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sabato 31 dicembre 2016

Fare affari con il cancro

CANCRO SPA
Ogni anno in Italia 363.300 persone ricevono una diagnosi di cancro, sono esclusi i carcinomi della pelle.
Ogni anno in Italia oltre 170.000 persone soccombono alla malattia.
Questi numeri però non devono essere interpretati e tradotti come la percentuale di mortalità del cancro, perché si verrebbe fuorviati. Se 360.000 persone scoprono il tumore e 170.000 muoiono non significa che il cancro ha una mortalità all’incirca del 50% (170.000 su 360.000 = 47%), perché non è così: la mortalità è molto più alta!

Va infatti precisato che la stragrande maggioranza di quei 360.000 tumori che ogni anno vengono scoperti non sono cancri fulminanti ma sono sovradiagnosi, cioè tumori innocui, incistati (in situ) che non creano nessun problema e nessun rischio per la vita della persona. Ma una volta scoperti - grazie agli screening - vengono catalogati come tumori e spesso curati come tali, facendo lievitare le statistiche di incidenza da una parte, i danni e le morti dall’altra.
La statistica è impietosa: nel corso di una vita media, ci dicono, circa 1 uomo su 2 e 1 donna su 3 sarà toccata dal cancro. 
Ovviamente queste sono stime e sappiamo bene che con i numeri l’oncologia può affermare tutto e il contrario di tutto. Non si sta dicendo che il cancro non sia un problema serio che interessa sempre più persone, e non servono certo i matematici e/o gli oncologi a dircelo perché è la Vita stessa che parla da sola, ma va tenuto in seria considerazione il fatto che la maggior parte dei tumori è sovradiagnosi.

SOVRADIAGNOSI
Si tratta del pericolo più serio della diagnosi precoce, gli screening. 
Consiste nel mettere in evidenza lesioni o tumori in situ che non sarebbero MAI evoluti nel corso della vita, ma sui quali, una volta individuati, ci si sentirà obbligati ad intervenire, questo soprattutto da parte del medico che vive e trasuda medicina difensiva.

L’Industria farmaceutica ha gentilmente sviluppato tecnologie - con il plauso del mondo intero - in grado di identificare le più piccole anomalie, ha poi modificato le soglie che definiscono la normalità e creato nuove malattie. 
La grande maggioranza di queste anomalie scoperte in persone soggettivamente sanissime risulta inconsistente, cioè non darà MAI sintomi o problemi nel corso della vita, ma una volta individuate queste difformità? Cosa si fa?

La PAURA in questo frangente è deleteria, perché non lascia il tempo di pensare e riflettere...
Grazie alle nuove tecnologie diagnostiche (TAC, risonanze, ecc.) e alla risoluzione sempre più alta si creano molte potenziali sovradiagnosi e quindi molti interventi inutili, ma assai dannosi.
Fa molto riflettere la dichiarazione di un radiologo americano che dopo aver analizzato più di 10.000 pazienti arriva a dire che “in realtà, con questo livello di dettaglio, non ho ancora esaminato un paziente normale”…
Qualsiasi radiologo onesto intellettualmente e moralmente libero può solo confermare questo dato di fatto.

Qualche esempio concreto di sovradiagnosi?
Il British Medical Journal il 9 luglio 2009 ha pubblicato una ricerca dal titolo: “Stimare la sovradiagnosi di tumori al seno negli screening”. Lo studio ha revisionato i dati di paesi come Inghilterra, Canada, Australia, Svezia e Norvegia e il risultato è un preoccupante 52%. 
Questo vuol dire che 1 mammografia su 2 è sovradiagnosi! Un tumore su due NON andrebbe toccato in quanto innocuo e non pericoloso.

Il New England Journal of Medicine il 18 agosto 2016 pubblica uno studio sulla tiroide e in questo caso i dati sono ancora più incredibili: dal 50 al 90% dei tumori alla tiroide sono sovradiagnosi.
La quasi totalità dei tumori alla piccola ghiandola alla base del collo NON andrebbero curati.

Il tumore alla prostata è senza dubbio il più sovradiagnosticato e il trattamento ufficiale sta portando all’invalidità (impotenza e incontinenza) decine di milioni di uomini sanissimi. 
La stragrande maggioranza dei tumori alla prostata scoperti con il PSA, il test più fallimentare che la medicina conosca, infatti, non causerebbe alcun tipo di problema se non venisse individuata. 
La maggior parte degli uomini trattati starebbe benissimo se non sapesse di quel cancro. Ad affermarlo è nientepopodimenoché il prof. Richard Ablin, il medico scopritore nel 1970 del PSA stesso. E se lo dice lui qualche pensiero sarebbe bene farselo…
Ogni anno in America a 240.000 uomini (35.000 in Italia) viene diagnosticato il cancro alla prostata.

Gli uomini hanno un rischio del 3% nella loro vita di morire di cancro alla prostata, il che significa che il 97% degli uomini avrà il test del PSA che probabilmente causerà maggiori danni che benefici, assieme alle immancabili terapie successive alla diagnosi.
La lettura di questi dati è inquietante: la sovradiagnosi nel cancro alla prostata mediante PSA è del 97%.

Alcuni uomini muoiono di cancro della prostata,
ma quasi tutti muoiono con il cancro alla prostata!

