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domenica 28 febbraio 2016

I monaci Sholin: saggezza anche nell'alimentazione


foto da: ilfattoquotidiano.it

“Sii moderato con il cibo e non gravare il tuo corpo con pesi inutili, dagli solo quello che richiede, ed esercitati nel digiuno quando è indebolito”
Ogni energia, ogni parte del creato, è indispensabile alla vita. Ogni specie vivente ha un proprio ruolo in questa gigantesca struttura cosmica, per cui c’è una sorta di sacralità che deve essere recuperata dall’uomo moderno, la sacralità di ciò che ci circonda: la sacralità dell’acqua dell’aria, del sole, non in senso pagano o panteistico, ma come visione di un progetto unico. Il “cosmo”, (che significa ordine, a cui si contrappone il termine caos, che significa dis-ordine), è il prodotto di un progetto intelligente, il cui artefice è Dio. L’universo è un progetto sano, il cui scopo è di permettere a ciascun individuo di effettuare il più avventuroso dei viaggi: la realizzazione del sé. La scoperta dell’io dell’auto-coscienza, è il traguardo di un essere umano degno di questo nome. L’equilibrio tra i macro e i micro-sistemi, all’interno del cosmo, produce un’ulteriore ordine che chiamiamo: salute, serenità e illuminazione. Esiste un’intima relazione tra il microcosmo e il macrocosmo, un’unità. Ciò che è fuori è dentro, la stessa acqua che è fuori è la stessa acqua che è dentro; la stessa aria che mobilita tutto ciò che si muove nell’universo, mobilita tutto ciò che si muove nel microcosmo del corpo; della stessa sostanza con cui sono fatte le nostre ossa, sono fatte le ossa di tutti gli altri esseri. Gli elementi solidi, liquidi e gassosi, l’energia termica, il Qi, presenti nel corpo, sono gli stessi presenti nell’universo. Per cui depauperando queste energie, depauperiamo le nostre stesse risorse. Indebolendo e degradando l’ambiente che ci circonda, degradiamo il nostro stesso ambiente fisiologico. Le nostre fonti energetiche, sono il risultato dell’interazione dei macro elementi cosmici: spazio, aria, fuoco, acqua e terra, che si aggregano sempre nella medesima sequenza, come è dimostrato dalle scienze come l’embriologia e la botanica. L’elemento gassoso è il prodotto dello spazio, l’elemento termico è l’esito dell’elemento gassoso, l’elemento liquido è generato dalla condensazione provocata dall’elemento termico, e l’elemento solido è la trasmutazione dell’elemento liquido. Creare confusione su queste macrocategorie, significa confondere la mente, i pensieri e il nostro atteggiamento nei confronti della vita, con l’immediata conseguenza della confusione nella nutrizione, che produce a sua volta, una cattiva assimilazione del Qi, che come risultato provoca patologie fisiologiche e psicologiche.



L’importanza di alimentarsi in armonia con la natura

“Non si deve mai bere vino, né mangiare carne. È contro le regole del buddismo. Coloro che vogliono imparare lo Shaolin-kung-fu devono obbedire a questo comandamento, perché il vino annulla la volontà e l’abilità, e la carne seppellisce lo spirito.”

Per assorbire il Qi dalla natura, è necessario adottare una dieta adeguata, in quanto alcuni cibi favoriscono l’assorbimento del Qi cosmico e altri lo ostacolano. I maestri raccomandano a chi intraprende il sentiero Shaolin, di alimentarsi con cibi vegetariani e di non bere alcolici, poiché la dieta vegetariana è compassionevole e la più coerente per chi pratica lo Shaolin-Kung-fu. Il cibo non solo influisce sul corpo ma anche sullo stato mentale. “La qualità del cibo che mangiamo diventa la qualità della nostra coscienza. Perciò se non cambiamo dieta non saremo in grado di cambiare la nostra coscienza.” Il cibo è una sostanza fisica composta di cinque elementi terra, acqua, fuoco, aria, etere, che nutre direttamente il livello fisico (sarira) e attraverso la sua mediazione, nutre indirettamente anche il livello mentale (manas) e quello coscienziale (citta). Il cibo nutre la forza vitale (Qi), attraverso la quale: sostiene i riflessi istintivi autonomi e stimola gli impulsi emozionali dormienti nell’inconscio, generando un particolare tipo di attività, in accordo alla natura del cibo stesso. Per esempio, alimentandosi di carne, sostanza pervasa dall’influenza della malvagità verso le altre creature, si promuovono l’aggressività e la violenza. Dal punto di vista atletico, durante la pratica del kung-fu, l’energia concentrata in una particolare parte anatomica, supera in alcuni casi l’80% in un solo movimento. Nell’esecuzione delle sequenze tao-lu, la riuscita perfetta dell’esercizio dipende dalla concentrazione di volontà e intenzione (yinian), che genera e invia al corpo una grande quantità di energia jing. Ma è importante soprattutto considerare la qualità del jing espresso nella pratica del kung-fu. L’alimentazione carnea sviluppa un jing aggressivo, violento (ossia senza logica), impulsivo e incontrollabile, mentre l’alimentazione vegetariana fornisce un jing vivace e potente, di prima qualità, facilmente gestibile, che potenzia il sistema immunitario e la struttura muscolo-scheletrica, protegge il sistema cardio-vascolare, raffina le facoltà sensoriali, e dona una capacità di ripresa tre volte superiore a quella di un soggetto con un regime alimentare a base di carne. Recenti studi hanno confermato che gli atleti vegetariani esprimono più controllo, più forza e resistenza di quelli carnivori che invece dimostrano di essere più violenti, impulsivi e incostanti. Anche nel laboratorio della natura constatiamo questa realtà; per lavorare l’uomo non utilizza i più potenti predatori della terra come i leoni o le tigri, ma i mansueti animali erbivori come elefanti e tori, perché sono più forti. Il mito diffuso che nutrirsi con proteine d’origine animale (carne, uova e pesce), generi un corpo forte e robusto è falso. Questa abitudine errata, porta invece a superare le esigenze proteiche dell’organismo, promuovendo lo sviluppo di una struttura corporea grossolana, espressione di una crescita accelerata e innaturale, più esposta all’azione tossica dei residui proteici non digeriti, che provoca una maggiore disposizione alle malattie infettive e a patologie cardio e cerebro-vascolari. L’esperienza clinica conferma infatti, un aumento delle difese immunitarie su soggetti passati ad una dieta latteo-vegetariana.

La compassione dei discepoli di Buddha

“Il saggio ha il cuore unito alla natura, e con la saggezza vive in modo che tutti possano vivere.”

