divenne molto semplice, proprio grazie all’introduzione del cavallo e del fucile.

Gli Apaches si unirono ad altre tribù, come i Sioux, i Cheyenne, gli Arapaho, i Comanche e i Kiowa. Queste tribù “persero il mais”, abbandonarono l’agricoltura e iniziarono per la prima volta a vivere esistenze nomadi. In breve tempo il loro cibo, gli abiti, e i rifugi dipesero completamente da un unico animale, il bisonte.



George Catlin lamentava questo fatto già nel 1830. 
Previde l’estinzione del bisonte, che si avverò poco dopo, e il pericolo di non diversificare la propria sussistenza. Catlin sottolineò che se gli Indiani delle Praterie avessero ucciso un bisonte per uso personale, la situazione non sarebbe stata così grave. Ma poiché questi animali furono massacrati per il profitto, il loro destino era segnato. (Nella foto potete osservare l’orribile catasta d’ossa di bisonte ad opera criminale dei coloni bianchi provenienti dall’Europa, che uccidevano, non per sopravvivere, ma per “sport” come accade ancora oggi con la caccia.)

Era l’uomo bianco che se ne avvantaggiava. 
C’era un mercato insaziabile di lingue e pelli di bisonti.
Nel 1832, Catlin descrisse un massacro indiscriminato di bisonti perpetrato da 600 Sioux a cavallo. Questi uomini uccisero 1400 animali e ne presero solo le lingue. Queste furono vendute ai bianchi per pochi galloni di whiskey. Non c’è dubbio che il whiskey indebolì il talento indiano sull’uso di questi animali. Tra le tribù che non commerciavano coi bianchi, l’animale era utilizzato in tutte le sue parti e nessuna era buttata. Inoltre i bisonti non erano uccisi d’inverno perché in quella stagione gli Indiani ne utilizzavano la carne secca.
Da quel momento invece i bisonti furono uccisi soprattutto in inverno, perché era in quella stagione che i loro magnifici manti erano lunghi e rigogliosi. Catlin stimò che per fare cappotti per la gente dell’Est ogni anno venivano uccisi 200.000 bisonti.
Il cacciatore indiano era caduto nella trappola per una pinta di whiskey.

Se gli Indiani avessero compreso il senso dell’estinzione degli animali,avrebbero cessato di massacrarli. Ma per gli Indiani il bisonte era un dono del Grande Spirito, un dono che ci sarebbe sempre stato. Decenni dopo la scomparsa delle mandrie enormi, gli Indiani delle Praterie credevano ancora che sarebbero potute tornare. Ballarono la “Danza del Fantasma”, creata appositamente per il ritorno dei bisonti, e pregarono sperando nel miracolo fino al 1890.
Nel passato, e in diverse tribù la dieta carnivora era rara e certamente non era un’abitudine quotidiana. Molto cambiò dal momento dell’introduzione dell’abitudine carnivora europea, del cavallo e delle armi e la diffusione delle bevande alcoliche e dei commerci dei bianchi. Oggigiorno solo pochi Indiani possono dichiararsi vegetariani.



Ma non fu sempre così. Per la maggior parte dei Nativi Americani del passato, la carne non solo non era un alimento ricercato, e il suo consumo non era ambito, come invece accade oggi, in cui gli americani mangiano il tacchino per il Ringraziamento, considerandolo un dovere religioso.
La carne non aveva niente di cerimoniale.
Al contrario lo era una pianta, il tabacco, molto usata durante le cerimonie e i riti, e consumata solo moderatamente al di fuori di quelle occasioni. Grandi eventi come la Festa d’Autunno era centrata sul raccolto, specie del mais. I Choctaw non sono gli unici a continuare a ballare la danza del Mais.


Come sarebbe questo Paese oggi se fossero stati osservati i costumi antichi? 
 
Credo si possa dire che il rispetto Indiano per le forme di vita non umana avrebbe avuto un grande impatto sulla società americana. Il mais e non la carne di tacchino sarebbe stato usato nei menù del Giorno del Ringraziamento. Poche sarebbero state le specie estinte, l’ambiente sarebbe più salubre e gli americani indiani e non indiani avrebbero vissuto vite più sane e longeve. Ci sarebbe stato anche meno sessismo e razzismo, perché molta gente crede che il modo in cui si trattano gli animali (specie se indifesi) è lo stesso che si usa verso i bambini, le donne e le minoranze.
Non realizzandolo, i guerrieri e i cacciatori indiani del passato andarono dritti verso il mondo degli uomini bianchi che bramava le loro terre e i loro bisonti. Quando gli presero le terre e decimarono le mandrie di bisonti non poterono più tornare indietro. Ma gli Indiani che scelsero il sentiero della pace e si affidarono alla diversità e abbondanza delle piante per la propria sopravvivenza poterono salvare i loro stili di vita. Anche dopo che furono deportati in nuove terre poterono continuare le loro esistenze e ri-piantare la vegetazione.
Ora, noi, i loro discendenti, dobbiamo ritrovare lo spirito delle tradizioni antiche per il bene di tutti. Dobbiamo scostarci dall’influenza europea che ci ha allontanati da uno stile di vita più sano. Dobbiamo riabbracciare i nostri fratelli e sorelle, cioè gli animali, e “ritornare al mais” una volta per tutte.

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