Dopo quello che è stato appena detto sorgono delle domande: le persone stanno morendo a causa del cancro o a causa delle cure? Le persone che hanno il cancro e seguono i protocolli guariscono o no? Cosa accade a tutte le persone sovradiagnosticate?
Per rispondere a queste delicate domande è importante conoscere l’origine storica della chemioterapia…

ORIGINE STORICA DELLA CHEMIOTERAPIA
Innanzitutto è necessario occuparsi di guerra chimica, la cui paternità va attribuita al chimico tedesco Fritz Haber.
Allo scoppio della Grande Guerra il dott. Haber dirige il prestigioso Kaiser Wilhelm Institute a Berlino e il suo laboratorio chimico ha un ruolo centrale nello sforzo bellico: sviluppa gas irritanti utili per stanare dalle trincee i soldati nemici. 
Tra tutti i gas studiati uno solo emerge per caratteristiche utili allo scopo: il cloro. 
Questo gas dal colore gialloverde è estremamente tossico ed è caratterizzato da un odore soffocante che penetra violentemente nelle vie respiratorie.

Il 22 aprile 1915 l’esercito tedesco scarica oltre 146 tonnellate di gas di cloro (detto dicloro o diossido di cloro) a Ypres in Belgio: le truppe francesi, britanniche e canadesi prese alla sprovvista cadono come mosche cercando di proteggersi le vie aeree con banali fazzoletti. 
Fu una vittoria straordinaria per i tedeschi, ma Fritz Haber pagherà molto caro questo attacco perché, qualche giorno dopo aver usato il gas, sua moglie Clara Immerwahr, chimico pure lei, si suicida con un colpo di pistola direttamente al cuore usando l’arma di servizio del marito che per questi servizi era stato promosso al grado di capitano…

Gli Alleati nel frattempo si sono dotati di maschere antigas per cui il cloro non è più un problema. Fatta la legge e trovato l’inganno. Haber per ovviare il problema maschera mette a punto il fosgene, costituto da una miscela di dicloro e monossido di carbonio. Meno irritante per naso e gola del cloro stesso ma rappresenta la più letale arma chimica preparata a Berlino, poiché attacca violentemente i polmoni riempiendoli di acido cloridrico.
Verso la fine della Guerra quando le vittime dei gas si contano a decine di migliaia Haber lancia il suo ultimo ritrovato: il gas mostarda, detto anche iprite. Il nome deriva dalla località in cui è stato sperimentato: le trincee di Ypres in Belgio.

Gli effetti del gas mostarda sono terribili: provoca vastissime vesciche sulla pelle, brucia la cornea causando cecità permanente e attacca il midollo osseo distruggendolo e inducendo la leucemia. 
Proprio da questa leucopenia (diminuzione dei linfociti nel sangue) nasce il concetto medico di chemioterapia.
Ma andiamo per ordine.

La sera del 2 dicembre 1943 il porto di Bari era gremito da quasi una quarantina di navi cariche di preziosi rifornimenti, tra queste la nave americana John Harvey partita dal porto di Baltimora. La Harvey, a differenza delle altre navi, aveva le stive piene di bombe all’iprite. Oltre 100 tonnellate di iprite (gas tossico e vescicante) sotto forma di bombe lunghe 120 centimetri e del diametro di 20. La nave sarebbe stata scaricata il giorno seguente.
Alle 19,30 uno stormo di aerei della tedesca Luftwaffe arrivarò nel porto di Bari bombardando le navi.
La John Harvey colpita prese fuoco e l’iprite mescolata alla nafta delle petroliere affondate formò un velo mortale su tutta la superficie del porto, mentre i suoi deleteri vapori si sparsero ovunque intossicando i polmoni dei sopravvissuti .
Il numero esatto di morti non si saprà mai, ufficialmente si parla di circa 1000 cittadini baresi uccisi.

Nel rapporto che seguì l’incidente vennero evidenziati dei fatti interessanti: le persone colpite da iprite svilupparono una grave aplasia del tessuto linfoide e del midollo osseo. Il colonnello statunitense Steward Alexander nella sua relazione finale notò che dalle autopsie dei morti per iprite si notava una notevole soppressione dei linfomi e dei mielomi. 
Questo rinforzò l’ipotesi che solo un anno prima Goodman e collaboratori avevano fatto sull’impiego di derivati dell’iprite.
I dottori Goodman, Gilman e Dougherty somministrarono mostarda azotata (derivata dell’iprite) in sei pazienti affetti da linfoma maligno registrando un miglioramento iniziale delle condizioni cliniche e una riduzione delle lesioni neoplastiche. Poco importava se tale terapia era risultata devastante sotto altri punti di vista: questo era quanto bastava perché venisse pubblicato nel settembre del 1946 uno studio di portata epocale sull’effetto dell’iprite nei linfomi. Tale studio venne pubblicato sulla rivista Science con il titolo: “Azioni biologiche e indicazioni terapeutiche delle beta-cloroetilamine e dei sulfidi”.

Tutto ciò diede inizio - purtroppo per noi – all’utilizzo della chemioterapia che giunge fino ai nostri giorni. 
Negli attuali bugiardini dei chemioterapici alla voce Categoria terapeutica viene riportato: “Analoghi della mostarda azotata”.
“Le mostarde azotate - ce lo dice il Ministero della Salute alla voce Emergenze sanitarie - furono prodotte per la prima volta negli anni Venti come potenziali armi chimiche. Si tratta di agenti vescicatori simili alle mostarde solforate. Sono in grado di penetrare le cellule in modo rapido e causare danni al sistema immunitario e al midollo osseo”.