Per ottenere la carne è sempre necessario ferire o uccidere, e una persona nobile non desidererà infliggere sofferenza ad altri solo per soddisfare la sua lingua. Inoltre i monaci Shaolin imparano a combattere dagli animali, come potrebbero mostrarsi così ingrati verso questi “maestri della natura” da arrivare ad ucciderli? Mangiare carne è senza alcun dubbio un’azione violenta e quindi non conforme al buddismo. La dottrina buddista insegna: “Due pilastri sostengono il grande edificio del buddismo: grande saggezza (maha-prajna) e grande compassione (maha-karuna). La saggezza scorre dalla compassione e la compassione dalla saggezza, perche sono una cosa sola”. Il primo precetto buddista ingiunge: “Non uccidere, anzi mantieni e tutela ogni forma di vita“, e i Testi del buddismo Mahayana sostengono che: “Mangiare la carne spegne il seme della grande compassione.” Buddha nella sua vita personificò questo oceano di compassione, con la scelta vegetariana che aveva un ruolo essenziale nella saggezza che predicava. Un poema attribuito a Lui afferma: “Le creature senza piedi hanno il mio amore. E così (lo hanno) quelle a due piedi; e anche quelle a molti piedi. Possano tutte le creature, tutte le cose che hanno vita, tutti gli esseri di qualsiasi specie, non vedere mai niente che li possa danneggiare. Possa non accadere loro mai nulla di male.” I Suoi primi biografi riferiscono che considerava il desiderio di mangiare carne “una pulsione nata dall’ignoranza (trishna).” I racconti Jataka, insegnano che tutti gli uomini, prima o poi hanno avuto corpi di animali e che tutte le creature hanno la facoltà di raggiungere l’illuminazione in una nascita futura, per cui uccidere un animale è un atto esecrabile quanto uccidere un essere umano. Tutti i sutra buddisti come il Lankavatara, il Surangama e il Brahmajala, per nominarne alcuni, appoggiano il vegetarianesimo. Nel Lankavatara-sutra per esempio il Signore Buddha afferma: “Per il bene dell’amore e della purezza, il bodhisattva (l’anima illuminata) dovrebbe astenersi dal mangiare carne, che è generata dal seme, dal sangue, ecc. Per non incutere terrore agli esseri viventi, il bodhisattva, che si sottopone a una disciplina per raggiugere la compassione, si astenga dal mangiare carne. … Non è vero che la carne sia un cibo adatto e permissibile, quando non si è i diretti responsabili dell’uccisione dell’animale, quando non si ha ordinato agli altri di ucciderlo, quando non è stato ucciso appositamente per noi. … Di nuovo, ci saranno persone in futuro che… sotto l’influenza del desiderio di carne (trishna), metteranno insieme molte argomentazioni sofisticate, e in tanti modi diversi, per difenderne il consumo. … Ma … il mangiare carne in qualsiasi forma, e in qualsiasi luogo è incondizionatamente e una volta per tutte proibito. … Non ho permesso a nessuno di mangiare carne, non lo permetto ora, e non lo permetterò in futuro….”

Inoltre, nel Surangama-sutra afferma: “E` per sfuggire alle sofferenze della vita e per cercare di raggiungere il samadhi (la perfezione mistica), che si pratica dhyana (la meditazione). Ma perché infliggere sofferenza agli altri, quando noi stessi cerchiamo di sfuggirla? A meno che non possiate controllare la mente in modo tale da placare anche solo il pensiero di un atto brutale e dell’uccidere, non sarete mai in grado di sfuggire ai legami della vita in questo mondo. Dopo il mio parinirvana (illuminazione ultima) nell’ultimo kalpa (era) si incontreranno ovunque diversi tipi di fantasmi che inganneranno la gente e insegneranno che si può mangiare la carne e raggiungere lo stesso l’illuminazione. … Come può un bhikshu (colui che cerca), che spera di imparare a liberare gli altri, vivere della carne di esseri senzienti?” Una descrizione della missione di Buddha compare nelle opere di Jayadeva Gosvami, famoso maestro spirituale e poeta della fine del dodicesimo secolo. Nel suo popolare cantico devozionale Gita-Govinda, scritto in omaggio alle dieci principali incarnazioni di Dio, Jayadeva scrisse: “O mio Signore! O Persona Suprema! Tutte le glorie a Te! Per tua grande compassione sei apparso nella forma di Buddha per condannare i sacrifici di animali raccomandati nei Veda.” Le ingiunzioni di Buddha misero fine a questa macellazione incontrollata di animali, e il buddismo indiano autentico viene tutt’ora ricordato per la sua enfasi sulla non violenza e il rispetto di tutte le forme di vita. I movimenti buddisti contemporanei, come il Buddhists Concerned for Animal Rights, si danno da fare per ristabilire i principi vegetariani nella tradizione buddista. E alcune branche del buddismo, come l’Ordine Shaolin e la setta Cao-Dai, che ha avuto origine nel Vietnam del sud, vantano ora due milioni di seguaci, tutti vegetariani. L’ahimsa, il rispetto per la vita in tutte le sue forme, è rimasta il pilastro di sostegno di tutte le scuole di pensiero religioso orientale, e del buddismo in particolare.

Non fare agli altri…

“Gli altri sono noi, noi siamo gli altri. Come ci poniamo verso la vita, la vita si pone verso di noi”

La dottrina buddista, prescrive dunque ai monaci Shaolin un regime alimentare interamente vegetariano, perché il saggio non vive a spese della vita altrui, eppure la natura gli fornisce tutto ciò di cui ha bisogno. La violenza sugli animali non è soltanto una questione di etica astratta o di sentimentalismo religioso, infatti, secondo le leggi della natura, si raccoglie ciò che si semina. Per armonizzarsi con la natura e beneficiare della sua energia, è necessario rispettarla, e chi sceglie di essere violento verso di lei, riceverà in cambio solo reazioni violente. In accordo ai Veda chi uccide gli animali direttamente o indirettamente (per esempio acquistando carne), ne riceverà una reazione precisa, qualcosa che va al di là degli scrupoli morali e dei rimorsi di coscienza. Si dice: “Ciò che semini raccogli”, questo inesorabile ciclo di azioni e reazioni è chiamato in sanscrito: “Legge del karma.” Uccidere altri esseri viventi e mangiarne la carne, significa agire in modo disarmonico con le leggi della natura, perciò provoca indubbiamente un accumulo di karma negativo. La reazione destinata non si manifesta immediatamente, ma nel corso del tempo, nella forma di malattie, incidenti e violenza. Molti recenti rapporti medici e scientifici infatti, hanno dimostrato chiaramente la relazione che c’è fra diete a base di carne e “killer” implacabili come il cancro e le malattie di cuore. Per eliminare la sofferenza nostra e altrui dal mondo e per evitare morti inutili, i monaci Shaolin aderiscono al principio buddista: ahimsa paramo dharmah (“la non violenza è il supremo dovere dell’essere umano”). Gli spiritualisti hanno il dovere di insegnare con il loro esempio, il rispetto e la compassione per l’intera creazione, perché è sulla compassione universale che si basa la vita spirituale, perciò come può uno spiritualista essere crudele? I maestri Shaolin concludono: “La nostra preoccupazione per le creature di Dio, è fondata sulla visione spirituale, che Damo ci ha insegnato, questa visione di uguaglianza universale è la chiave per poter rispettare ogni forma di vita, ed è un impegno che rimane incrollabile in ogni circostanza.

venerdì 26 febbraio 2016

Capire le donne e le loro (silenziose) richieste d'aiuto

Le donne sono degli esseri complessi, e più passano gli anni più lo diventano.



In una società in cui la donna deve dimostrare costantemente di sapersela cavare da sola, così come espressamente richiesto dalla rivoluzione femminile (durata quasi due secoli e che ha avuto come caposaldo la necessità dell’emancipazione femminile, eroneamente tradotta con la concezione della donna forte che non ha bisogno dell’uomo), è difficile per questo essere così delicato sentirsi libero di ammettere le proprie debolezze.
La donna contemporanea, figlia di madri che hanno fatto, attivamente e non, la rivoluzione del sesso debole, sta combattendo da anni contro la propria femminilità, cercando di soffocarla e negrala con tutta la propria forza. Il risultato di tale manovra sono queste donne dure e ciniche, spesso arrabbiate e sempre sul filo della nevrosi, con cui i maschietti (che nel contempo stanno scoprendo la loro energia femminile) faticano sempre di più a rapportarsi.

Le maggiori lamentele:

Lui non mi ascolta, pensa ai fatti suoiNon è abbastanza maturo, pensa solo a divertirsi, a mangiare e a fare sessoNon mi chiede mai come sto, se ho bisogno di qualcosa e non si accorge se sto male”

Se un uomo vuole avere un ottimo rapporto con la donna, quindi, deve schiodarsi dalla sua natura “di orso” e comprendere altri aspetti che fino ad oggi non aveva considerato.

Le differenze tra i sessi

John Gray, scrittore e saggista statunitense specializzato nello studio delle problematiche di coppia, famoso per la realizzazione della collana Marte e Venere che analizza le problematiche delle relazioni sentimentali uomo-donna, definisce gli uomini dei marziani e le donne delle venusiane.
L’uomo (il marziano) quando affronta un problema rimane in silenzio e si chiude in sé stesso sino a quando ha trovato una soluzione. Non vuole scaricare il problema sul partner o raccontarlo ad un amico, a meno che quest’ultimo non sia davvero necessario.
La donna (la venusiana) quando ha un problema preferisce parlarne e non si vergogna dei suoi errori come potrebbe succedere per l’uomo. Per una donna discutere con il partner o raccontarsi con un’amica è un toccasana e la fa stare meglio anche se, di fatto, non le viene fornita alcuna soluzione.

Il distacco istintivo nella difficoltà di comunicazione

Ciò che gli uomini non capiscono è che le donne, vedendo l’uomo per natura così distante dal loro modo di comunicare, sviluppano un innato timore verso l’azione del confidarsi e chiedere esplicitamente aiuto. Tale inibizione inizia con la pubertà, nel momento in cui si trovano costrette a mutare il rapporto col padre e a disconoscerlo perché non più in grado di capirle. In quel momento, dentro di loro si forma un messaggio che si annida nell’inconscio: “Gli uomini non possono capirmi e, di conseguenza, non possono aiutarmi. Quindi dovrò fare tutto da sola!
Si rivolgeranno quindi alla madre, che non riuscirà a dare loro soluzioni concrete e risolutive, e cadranno in quel loop di “negazione del bisogno” che le potrerà a temere di esternare agli uomini le proprie necessità in modo diretto e senza doversene vergognare.

La vitale e indispensabile funzione dell’uomo

Giusto o sbagliato che sia, l’uomo si trova già di fronte a questa situazione abbastanza grave, tale per cui la donna si aspetta che un uomo sappia cogliere quello che di norma solo le donne, o uomini molto femminili, riescono a intravedere dietro piccoli gesti ed espressioni.
Per risolvere questo divario, pretendere che le donne si induriscano e smettano di aver bisogno, mi sembra un’aspettativa azzardata: nel momento in cui la donna dovesse smettere di aver bisogno dell’appoggio dell’uomo, la funzione di quest’ultimo verrebbe meno e si produrrebbero, come sta accadendo, uomini demotivati e frustrati che non sanno più sentirsi maschi a meno che non si accoppino selvaggiamente con tutte le femmine che gli capitano a tiro o a meno che non si ritrovino in discutibili gruppi di loro simili a bere e far baldoria.

Le differenze tangibili tra Uomo e Donna

L’uomo è più pratico e tende a dare soluzioni alla donna rispetto alla comprensione e all’ascolto. Il suo valore principale è mettere alla prova sé stesso; aspira al successo ed a sviluppare le proprie capacità. Si sente soddisfatto se in un rapporto le sue competenze sono indispensabili alle donne, altrimenti sprofonda nella passività. Probabilmente ascoltare le divagazioni femminili senza poter trovare soluzioni immediate e concrete non rientra nella sua sfera di competenza.
Le donna è motivata quando si sente amata con sollecitudine. Ha bisogno di condividere i problemi e di essere sostenuta. Ha la necessità che l’uomo si interessi attivamente alle sue cose e che si premuri di capire se lei sta bene o se c’è qualcosa che non va. La comprensione del proprio partner aiuta la donna ad apprezzare chi le sta accanto e le dà appoggio.
L’uomo – di solito – non comprende l’esigenza femminile di essere semplicemente ascoltata e per rispetto la lascia da sola (secondo l’uomo, quando si è sconvolti è meglio stare da soli) oppure le offrirà delle soluzioni non richieste, pratiche e “fredde” che saranno l’opposto di quello di cui lei, in quel momento, avrà bisogno. La donna inizierà quindi a pensare di essere l’unica a dare tanto nel rapporto e pian piano diventerà triste e demotivata.

I micidiali segnali di colpa che produce la donna

La donna tende a dare la colpa al partner quando si sente poco sostenuta.  Non si rende conto che l’uomo ha altri modi per manifestare il suo contributo nella coppia. L’uomo infatti ha difficoltà a parlare dei suoi problemi, preferisce trovare la soluzione da solo. Partendo da questo presupposto, crede erroneamente che anche le donne dovrebbero applicare la stessa tecnica e non si pone la domanda (così come non lo fanno le donne quando si arrabbiano perché il loro uomo non parla con loro) se per caso la sua partner non funzioni diversamente ed abbia bisogno di qualcos’altro.
Il più delle volte, quando la donna sta male, non ha bisogno nient’altro che di un abbraccio e di una persona che le dica “Ci sono, sono qui, non ti lascio, stai tranquilla che risolviamo insieme”! Nient’altro.
Quando una donna è in difficoltà, è sconvolta ha solo bisogno di essere compresa e di un po’ di compagnia. Una persona che l’ascolti. L’uomo invece tende a dare soluzioni e sottovaluta anche episodi apparentemente banali. Non importa se la ragione per cui la donna è sconvolta, all’uomo sembra una cosa stupida o di poco conto. Non sta all’uomo giudicare la sensibilità della donna che ha vicino bollandola come eccessiva.