Quindi la chemioterapia è nata grazie ad un incidente di guerra ed è una vera e propria arma chimica!
Lo scrivono nei bugiardini le stesse case farmaceutiche che li producono e lo conferma il Ministero della Salute.
L’utilizzo in guerra di tali armi chimiche è vietato da numerose convenzioni: Dichiarazione dell’Aja del 1899, Convenzione dell’Aja del 1907, Protocollo di Ginevra del 1925 e Convenzione di Parigi del 1993, ma nella guerra al cancro non solo sono legittime ma sono anche le uniche riconosciute.
Oggi ad un qualsiasi malato di cancro viene iniettato un mix di sostanze chimiche vietate in guerra per la loro pericolosità dalla Convenzione di Ginevra.

SOPRAVVIVENZA AL CANCRO E ALLA CHEMIO
Una persona col tumore a cui vengono iniettati nel sangue farmaci derivati dall’iprite e dalle mostarde azotate (vescicanti e distruttori midollari) guarisce o no? 
La risposta è che nonostante questi trattamenti alcune persone sopravvivono (non tanto al cancro ma alle cure ufficiali) e le testimonianze ovviamente non mancano. Ma tali persone avevano un cancro fulminante? Rientravano invece nella diffusissima sovradiagnosi? E tutto questo a che costo?
Come sempre i pro e i contro vanno soppesati e valutati entrambi.
Al Sistema interessa solo screditare mediaticamente tutte le persone che decidono di non fare i protocolli, ma evitano accuratamente di parlare di tutte le centinaia di migliaia di persone che muoiono ogni anno facendo le cure ufficiali. Come mai?
Forse i morti non sono tutti uguali: ci sono quelli di seria A e quelli di serie B?

Sui pericoli e sull’inutilità della chemioterapia citotossica nella sopravvivenza vi sono alcuni studi magistrali.
Il 5 agosto del 2012 la rivista Nature ha pubblicato uno studio nel quale si evidenzia come la chemioterapia usata per il cancro alla prostata in realtà può stimolare, nelle cellule sane circostanti, la secrezione di una proteina che sostiene la crescita tumorale stessa rendendo immune il tumore a ulteriori trattamenti.
I ricercatori dello studio hanno spiegato che i risultati “indicano che il danno nelle cellule benigne può direttamente contribuire a rafforzare la crescita cinetica del cancro”, e questo ha trovato conferma, oltre al tumore alla prostata, anche in quello al seno e alle ovaie.

Del dicembre 2004 è la faraonica ricerca scientifica a firma di Grame Morgan (professore associato di radiologia al Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore oncologo all’University of New South Wales), Michael Barton (radiologo e membro del Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation del Liverpool Health Service di Sidney).
Lo studio intitolato: “Il contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a 5 anni dei tumori in adulti” viene pubblicato su una delle più prestigiose riviste di oncologia del mondo, Clinical Oncology. 
La meticolosa ricerca si è basata sulle analisi di tutti gli studi clinici randomizzati condotti in Australia e Stati Uniti nel periodo compreso tra gennaio 1990 e gennaio 2004. 
L’analisi ha interessato 225.000 persone malate nei 22 tipi di tumori più diffusi e curate SOLO con chemioterapia. 
Quando i dati erano incerti gli autori hanno deliberatamente stimato in eccesso i benefici della chemioterapia. 
Nonostante queste accortezze la conclusione non lascia spazio a tante interpretazioni:

Sopravvivenza Australia > 2,3% 
Sopravvivenza Stati Uniti > 2,1%

“Molti medici continuano a pensare ottimisticamente che la chemioterapia citotossica possa aumentare significativamente la sopravvivenza dal cancro”, scrivono nell’introduzione gli autori.
“In realtà - continua il professor Grame Morgan - malgrado l’uso di nuove e costosissime combinazioni di cocktails chimici… non c’è stato alcun beneficio nell’uso di nuovi protocolli”.
Se la chemio citotossica contribuisce alla sopravvivenza a 5 anni per un miserrimo 2% cosa è accaduto al rimanente 98% dei pazienti? E dopo 10 anni, ci sono dati?
Domande prive di risposta….

Un’altra ricerca interessante è quella del dottor Ulrich Abel, epidemiologo tedesco della Heidelberg/Mannheim Tumor Clinic. Abel chiese a circa 350 centri medici sparsi nel mondo l’invio di tutti gli studi ed esperimenti clinici sulla chemioterapia.
L’analisi durò parecchi anni e alla fine quello che risultò è la non disponibilità di riscontri scientifici in grado di dimostrare che la pratica della chemioterapia prolunghi la vita in modo apprezzabile.
Quindi da oltre sessant’anni stiamo usando farmaci citotossici che non solo non funzionano, ma che inducono più problemi e danni della malattia stessa.