Errati metodi correttivi creano spaccature irrisolvibili

Quando una persona soffre, qualunque sia il motivo, non è di certo privandola del conforto che la si educa a non soffrire. Esempio: se una persona arriva da te disperata con un buco nella pancia, non è rimproverandola per essere stata spericolata ed essersi fatta male che la si aiuta. Prima andrà sanato il danno grave e poi le si potrà spiegare come non farsi più male. E lo stesso vale per la sofferenza delle donne, per quando all’uomo sembri di natura banale e assolutamente non grave, la sola cosa da fare è avere rispetto e considerazione di quel momento difficile che la donna sta attraversando.
Una donna è capace di rimanere ferita anche se una collega le dice che un’altra ha parlato male di lei. Non importa se questo fatto, in sé, è stupido o insignificante. Una donna in stato emotivo alterato va subito soccorsa e rassicurata. Dopo di ché le si può spiegare l’eventuale inutilità della sua sofferenza e come uscirne ed evitare che riaccada. Oppure si può accettare di avere accanto un essere più sensibile di altri. In fondo come si può sapere chi dei due sia più nel giusto? Non si può perché in questi casi non esiste un giusto e uno sbagliato;esistono esseri più sensibili ed esseri meno sensibili e vanno amati così come sono.
Secondo John Gray esistono delle differenze e bisogna accettarle. E per essere accettate vanno capite e conosciute a fondo. A volte dimentichiamo di metterci nei panni del nostro partner, ci concentriamo solo sugli aspetti per noi negativi, richiando di farci sfuggire la donna o l’uomo giusto senza rendercene conto.
Saper comprendere le donne ed avere la volontà di sapersi rapportare al meglio con loro, credo sia fondamentale se si desidera una relazione di coppia costruttiva
FONTE: consulentiolistici.it (LINK)

martedì 23 febbraio 2016

Sbagliando s'impara: a scuola è una regola fondamentale

Gli studi dimostrano che la competizione a scuola è inutile.  I compagni non sono avversari da combattere: i bambini apprendono meglio collaborando e imparando dai propri errori. A scuola non si va per vincere, ma per per imparare.
foto da: vinciconlamente.it

Come funziona l’apprendimento?

A scuola si va per imparare, questo lo sanno tutti. Ciò che ancora ci si chiede è invece quale sia il metodo migliore per farlo. Per poter rispondere a questa domanda è necessario ragionare sulla base degli studi e delle conoscenze scientifiche più recenti.
La lezione frontale, l’ascolto passivo, l’interrogazione utilizzata come strumento di verifica dell’apprendimento e una valutazione considerata assoluta (quindi fatta senza tener conto del contesto, della personalità del bambino, del suo punto di partenza e del suo sviluppo), sono tutti strumenti che per loro natura portano a selezionare e privilegiare un certo tipo di studente, quello che riesce a imparare secondo modalità precise e prestabilite. Tuttavia, questo modello che ancora pervade la cultura didattica italiana è fallito
La mente dei bambini è come una spugna, Maria Montessori la definì infatti “la mente assorbente”, perché è caratterizzata da una grandissima plasticità neuronale che consente di assorbire ciò che riceve dall’ambiente circostante.
I bambini hanno il vantaggio di non essere ancora in grado di attivare, nei confronti di ciò che imparano, le forme di resistenza tipiche di ciò che Jean Piaget definisce il pensiero logico-razionale che arriva soltanto con la preadolescenza, e che consente a ciascuno di noi di ragionare sui nostri pensieri e quindi, eventualmente, di impedire a certe conoscenze di diventare parte del nostro patrimonio. Quindi, se il primo requisito per l’apprendimento è un ambiente favorevole e stimolante, la seconda è lasciare che il bambino faccia esperienza delle sue nuove conoscenze attraverso l’esplorazione pratica. Per imparare, infatti, ha la necessità fisiologica di sintonizzare le nuove conoscenze con quelle vecchie in suo possesso, e di avvicinarsi all’acquisizione di una competenza mettendo in gioco le proprie risorse.
Il processo di apprendimento è dunque un processo necessariamente lento e diverso per ognuno: può accadere che un alunno provi e riprovi, sbagli e, improvvisamente, capisca. Questi passaggi sono fondamentali ed è inutile, sconveniente, e spesso pericoloso, bloccarli continuamente con verifiche e valutazioni che definiscono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è corretto o ciò che è scorretto.

Sbagliando si impara

L’efficacia di alcuni strumenti valutativi, come le Prove Invalsi, che ritengono di poter stabilire il livello dell’apprendimento innescando dinamiche competitive, non hanno alcun fondamento scientifico e dimenticano che, sostanzialmente, è proprio sbagliando che si impara.
Inoltre, è importante tener presente che i bambini, più che dagli adulti, imparano dai coetanei. È il compagno, specialmente quello con una competenza leggermente superiore, che attiva l’imitazione permettendo ai bambini di riconoscersi in quello che è il loro potenziale di sviluppo: osservo un compagno che è in grado di disegnare un elefante e riconosco nella sua competenza anche un mio potenziale. Ci provo, magari sbagliando, ma alla fine ci riesco. Diversamente, può accadere che le competenze adulte siano troppo distanti dalle capacità cognitive infantili: il bambino cerca di adeguarsi, ma non impara.
Apprendere in gruppo, stimolare e attivare processi di interazione reciproca, anche conflittuale, consente lo sviluppo di dinamiche relazionali e sociali importantissime sul piano motivazionale, che favoriscono il successo didattico. Dunque, la competizione a scuola non soltanto è inutile, ma è anche molto dannosa.

Il compagno non è un avversario da battere

Come hanno dimostrato i più recenti studi neurobiologici e psicologici, alla base di un apprendimento efficace stanno processi che non c’entrano nulla con la competizione. Viceversa, la scuola efficace è quella che sa trasformare la classe in un laboratorio di interazione continua e sistematica fra i bambini, che lavorano, insieme, in funzione di un’esperienza concreta e condivisa. Questo metodo permette, attraverso la problematizzazione, di attraversare gli errori e utilizzarli ai fini dell’apprendimento, piuttosto che della competizione.
Purtroppo l’Italia, in modo particolare con la riforma Gelmini che ha riproposto i voti nella scuola primaria e addirittura la possibilità di essere bocciati sulla base di un’insufficienza numerica, è regredita in maniera significativa. Valutare continuamente con dei punteggi numerici quello che l’alunno sta facendo significa interferire in modo arbitrario con quel flusso mentale, cognitivo, ma anche sensoriale, grazie al quale il bambino acquisisce una competenza. Le valutazioni negative non producono alcun miglioramento nel rendimento scolastico, costituiscono soltanto una modalità punitiva e mortificante.
Se vogliamo una scuola diversa, una scuola dove i bambini innanzitutto stiano bene e collaborino nell’apprendere, dove non si scatenino prepotenza e prevaricazione, è necessario ridurre drasticamente le valutazioni. Per essere efficace, infatti, la valutazione deve essere evolutiva, ossia considerare gli alunni sulla base dei loro progressi graduali e non in maniera assoluta sulla base di test. Quello che importa non è verificare se un bambino conosca o meno un determinato contenuto in un dato momento, ma se il suo apprendimento sta procedendo e crescendo in maniera armonica.

La forza del gruppo

Una classe in grado di sostenere tutti i suoi alunni e di perseguire quello che dovrebbe essere il vero obiettivo della scuola, cioè l’apprendimento di tutti, richiede anche altri accorgimenti.
Non si può pensare di lavorare bene con gruppi superiori ai 25 alunni: le cosiddette “classi pollaio” non sono affatto funzionali all’apprendimento. L’ideale sarebbe lavorare con gruppi classe tra i 20 e i 25 alunni, perché la priorità per ogni insegnante deve essere quella di far funzionare la classe come gruppo. Quindi è importantissimo nei primi giorni di scuola costruire l’appartenenza al gruppo classe attraverso attività di carattere socio-affettivo che permettano agli alunni di riconoscersi tra loro, di costruire una coesione, un senso di appartenenza a una comune esperienza di apprendimento. In tal senso sono particolarmente utili le attività di ritualizzazione: all’inizio della giornata scolastica è importante dedicare un momento per ritrovarsi come gruppo; mantenere uno spazio per la gestione dei conflitti; scandire l’anno scolastico con momenti significativi e comuni (come la gita; lo spettacolo, la festa) in cui i bambini siano coinvolti in prima persona. Esistono poi molti altri accorgimenti, come per esempio disporre i banchi in modo tale che prevalga la possibilità per gli alunni di lavorare insieme, di comunicare, di confrontarsi.
Per concludere, un appello finale: non cercate la scuola dove far vincere i vostri figli. Cercate la scuola dove gli alunni collaborano per imparare assieme.

Il modello scolastico finlandese

Mentre l’Italia si affanna ad emanare il progetto di riforma della Buona Scuola, imperniata sulla triade competizione-valutazione-merito, la Finlandia si affretta a riformare la sua di scuola che, a dire il vero, godeva già di ottima salute. Il modello scolastico finlandese è infatti uno dei modelli scolastici più avanzati e più studiati al mondo. Il nuovo modello pedagogico, già partito da due anni e, secondo le stime,  destinato a soppiantare completamente il vecchio entro il 2020, prevede la sostituzione delle classiche “materie” scolastiche con aree tematiche, o “argomenti” all’interno dei quali si affronta in modo trasversale lo studio di tutti gli aspetti che quel determinato tema coinvolge. Per esempio, gli studenti di alcuni licei finlandesi possono studiare “Unione Europea”, una materia che comprende principi basilari di economia, di storia degli stati e delle lingue che si parlano nelle nazioni dell’UE.
La tradizionale lezione frontale, con il professore che spiega e gli alunni che ascoltano,  finirà definitivamente nel dimenticatoio: gli studenti finlandesi verranno organizzati in piccoli gruppi che lavorano per affrontare problemi di diversa natura, facendo esperienza dei propri apprendimenti e lavorando insieme. La maggior parte degli insegnanti ha già ricevuto una formazione per poter lavorare secondo il nuovo modello scolastico e il governo finlandese si è impegnato a dare un incentivo economico a tutti gli insegnanti che aderiscono volontariamente a questo nuovo modello.

La marijuana contro le celllule tumorali

Gli Stati  Uniti possono essere a un passo  verso la legalizzazione e l’uso ricreativo di marijuana, soprattutto ora che il National Cancer Institute (NCI) ha aggiornato il suo sito nella sezione FAQ (domande e risposte) per includere gli studi comprovanti che la cannabis possa essere riconosciuta come un rimedio naturale per il cancro.
foto da: cannabisterapeutica.info

La marijuana uccide le cellule tumorali?

Come riporta Infowars, National Cancer Institute ha aggiornato la sua pagina per includere vari studi che rivelano come la cannabis “può inibire la crescita del tumore, e come la Marijuana uccide le cellule tumorali,provocando esattamente la morte delle cellule, bloccando la crescita delle cellule, e bloccando lo sviluppo dei vasi sanguigni necessari per i tumori per crescere”, e nel frattempo proteggendo cellule normali e sane.
l’NSC ha dichiarato:
“Uno studio di laboratorio di cannabidiolo (CBD) di recettori estrogeni positivi hanno dimostrato che le cellule del cancro al seno che sono negativi dei recettori degli estrogeni causano la morte delle cellule tumorali mentre ha scarso effetto sulle cellule normali del seno. Gli studi in modelli murini di cancro al seno metastatico hanno dimostrato che i cannabinoidi possono diminuire la crescita, il numero, e la diffusione dei tumori. ”

L’elenco completo fornito dal National Cancer Institute continua:

I cannabinoidi possono inibire la crescita del tumore, provocando la morte delle cellule, bloccando la crescita delle cellule, e bloccando lo sviluppo dei vasi sanguigni necessari per i tumori per crescere. Studi di laboratorio e su animali hanno dimostrato che la marijuana uccide le cellule tumorali, proteggendo le cellule normali.
I cannabinoidi possono proteggere contro l’infiammazione del colon e possono avere un potenziale nel ridurre il rischio di cancro al colon, ed eventualmente nel suo trattamento.

Uno studio di laboratorio di delta -9-THC in carcinoma epatocellulare (tumore del fegato), mostrò che le cellule tumorali sono state danneggiate o uccise . Lo stesso studio di delta-9-THC in modelli di cancro al fegato ha dimostrato di avere effetti anti-tumorali. Delta-9-THC ha dimostrato di provocare questi effetti agendo su molecole piccole che possono anche essere trovate a quelle più gravi di cancro ai polmoni e alle cellule del cancro al seno.
Uno studio di laboratorio di cannabidiolo (CBD) di recettori estrogeni positivi e le cellule del cancro al seno negativo dei recettori degli estrogeni ha dimostrato che ha causato la marijuana uccide le cellule tumorali mentre ha scarso effetto sulle cellule normali del seno. Studi del carcinoma mammario metastatico hanno dimostrato che i cannabinoidi possono diminuire la crescita, il numero, e la diffusione dei tumori.
Uno studio di laboratorio di cannabidiolo in cellule di glioma umano ha dimostrato che quando viene somministrato insieme con la chemioterapia, CBD può rendere la chemioterapia più efficace e aumentare la morte delle cellule tumorali senza danneggiare le cellule normali. Gli studi hanno mostrato che CBD insieme con delta-9-THC può rendere la chemioterapia più efficace.