CANCRO: IL BUSINESS INTOCCABILE 
Non serve andare oltre per comprendere che la chemioterapia da oltre 70 anni sta facendo molto male alle persone, ma molto bene alle casse delle industrie che li producono. 
Ecco qualche esempio di chemioterapico con tanto di prezzo in euro (Farmadati, 2013): 

Ibritumomab (Schering), 1 fiala: 14.894 euro
Sunitinib (Pzifer), 30 compresse: 8.714 euro
Sorafenib (Bayer), 112 compresse: 5.305 euro
Erlotinib (Roche), 30 compresse: 3.239 euro
Pemetrexed (Eli Lilli), 1 fiala ev.: 2.265 euro
Topotecan (Glaxo), 5 fiale: 1.752 euro.
Questi veleni oltre ad essere i farmaci più tossici sono anche quelli più costosi nella storia della medicina e non si usano quasi mai singolarmente, perché gli oncologi preferiscono mescolarli e potenziarli nei loro cocktails, per cui il costo e i danni lievitano esponenzialmente.
Questo è uno dei motivi per il quale i protocolli NON si devono toccare: sono il business per eccellenza. 
Tutto il resto è secondario, anche la morte…










CONCLUSIONE
Iniettare una sostanza citotossica, cioè velenosa e mortale per le cellule malate e sane, per il sistema immunitario, per il sangue, per la linfa, per il midollo osseo, per il cervello e quindi per la Vita stessa non può essere considerato un trattamento terapeutico, ma una vera e propria aggressione e guerra chimica.
Se fosse vivo oggi il chimico Fritz Haber molto probabilmente farebbe la stessa fine della moglie: si sparerebbe un colpo in testa nel vedere le armi chimiche mortali, scoperte da lui in periodo di guerra, usate nei protocolli oncologici nella Grande Guerra al Cancro….


FONTE: 
Tratto dal nuovo libro di Marcello Pamio: “Cancro SPA”, rEvoluzione edizioni, 2016

venerdì 30 dicembre 2016

Un altro genocidio dimenticato: quello della popolazione dei Selk’nam

Verso la metà del XIX secolo i coloni europei si spinsero verso la così detta Terra del Fuoco, la porzione più a meridione del continente americano, costituito per la maggior parte da piccole isole. Il nome deriva dal fatto che avvicinandosi alle coste, gli esploratori furono accolti da alte colonne di fumoprovenienti dai fuochi accesi dalle popolazioni residenti.

Chi abitava questa terra ai confini del mondo? Qui vivevano antiche popolazioni, estranee ad ogni tipo di modernità e progresso. Tra queste c'erano i Selk'nam, una tribù che prima dell'arrivo degli europei, intorno al 1850, contava circa 3000 persone, ridotte a poco più di 100 nel 1930. 

Cosa ha decimato questa remota popolazione? Ecco la verità che per decenni è rimasta sconosciuta al mondo.

I Selk'nam abitavano la regione della Patagonia e alcune isole della Terra del Fuoco. Sono una delle ultime tribù ad essere stata raggiunta dai colonizzatori europei.



Il loro sostentamento era costituito prevalentemente da cacciagione. Si cibavano inoltre delle piante commestibili della foresta.
Parlavano una loro lingua e adoravano la divinità naturale Temáukel che si manifestava nell'ordine del mondo.

A partire dal 1850 il governo cileno e argentino iniziarono una campagna espansionistica verso la Terra dei Fuochi per cercare terre fertili, adatte al pascolo di pecore.

Gli esploratori non ebbero alcun rispetto per le popolazioni indigene.



L'importazione di pecore creò uno squilibrio nell'ecosistema del territorio raggiunto: gli allevamenti fecero allontanare tutti gli animali di cui i Selk'nam si cibavano. Impoveriti e affamati, alcuni cacciatori iniziarono ad uccidere le pecore dei colonizzatori.

Fu probabilmente questo il pretesto usato dagli allevatori per iniziare uno spietato sterminio.

Il Cile e l'Argentina promossero l'uccisione delle popolazione indigene, consegnando una quota in denaro proporzionale al numero di esseri umani uccisi: il massacro doveva essere dimostrato attraverso la consegna di una mano o di un orecchio della vittima. 
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Nel 1887 la popolazione dei Selk'nam era già stata dimezzata, ma gli stermini degli ultimi anni furono i più violenti: nel 1899 soltanto 783 persone erano ancora vive sull'isola.

Al massacro sulle terre di origine si aggiungono le morti avvenute in Europa: con l'approvazione da parte del governo cileno, nel 1899 11 nativi furono deportati nel vecchio continente per essere esposti negli zoo. La corporatura dei Selk'nam era molto diversa da quella occidentale, così come i tratti somatici. 

Molti degli individui deportati, morirono durante il viaggio, gli altri a causa di malattie o per le minime cure ricevute negli zoo. 
Nel 1919 potevano essere contati soltanto 279 Selk'nam e con la morte dell'ultima purosangue si concluse definitivamente la loro esistenza come tribù.

Per decenni il mondo non considerò lo sterminio dei Selk'nam un genocidio: il parlamento cileno ne discusse per la prima volta nel 2007, dando origine ad un nuovo scandalo.

Quando venne richiesto al parlamento il riconoscimento del massacro dei Selk'nam, si accese un ignobile dibattito nell'uso della parola genocidio e sterminio.

Tutto ciò ha una motivazione: il reato di genocidio non ha una scadenza, e dunque non è soggetto alla prescrizione, e prevede il risarcimento dei danni alle vittime o ai loro discendenti. Per questo si scelse di usare il termine sterminio e di installare un semplice monumento commemorativo. 

Forse una statua può bastare a rendere giustizia a una popolazione decimata in pochi anni?
FONTE: curioctopus.it (LINK)

Le infinite proprietà dell'acqua

Mentre molti di noi tentano invano di ristabilire la propria salute ingoiando ogni giorno un mucchio di pastiglie, gli studiosi sono sempre più propensi a credere che esista un mezzo molto più efficace ed accessibile a chiunque per guarire i nostri corpi: l’acqua.