Questi studi sono considerati dal NCI come preclinici. Erano tutti fatti usando animali. Secondo loro, nessuno studio clinico di consumo di cannabis per il trattamento del cancro negli esseri umani è stato mai pubblicato.
Delta-9-THC e altri cannabinoidi stimolano l’appetito e possono aumentare l’assunzione di cibo.
I Recettori dei cannabinoidi sono stati studiati nel cervello, nel midollo spinale, e nelle terminazioni nervose in tutto il corpo per capire il loro ruolo nella riduzione del dolore.
I cannabinoidi sono stati studiati per gli effetti anti-infiammatori che possono svolgere un ruolo nella riduzione del dolore.

Ma non è tutto, nel mese di aprile, il NIDA ha dichiarato:
“La prova da uno studio sugli animali suggerisce che gli estratti della pianta di marijuana possono ridurre una delle più gravi forme di tumori cerebrali. La ricerca nei topi ha dimostrato che questi estratti, se usati con le radiazioni, aumentato gli effetti cancro-uccisione della radiazione stessa. “
Come possono le agenzie governative concludere quanto sopra e la maggiorparte dei paesi al mondo ancora classificano la marijuana come una “droga senza scopi medicinali”? Forse questo video vi illuminerà sui veri motivi.
Nonostante i numerosi benefici dimostrati della marijuana, la maggiorparte dei Governi di tutto il mondo , inclusa l’Italia la mantengono illegale mentre dall’altro lato si approvano la prescrizione di farmaci costosi con più effetti collaterali e con molto meno ricerca.

giovedì 18 febbraio 2016

La realtà ci fa da specchio

foto dal web
Quando crediamo di vedere qualcosa di sbagliato all'esterno di noi, in realtà stiamo osservando un aspetto che si trova al nostro interno.

La realtà ci fa da specchio.
Vediamo solo ciò che siamo.

Se ci dà fastidio l'aggressività è perché anche noi abbiamo aggressività al nostro interno, e, se ci osservassimo con cura, troveremmo che in alcune occasioni della nostra vita essa inevitabilmente si manifesta.
Se ci infastidisce chi non ha rispetto, chiediamoci in quali occasioni NOI non abbiamo rispetto, perché se la mancanza di rispetto non fosse già dentro di noi, non ci darebbe fastidio all'esterno.


La causa del nostro fastidio non può mai essere un evento oggettivo esterno.

Accade spesso che la stessa situazione dia fastidio a una persona e non a un'altra;

Anche se cambiano le condizioni esterne, noi continuiamo a provare lo stesso fastidio. 
Un esempio puo essere il rapporto di coppia quando si cambia partner, ma poi con quello nuovo dopo un pò di tempo proviamo gli stessi fastidi; oppure quando cambiamo posto di lavoro e dopo un pò di tempo incontriamo le stessi situazioni che non ci vanno bene.

Il nostro fastidio attira per Legge di Risonanza situazioni e persone che lo fanno emergere e ci permettono di osservarlo. Ciò vuol dire che risuoniamo solo con le persone che riflettono alcuni nostri aspetti interiori, e che ci danno fastidio proprio perché fanno emergere quelle "zone buie" che di norma preferiamo non vedere e releghiamo nel subconscio. Tutte quelle parti di noi che vengono "spinte sul fondo" e nascoste alla luce della coscienza, riemergono in modo bizzarro: le condanniamo negli altri.


La nostra aggressività repressa ci fa odiare chi è aggressivo e il nostro desiderio sessuale represso ci fa odiare chi, secondo noi, ha un comportamento sessuale troppo liberale.


Secondo la Legge dello Specchio,

  • ci dà fastidio ciò che siamo;
  • ci dà fastidio ciò che vorremmo essere (ma non possiamo)
  • ci dà fastidio ciò a cui abbiamo rinunciato o ci è stato sottratto. (ES: chi transige le regole che anche noi non vorremmo rispettare ma non ne abbiamo il coraggio; oppure ciò a cui abbiamo dovuto rinunciare da piccoli)

Lo scrittore Hermann Hesse ce lo spiega con uno dei suoi tanti straordinari pensieri: “Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi”. In poche parole ci spiega come tutto ciò che nel mondo ci piace, tutto ciò che ammiriamo e che ci procura delle belle sensazioni, in realtà sta rispecchiando aspetti di noi che abbiamo già integrato, che si trovano al nostro interno. Allo stesso modo, tutto ciò che nel mondo ci procura fastidio e che non sopportiamo, non è altro che il riflesso di quei lati della nostra personalità che ancora non accettiamo e rifiutiamo.

La Legge dello Specchio è quindi una forma passiva, un semplice guardare ed osservare, che si completa con la sua forma attiva, ovvero la Legge di Risonanza, dove il simile attrae il simile, proprio per… specchiarsi meglio

Pertanto, attraverso La Legge dello Specchio, possiamo riconoscere che la persona che ci sta facendo arrabbiare è soltanto uno specchio, una parte di noi che ci sta offrendo la possibilità di conoscerci e migliorarci. È una grande opportunità! Questo non vuol dire che non dobbiamo arrabbiarci, ma dobbiamo sfruttare quest’opportunità che ci è concessa, perchè diventa un nuovo modo di vedere le cose. A volte arrabbiarsi fa anche bene, permette di sfogare un’energia che altrimenti resterebbe repressa se non si è ancora capaci di trasmutarla, ma arrabbiarsi con consapevolezza è ancora meglio, per il semplice fatto che in questo modo ammettiamo la piena responsabilità di ciò che proviamo. Vediamo nell’altra persona soltanto uno specchio, un’opportunità per migliorarci e decidiamo liberamente di arrabbiarci.
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Fonti di questo articolo:

Crescita personale: rieducare l'inconscio

foto da: biomanantial.com
L’inconscio che pensa e fa quello che gli pare, nonostante la nostra consapevolezza razionale conosca che certi pensieri e certe azioni siano dannose per l’individuo in sé e anche per quelli che gli stanno intorno. Nessuno riesce a sradicare quell’urlo inumano che proviene dall’inconscio che grida a pieni polmoni chiedendo di essere amato, considerato e protetto. Nessuno può sottrarsi dalla necessità di ricevere amore ed approvazione, perché tutti sentiamo un’innata esigenza di protezione. Le teorie su questa esigenza sono molte e, sinceramente, ho passato anni a chiedermi da cosa dipendesse questa necessità, leggendo e ascoltando di tutto, ed ho passato anni a scavare nel passato e negli eventi per trovare una risposta, ma alla fine mi sono accorta che non era quello che mi interessava.
Se tu potessi scegliere, preferiresti sapere come mai hai bisogno di amore dagli altri, o vorresti semplicemente ricevere amore dagli altri?
Non rispondetemi che l’amore si trova solo dentro sé stessi perché non è quello che credete veramente, nel profondo. E’ solo una convinzione filosofica; la realtà è che noi passiamo ogni secondo della nostra vita a compiere pensieri ed azioni al fine di farci amare e, diciamocelo, il più delle volte questi pensieri e queste azioni non sono affatto nobili. Non lo sono semplicemente perché sono così tanti anni che non ci sentiamo amati che adesso proviamo rabbia e fastidio e siamo sempre pronti ad attaccare chiunque non si comporti come noi vorremmo.
Non so quanti di voi riescano ad essere realmente consapevoli del fatto che la loro condizione di default, nella vita, è quella di paura (di non essere amati) e di odio (verso chi non vi ama). A vari livelli, chi più, chi meno e chi invece riesce ad insabbiare la propria natura, tutti quanti viviamo o abbiamo vissuto questa condizione.
Determinata ad avviarmi verso la soluzione, credetemi se vi dico che le ho provate un po’ tutte e ora vi dico la sola cosa che sta producendo seriamente dei risultati e che, a rigor di logica, è probabile che riesca a condurre le persone ad uno stato di serenità dato dall’aver cessato ogni pretesa verso sé stessi e verso il mondo.
Il 1° step riguarda l’OSSERVAZIONEosservare sé stessi, vedere le dinamiche malsane che ogni giorno esistono dentro di noi (gelosie, pretese, fastidi, rabbia, paura, ansia, etc) e non negarle. Non bisogna giustificare nessuna azione che, come risultato, stia producendo sentimenti di rabbia, paura, stress, odio, etc. Bisogna accorgersi costantemente di chi siamo, di cosa proviamo dentro e di come quello che pensiamo e facciamo influisca sul nostro stato interiore ed esteriore.
Il 2° step è la DETERMINAZIONEoccorre necessariamente avere la piena volontà di interrompere quelle dinamiche distruttive, sebbene il nostro inconscio impulsivo le creda giustificate ed utili, remando controcorrente. Tantissime volte, il nostro sistema di valutazione dei pro e dei contro è fallimentare: noi crediamo che una “X cosa” sia utile e giustificata semplicemente perché abbiamo sempre utilizzato quella cosa e ci fidiamo di lei, forse perché qualche volta ha prodotto un risultato accettabile. Spesso ci fidiamo di un meccanismo depotenziante solo perché abbiamo troppa paura di tentare una “Y azione” diversa da quella già testata negli anni, convinti che la novità non testata possa farci male. Questo è un errore madornale. Però so bene che questo meccanismo risiede nella sfera istintuale di preservazione, pertanto ora vi spiegherò come smettere di perseguire strade che sono quasi sempre dannose e mai risolutive.
Il 3° step è L’AZIONE PRESENTE e CONSAPEVOLE: le nostre dinamiche depotenzianti sono state consolidate da anni ed anni di ripetizone incessante delle stesse. Tale ripetizione accade poiché la società e la famiglia in cui cresciamo ci abituano ad agire in questi modi in quanto non ne conoscono altri. Un bambino che cresce in una società dove, quando non ha quello che vuole, piange disperatamente finendo così per ottenerla, è un bambino che crescerà pretendendo che le persone gli diano sempre quello che vuole (per lo più vizi insensati e dannosi) ed arrabbiandosi quando non lo otterrà (odiando e successivamente compiendo azioni vili al fine di ottenere tutto quello che desidera). Anni ed anni di questi meccanismi ripetuti, senza che qualcuno con una coscienza superiore spieghi alle persone che è possibile anche agire diversamente e senza che le persone inizino a muoversi in modo alternativo e controcorrente, portano alla realtà che conosciamo dove tutti sono mancanti e dove le uniche soluzioni che trovano sono le continue distrazioni (tv, uscite, passioni travolgenti) e le azioni (pretenziose e violente) studiate ad hoc al fine di arrivare al risultato. Nessuno mai che si domandi se quello che vuole e quello che fa sia veramente un bene per sé e per gli altri. Noi semplicemente viviamo una vita governata dal caos dato dal bisogno.
Il solo modo per controvertire questa dannosissima tendenza è quello di compiere azioni pratiche mirate e coscienti, ovvero ragionate e posate con intelligenza, volte a ritrovare una dimensione interiore tale da permetterci di non dover più pretendere che tutto quello di cui necessitiamo ci venga dato dall’esterno. E con questo non intendo dire che non dobbiamo più godere dei divertimenti, dell’amore e di tutto quello che la vita ci offre. Sto solo e semplicemente dicendo che nulla dovrà essere una pretesa.
Ma come fare a non pretendere quando, per decine di anni, abbiamo preteso e quando il nostro meccanismo automatico ci porta a fare qualsiasi cosa per ricevere quello che, a nostro dire, ci manca? La risposta è: OSSERVAZIONE E AZIONE DETERMINATA. E’ indispensabile accorgersi dell’impulso irrefrenabile che ci spinge a pretendere ed è successivamente altrettanto indispensabile non assecondare quell’indole, sostituendola con un’azione razionale che non danneggi nessuno.
Facciamo un esempio: conosco una persona che mi piace molto; magari sono anche in un periodo in cui vorrei tanto una relazione seria, finalizzata a qualcosa di duraturo. Cosa accade dentro di me nel momento in cui questa persona manifesta un desiderio opposto, dopo un periodo di frequentazione? Di certo la mia reazione non sarà buddhica e spensierata. Come minimo mi sentirò male, rifiutato e proverò un senso di frustrazione e abbandono. Poi probabilmente comincerò a mettere in atto dei comportamenti studiati e mirati, atti a sovvertire la sua decisione. Questi atteggiamenti causeranno un’infinità di ulteriori sofferenze, sia dentro di me che, con ogni probabilità, anche nell’altro e di certo non mi condurranno mai ad avere quello che vorrei, ovvero essere amato. Magari potranno farmi ottenere la persona che voglio, ma che rapporto costruirò? Probabilmente l’ennesimo rapporto basato sul ricatto, sul terrore di perdere quella persona, e via dicendo.
In questo caso la migliore azione da fare è: 1- osservare la sofferenza; 2- chiudere completamente i rapporti con quella persona che ha espresso la sua volontà di non far parte della nostra vita nei termini che desideriamo. Qualunque altra azione sarebbe dannosissima: mantenere un rapporto di amicizia o sesso sporadico; cercare di farla ingelosire; cercare di convincerla a ricredersi; ricattarla psicologicamente facendo forza su alcune sue debolezze emotive; etc. Sono tutte azioni che stanno delapidando la nostra coscienza e distruggendo la nostra integrità.
Occorrono un’estrema intelligenza ed esperienza razionale, scevre da condizionamenti personali, per comprendere quali siano le azioni migliorative ma, tentanto e ritentando, piano piano si riesce a capire cosa ci sta facendo realmente bene e cosa ci sta danneggiando. Bisogna fare la precisa scelta di voler stare dalla parte del nostro bene e non dalla parte di quello che ci sembra “meno peggio” e che poi, in fin dei conti, è quello che afferma che noi non valiamo mai abbastanza da poterci meritare di stare bene.
Troppo spesso ci accontentiamo di non stare malissimo. O ci basta non soffrire. Raramente compiamo azioni volte a stare bene e a donarci qualcosa di bello.
Bisogna invertire la tendenza che ci porta a creare realtà fatte di disagio, paura, mancanza e, per fare ciò, occorre un’ottima capacità di discernimento. Se non si è in grado di farcela da soli (spesso è davvero difficile capire cosa è bene per noi, in quanto viviamo immersi nel problema) è bene farsi aiutare da una persona esterna ed auspicabilmente esperta, che abbia già intrapreso questa strada.