L’acqua è la sostanza fondamentale senza la quale non esisterebbe la vita sulla Terra. Da molti anni laboratori di tutto il mondo conducono esperimenti stupefacenti su come modificare la struttura dell’acqua, ed è stato quindi scoperto che proprio dalla struttura dipendono le proprietà che l’acqua trasmette in seguito all’organismo vivente. Per conoscere le peculiarità della cura con l’acqua strutturata “La Voce della Russia” (una nota emittente russa) si è rivolta alla terapeuta Anna Jakovleva che già da alcuni anni cura efficacemente i suoi pazienti con l’aiuto di questo metodo.
La struttura variabile dell’acqua è molto più importante della sua composizione chimica costante. Ciò consente di conferire all’acqua le proprietà necessarie, di volta in volta. È noto che la struttura dell’acqua cambi sotto l’effetto della musica e delle parole. Così, quando viene suonata musica classica, quando vengono pronunciate preghiere, mantra o semplicemente parole di gratitudine, le molecole dell’acqua possono curarci. Al contrario, le bestemmie, le parole che umiliano e ingiuriano l’uomo, influiscono sull’acqua in modo tale da deteriorare la salute umana.

Ecco un fatto sorprendente: l’acqua è suscettibile a ciò che pensiamo e, quel che più conta, a ciò che diciamo. In presenza di pensieri positivi e di senso di gratitudine espressi dall’uomo, l‘acqua sarebbe in grado di operare miracoli e curare persino le malattie più gravi. Non a caso i nostri antenati recitavano preghiere prima di ogni pasto, pratica in uso ancora oggi in alcune congregazioni religiose. Oltre al significato sacrale, questo rito avrebbe quindi anche un significato pratico. Non solo: bisogna anche ricordare che il nostro stesso corpo è costituito prevalentemente di acqua e che la nostra acqua “interna” reagisce ai nostri ragionamenti. La nostra salute è, in sostanza, il risultato dei nostri pensieri.
Ciò è descritto dettagliatamente nel libro “I Messaggi dell’Acqua” dello scrittore e scienziato giapponese Masaru Emoto. Il libro è uscito nel 1999, suscitando subito chiassose reazioni nel mondo scientifico. Masaru Emoto dimostra che l’acqua modifica in modo determinato e preciso la propria struttura, sotto l’influsso delle diverse emozioni umane. A titolo di prova, vi sono pubblicate foto di cristalli d’acqua congelati, subito dopo essere stati sottoposti all’azione di musica classica, di parole dal significato positivo o frasi contenenti messaggi positivi, e foto di cristalli che hanno “ascoltato” hard rock o metal e parole offensive. Nel primo caso i cristalli erano bellissimi ed avevano una forma perfetta. Nel secondo caso rappresentavano frammenti rotti e non strutturati.

Racconta Anna Jakovleva:

Tre anni fa ho deciso di svolgere un piccolo esperimento con i miei pazienti, per dimostrare loro l’effetto prodotto dall’acqua strutturata sulla salute umana. All’inizio molti partecipanti erano scettici, il che, del resto, non stupisce. Per interessare più persone possibile e dimostrare che il metodo funzionava, ho deciso di realizzare un piccolo esperimento con delle piante.
Avevamo tre viole, che in quel momento erano nella fase di riposo e non fiorivano. Abbiamo cominciato ad annaffiare la prima viola con acqua “caricata” di musica classica, prevalentemente di arie di Puccini e Verdi. La seconda viola è stata annaffiata con acqua che ha “ascoltato” la cronaca criminale trasmessa in tv. La terza viola è stata irrorata con acqua normale di rubinetto. Due settimane dopo, avevamo già ottenuto i primi risultati. La prima viola era fiorita, la seconda aveva perso alcune foglie ed aveva iniziato a marcire, la terza non mostrava alcun cambiamento significativo. Un mese dopo, la seconda viola era morta, mentre la prima fioriva rigogliosamente. La terza viola invece era rimasta così come era all’inizio dell’esperimento.
Molti miei pazienti hanno avuto quindi modo di vedere con i propri occhi che l’acqua è capace di influire sugli organismi viventi, ed hanno deciso di provare su di sé tale metodica. Come risultato, la maggior parte di loro ha cominciato a sentirsi molto meglio. È possibile allora, ci si chiede, sostituire la somministrazione di farmaci con un bicchiere di acqua “viva”, ovvero strutturata? E di cosa si tratta: di un vero miracolo o di effetto placebo? Che ciascuno decida per sé in che cosa credere. Ma durante la colazione, in ogni caso, ringraziate la vostra acqua. Semplicemente per provare. Forse funzionerà.

Le due facce dell’acqua:

Masaru Emoto è lo scienziato giapponese che ha dimostrato la capacità dell’acqua di “memorizzare” le informazioni che riceve dall’ambiente, dando forma a cristalli diversi per ogni tipo di “messaggio”. Masaru Emoto ha quindi messo a punto una tecnica che gli ha consentito di scoprire e di ammirare i molteplici segni del linguaggio figurativo, con cui l’acqua risponde agli stimoli esterni. Attraverso tale tecnica, è possibile fotografare i cristalli ottenuti dal congelamento di acqua sottoposta alle vibrazioni, non solo di parole o brani musicali, ma anche di pensieri e stati d’animo. L’acqua sottoposta alle vibrazioni di parole e pensieri positivi, forma dei cristalli bellissimi simili a quelli della neve, l’acqua sottoposta alle vibrazioni di parole e pensieri negativi, reagisce creando strutture amorfe e prive di armonia. L’acqua è infatti in grado di registrare la vibrazione di una energia estremamente sottile, definita nella cultura giapponese “Hado”.
Hado in giapponese significa “cresta dell’onda”. Questo termine indica la vibrazione energetica estremamente sottile che è all’origine della creazione. Grazie all’incontro con il dottor Lorenzen e all’utilizzo della M.R.A. (Magnetic Resonance Analyzer), una macchina in grado di misurare l’intensità di Hado, Emoto ha potuto dimostrare che l’acqua può migliorare le condizioni fisiche delle persone. Successivamente la ricerca si è focalizzata sulle immagini dei cristalli di acqua ghiacciata, poiché il cristallo d’acqua è il segno che rende visibile l’influsso di questa sottile vibrazione, non visibile all’occhio umano, ma in grado di influenzare la materia.

L’acqua ci ascolta, memorizza sul suo nastro magnetico le vibrazioni dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e ci risponde nel linguaggio figurativo dei suoi cristalli. Questo dialogo con l’acqua consapevolizza e porta a galla l’immagine di ciò che siamo. E’ un concetto difficile da accettare, ma in realtà questo dialogo esiste. La Terra, chiamata anche il Pianeta d’Acqua, è coperta per il 70% della sua superficie di acqua, la stessa proporzione presente in un corpo umano. La neve, che cade sulla Terra da milioni di anni, contiene cristalli simili tra loro ma diversi uno dall’altro. Ogni cristallo porta in sé un’informazione. Più precisamente, la geometria del cristallo è l’informazione stessa che si cristallizza. L’acqua, attraverso la creazione e la contemplazione dei suoi cristalli, rende possibile un dialogo con l’uomo elevando la sua consapevolezza.
Nel libro “Messaggi dall’Acqua, Volume II”, il dott. Emoto attribuisce particolare attenzione all’aspetto delle relazioni umane. Le immagini dei cristalli ivi mostrate, riflettono il risultato delle esperienze interpersonali all’interno di nuclei, quali la famiglia, la scuola e i gruppi di preghiera.
In modo particolare viene trattato l’aspetto della preghiera e dell’energia che essa produce sull’acqua. L’esperienza della preghiera ha in sé le vibrazioni del sentimento e dell’emozione che accompagnano la parola. La risultante è una vibrazione sottile in grado di intervenire sulla materia modificandola. A questo proposito viene ricordato l’incantesimo provocato dall’energia della preghiera sulle sponde del lago Biwa, in Giappone. Il 25 luglio 1999, alle ore 4.30 del mattino, 350 persone si riunirono di fronte al lago inquinato, per offrire le proprie preghiere all’acqua. L’intenzione delle persone che pregavano insieme era sintonizzata su pensieri di armonia e gratitudine. Il risultato fu sbalorditivo! L’acqua prelevata dal lago inquinato prima di essere sottoposta alla vibrazione della preghiera non aveva prodotto alcun cristallo, mentre prelevata dopo la preghiera era stata in grado di produrre bellissimi cristalli per oltre sei mesi, fino a gennaio del 2000.
Il pianeta sta andando incontro ad un processo di deterioramento pressoché inevitabile. A questo proposito Emoto si è fatto promotore di un progetto che invita le persone ad inviare sentimenti di amore e gratitudine nei confronti dell’acqua che scorre in zone del mondo particolarmente a rischio. Questa sua proposta porta il nome di Progetto di Amore e Gratitudine all’Acqua…
Il dott. Emoto è convinto che la coscienza di ognuno di noi crei il nostro mondo: La vibrazione dell’amore e della gratitudine possono essere trasmesse, attraverso la nostra intenzione, ai corsi d’acqua che attraversano i paesi devastati dai conflitti e dalle guerre. Immaginiamo, ad esempio, di inviare la nostra preghiera, il nostro pensiero d’amore al fiume Giordano, sulle cui sponde vivono israeliani e palestinesi. L’acqua, informata da questa altissima vibrazione di luce, armonizzerà la terra e coloro che berranno o utilizzeranno questa acqua. Con questo gesto di preghiera all’acqua, è come se operassimo una trasfusione al pianeta, sostenendolo con la vibrazione più potente, quella dell’amore”.

Intervista di Roberta Piliego al Dott. Masaru Emoto:

Ho avuto il privilegio e la felicità d’incontrare quel frammento di coscienza planetaria che è il dottor Masaru Emoto, lo scienziato giapponese che ha saputo dialogare con l’acqua, ponendo le basi di una nuova “ecologia spirituale” per il terzo millennio.
D) HADO, ovvero il mondo delle energie sottili riferito alla coscienza. Qual è il rapporto tra HADO e acqua?
R) “HADO è una parola giapponese con un significato ben preciso, che si riferisce ad un’energia piccola e sottile. Per il popolo giapponese HADO sta diventando popolare, in dieci anni ho venduto quindicimila libri con questa parola sempre presente nel titolo! In Giappone abbiamo un centinaio di libri con la parola HADO”.
D) Qual è stato il momento in cui ha capito che i cristalli d’acqua erano portatori di messaggi? Si è trattato d’intuizione o comprensione?
R) “Otto anni fa cominciai a scattare queste fotografie per provare una cosa che già conoscevo, e cioè che l’acqua era in grado di memorizzare le informazioni. L’osservazione dei cristalli ha reso evidente come l’acqua reagisca alle informazioni a cui viene sottoposta. Dopo anni di lavoro e una decina di migliaia di scatti fotografici, ho potuto verificare che l’acqua ha una certa tendenza. La geometria del cristallo è l’informazione stessa che si cristallizza.
D) L’informazione quindi diventa segno?
R) “Sì, certamente”.
D) Nell’intervallo tra i meno venti gradi e i meno cinque gradi, l’acqua passa dallo stato solido del cristallo a quello liquido. In questo passaggio lei ha individuato un tempo, pari a una ventina di secondi, dove si tenta, attraverso una serie di scatti fotografici, di fermare l’emanazione di quell’energia sottile chiamata HADO. Cosa accade in quei venti secondi?
R) “Intorno ai meno dieci gradi la cristallizzazione incomincia a formarsi. Il punto di cumulo è individuabile intorno ai meno cinque gradi, ma l’attività massima di emanazione dell’energia avviene a meno un grado. In quel secondo l’energia fiorisce nel cristallo che subito dopo si scioglie”.