martedì 16 febbraio 2016

Api senza pungiglione


Le api senza pungiglione, chiamate da alcuni “native”, non appartengono, come nel caso dell’ape a noi nota (Apis mellifera), ad una sola specie, bensì a centinaia di specie differenti, riunite in una stessa “tribù”, Meliponini. 
Alcune specie sono molto antiche e si pensa esistessero già al momento della separazione del continente americano da quello africano. Il fossile piú datato, una Trigona prisca conservata in ambra, risale al Cretaceo, tra i 60 e gli 80 milioni di anni fa.


Erano note ai Maya, che le addomesticarono e praticavano lameliponicoltura con complessi rituali religiosi, per la produzione di miele (manjar de los Dioses, cibo degli Dei), polline e cera. Erano note anche agli Inca, ma per questi vi sono poche evidenze della convivenza con le api. Attualmente si conoscono circa 500 specie di api senza pungiglione: la loro classificazione tassonomica è complessa, perché non disponiamo di buone chiavi di identificazione delle specie, molte delle quali si possono classificare solo a livello di genere, altre non sono state neppure denominate.


Differiscono dalle api del miele europee (genere Apis) per il fatto di non poter pungere, perché il loro pungiglione è totalmente atrofizzato
Hanno però sviluppato altri sistemi difensivi: dalle guardiane a perenne sorveglianza dell'ingresso dell'alveare, alle robuste mandibole con le quali mordono e tagliano i peli dei predatori di miele, alla produzione di sostanze caustiche da ghiandole specializzate, come nel caso dell'ape di fuoco (genere Oxytrigona).


Sono organizzate in complesse società ripartite in caste: l'ape regina, le giovani regine vergini, le operaie e le raccoglitrici di nettare e polline. I maschi svolgono un ruolo importante solo al momento della riproduzione (volo nuziale della regina), e in alcune specie si è osservato un loro ruolo attivo nella pulizia dell'alveare.

Un meliponario è composto da 30 a 40 arnie, ma può diminuire quando si allevano specie con un forte carattere territoriale. La popolazione media di un'arnia va da 3.000 a 5.000 individui (ma anche questa è una variabile): un'operaia può vivere fino a 50 giorni, la regina da 1 a 3 anni. Queste api producono miele tutto l'anno, e solo nei Paesi dove c'è una marcata stagionalità la produzione si riduce nel periodo invernale o delle piogge.



Le api senza pungiglione battono circa 1 km, un territorio molto ridotto se confrontato con le comuni api da miele europee, che mediamente "bottinano" (raccolgono nettare) in un raggio di 3 km.

Le piante visitate sono in genere Euphorbiaceae, Compositae (o asteracee), Labiatae, Fabacee (leguminose), Moraceae, Myrtaceae. Particolarmente importante è il loro ruolo come impollinatrici di alcune specie coltivate, come il pomodoro, il camu-camu (Myrciaria dubia, un arbusto nativo dell'Amazzonia peruviana), il carambolo (Averrhoa carambola, un albero da frutta originario dell'India e dello Sri Lanka) e il banano.




Solo alcune specie appartenenti alla “tribù” Meliponini produce miele, ma la loro importanza per la conservazione degli ecosistemi naturali è grande, in quanto questi insetti impollinano un numero elevatissimo di piante dei climi tropicali e sub-tropicali; a volte esiste una relazione strettissima tra una specifica pianta e la sua ape impollinatrice, cosicché la sopravvivenza di una dipende dalla sopravvivenza dell’altra.

Nel Brasile le cosiddette api europee (Apis mellifera), che producono il miele più conosciuto, sono state introdotte sin dai primi anni dell’invasione europea. Negli anni Settanta una sotto-specie dell’Apis millifera, detta africana ( Apis mellifera scutellata), è stata portata in Brasile per migliorare la specie europea qui presente; in seguito ad una ancora non chiarita “fuga” di api regina, l’ape africana ha iniziato rapidissimamente a diffondersi in Brasile. Non vi è ancora accordo tra gli scienziati quanto all’impatto dell’introduzione di queste specie di fuori sulle api senza pungiglione: alcuni sostengono che le due api, traendo il proprio nutrimento dagli stessi fiori, siano in competizione, e che l’ape col pungiglione, più aggressiva, abbia la meglio su quella nativa; altri sostengono che la fonte di nutrimento è differente e pertanto che possano coesistere.

Il miele delle api senza pungiglione ha delle caratteristiche fisiche, microbiologiche ed organolettiche molto differenti dal miele delle api con il pungiglione. Ciò che maggiormente lo caratterizza è la grande diversità: non solo, infatti, come nel caso nel miele di Apis, il gusto è influenzato dai fiori, ma pure dalle diverse specie di api. Esistono in Brasile molti produttori di miele d’api senza pungiglione, soprattutto nel Nord e nel Nordest; tali prodotti sono spesso ancora poco noti, ma coinvolgono già un considerevole numero di produttori e di organizzazioni.

Per esempio, nel Baixo-Amazonas, stato del Pará, sito a metà strada tra le capitali Belém e Manaus, ci sono già più di 400 agricoltori che producono questo miele. Tra questi, segnaliamo in particolare il miele Tamuá, del comune di Prainha e il miele Coramaz, dei villaggi di Coroca, Anã e di altri villaggi della Resex Tapajós-Arapiuns. Questi mieli sono soprattutto frutto delle api Canudo (Scaptotrigona Sp.3) e Jandaira (Melipona compressipis). Il loro aroma è particolarissimo: fiorale, fruttato e sempre lievemente acidulo. Più che essere usati come il miele comune, su una fetta di pane, questi mieli sono da apprezzare puri, o come bevanda, o, ancora, per dare un tocco speciale ad altri alimenti, come il gelato.

In virtù della grande varietà di mieli di api senza pungiglione, si sono iniziate ad organizzare delle sessioni di degustazione di mieli di api senza pungiglione africane, così come già accade per il miele di Apis. Recentemente, ne è stata realizzata una durante la II edizione di Terra Madre Brasil, nel marzo del 2010, coordinata da Jerônimo Villas-Boas.

Gusto delizioso, conservazione della biodiversità e possibilità generare reddito per piccoli produttori: il miele di api senza pungiglione riunisce in sé tutti questi atout. Ora è solo necessario provarlo!

FONTI :
focus.it   .    lucafanelli.net

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