La vibrazione dello spirito:

D) Gli esperimenti, ripetuti “a parità di condizioni”, hanno evidenziato strutture simili ma cristalli non uguali. Questa continua modificazione può essere spiegata in termini quantistici?
R) “La coscienza umana vuole evolversi, non può stare ferma; e poiché è la coscienza ad influenzare l’acqua, non è possibile parlare di parità di condizioni”.
D) A questo proposito abbiamo visto che le parole, i pensieri, le emozioni, i sentimenti e i segni informano l’acqua che memorizzandoli li ritraduce, attraverso gli innumerevoli disegni dei suoi cristalli, in linguaggio figurativo. Ma prima di tutto ciò cosa c’è?
R) “C’è lo spirito. L’acqua traduce la vibrazione dello spirito che diventata forma, geometria, informazione udibile”.
D) Dottor Emoto, esponendo l’acqua alla vibrazione di due parole, una positiva ed una negativa, lei ha ottenuto un’immagine in cui il segno della parola positiva appare come il più forte e dominante. L’immagine indica la predominanza della bellezza. Questo risultato suggerisce una serie di considerazioni. Penso al ruolo della preghiera e della meditazione, ma anche alla nostra responsabilità di uomini nel coltivare pensieri, parole e gesti.
R) “Sì, è vero. Questo processo, questa energia, può essere guidata solo dalla coscienza umana, e la responsabilità a cui lei ha fatto riferimento è estremamente importante. Se molte persone nutrono sentimenti e pensieri di amore e di gratitudine, il mondo non potrà che andare in quella direzione. Non esserne coscienti vuole dire rovinare il mondo e distruggere la vita”.

Ritrovare l’unità con il Divino:

D) Il suo lavoro induce ad un ripensamento del concetto di ecologia, suggerendo l’ipotesi di una nuova ecologia, un’ecologia spirituale per il terzo millennio che utilizza, come strumento d’intervento, l’espansione della coscienza.
R) Se io fossi Dio invierei sali minerali, 108 elementi affinché si formi il pianeta. Quindi, invierei il mio pensiero affinché si crei l’acqua come messaggero della mia intenzione. Questa intenzione, in risonanza con il pianeta e gli altri elementi, darebbe luogo al cristallo, ovvero alla matrice della mia intenzione di creare la vita. Come un legame chimico, prima occorre legare due elementi”.
“Questo primo legame formerebbe materia, forme e nuovi elementi più complessi. Ma, essendo Dio, sarei molto impegnato perché avrei molti altri bambini di cui occuparmi. Mi sarebbe necessario qualcuno che mi rappresentasse mantenendo quell’intenzione. In altre parole, avrei bisogno della razza umana la cui intenzione, all’inizio, era in risonanza e in unità con il Creatore”.
“Indubbiamente, in questo momento, c’è molto da fare. Se l’umanità riuscisse a intuire questa idea del Creatore, il mondo sarebbe armonioso. Questo fenomeno lo abbiamo chiamato cristallo, “Christus ist in allem”, che in tedesco significa Cristo è in tutto. Questa è la mia favola”.
D) Il cristallo più bello è quello ottenuto dalla reazione dell’acqua sottoposta alla vibrazione delle parole “amore e gratitudine”.
R) “Sì, assolutamente”.
D) Mi è piaciuta molto la sua rilettura della formula dell’acqua, H2O, in termini di due parti di gratitudine ed una di amore…
R) “A questo proposito voglio raccontarle una storia. Gli uomini hanno due orecchie e una bocca. Ascoltare è gratitudine, perché ascoltare significa accettare, accogliere. La bocca, invece, è amore, poiché attraverso la parola, quella vera, emana amore. Per questo esiste il concetto delle due orecchie e della bocca…ed ecco H2O”.



mercoledì 28 dicembre 2016

Centri commerciali sempre aperti, ma vendite in calo: gli effetti della Grande Distribuzione Organizzata

Una delle tante trovate del capitalismo italiano per tamponare la crisi economica che persiste dal 2008 è stata la liberalizzazione degli orari di apertura nel settore del Commercio. Con il decreto Salva Italia varato dal Governo Monti nel 2011, ogni esercizio ha potuto decidere gli orari della propria attività, arrivando anche all’apertura 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.
Si è trattato di un cambiamento di grande portata, soprattutto se pensiamo al numero di lavoratori coinvolti: la nuova disciplina ha infatti investito 750mila piccoli negozi, 170mila ambulanti, 10mila supermercati e 600 ipermercati, quindi milioni di addetti del Commercio, concentrati soprattutto nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata).
La giustificazione posta a difesa del decreto era la spinta ai consumi che in teoria questa liberalizzazione avrebbe dovuto innescare, stimata da Federdistribuzione e governo in un aumento di 4 miliardi di euro di spesa, pari a circa il 2% dei consumi. Le cose sono andate diversamente, però. Nel 2012, anno dell’introduzione effettiva del Salva Italia, si è tenuto il peggior crollo dei consumi della storia repubblicana, con una flessione del 4,3% su base annua e un’ulteriore diminuzione del 2% nel 2013. Nei due anni successivi abbiamo assistito ad una sostanziale stagnazione del settore, in gran parte motivata dal calo dei prezzi, che al momento ha permesso di mantenere costanti i livelli di spesa delle famiglie (fonte dati: Confesercenti).
Lungi dall’essere uno stimolo al consumo, ciò che si è potuto riscontrare nel periodo successivo all’entrata in vigore della legge è stata invece una mera redistribuzione degli acquisti all’interno della settimana, a favore della domenica e a scapito degli altri giorni. Ciò nonostante, i centri commerciali continuano ad essere sempre aperti e a proliferare, soprattutto nel nord Italia, alternando l’inaugurazione di nuovi negozi al ridimensionamento o addirittura alla chiusura di altri.
Questo giochetto fa comodo non solo ai colossi della GDO, che si disfano di un esercizio non appena la redditività cade, ma ne giovano anche quei Comuni che ospitano nuovi centri commerciali: avallando la costruzione di metri cubi di cemento sperano di poter risanare parte del loro bilancio attraverso gli oneri di urbanizzazione.
Le ricadute sull’occupazione sono pari a zero, perché si crea da una parte distruggendo dall’altra e poco importa se questo mec­canismo consente la perpetrazione di speculazioni e sfruttamento del territorio, spesso operato anche dalla malavita organizzata. Purtroppo abbiamo già visto questo film proprio con la dismissione delle grandi fabbriche a favore di una speculazi­one edilizia spaventosa, che ha ingrassato i palazzinari, addirittura aggravando il problema casa.
L’altra favola raccontata all’epoca del Salva Italia era l’aumento dei posti di lavoro che sarebbe scaturito dalle aperture domenicali e festive: anche in questo caso una bolla di sapone. Il Commercio non si è distinto, anzi, è in linea con l’aumento della disoc­cupazione che caratterizza pressoché tutti i settori (attualmente al 13% su scala nazionale, toccando l’apice del 45% tra i giovani.) L’aspetto più paradossale di questa vicenda è che si chiede flessibilità oraria ma i posti di lavoro continuano a diminuire.
La liberalizzazione degli orari ha addiritura penalizzato fortemente la piccola distribuzione: nei 18 mesi successivi al decreto, il settore ha registrato un saldo negativo di quasi 32mila aziende, con la perdita di oltre 90mila posti di lavoro. Attualmente in Italia ci sono 500mila esercizi commerciali sfitti e dei 700mila esistenti, circa la metà è a rischio chiusura (fonte dati: Confesercenti).
Il Salva Italia è un gatto che si morde la coda e non riesce a salvare nemmeno se stesso. A pagare sono sempre i lavoratori: l’80% degli addetti del Commercio (circa 2 milioni) è costretto a lavorare la domenica e i festivi, giorni in cui la maggior parte delle persone è a riposo, quindi con ripercussioni importanti sul tempo libero e la vita familiare (fonte dati: Confesercenti).

Il mondo della GDO: lavori di più, pagato di meno

La liberalizzazione degli orari di apertura ha condotto a situazioni paradossali, come il caso di Carrefour, che tiene aperti 24 ore su 24 ben 77 negozi in tutta Italia rinunciando però ad aprirne di nuovi nel profondo sud perché la redditività non sarebbe abbastanza elevata. Va detto che anche gli altri giganti della GDO non sono da meno, perché la fuga dalle regioni meridionali riguarda pressoché tutti i marchi, con ripercussioni pesanti sui posti di lavoro.
La ricetta è quindi sfruttare di più chi è già impiegato, usando la disoccupazione come ricatto per far ingoiare continui peggioramen­ti. Proprio il ricatto di perdere il lavoro o di essere spostati a decine di km da casa, unito all’arrendevolezza dell’apparato sindacale, ha costretto i lavoratori del Commercio a subire una flessibilità sempre più sfrenata.
Dal 1997 ad oggi la legislazione in termini di tutele del posto di lavoro è andata sempre peggiorando e l’ultimo provvedimento varato, il Jobs Act del governo Renzi, ha definitivamente cancellato l’art. 18 per i nuovi assunti. La GDO è il teatro dove tutte le forme contrattuali, anche le più strampalate, sono state messe in atto con lo scopo di adattarsi il più possibile ai flussi di clientela. Non è difficile trovare lavoratori a tempo indeterminato, determinato, interinale, a chiamata all’interno dello stesso eser­cizio commerciale, magari assunti anche da ditte diverse Le figure più comuni sono a part-time perché solitamente soggette a turni e quindi più facilmente spostabili a seconda delle esigenze del negozio. L’assegnazione degli orari di lavoro all’ultimo, senza tener conto degli impegni dei dipendenti, è ormai un’abitudine consolidata in tutto il settore. Per un lavoratore è pressoché impossibile organizzarsi la vita al di fuori del negozio.
Oltre all’attacco sugli orari, va detto che le misure ap­provate nel decreto hanno conseguenze pesanti anche sullo stipendio: equiparando domenica e festivi ai giorni feriali, le maggiorazioni previste per il lavoro straordinario vengono a cadere. Non è un caso che anche in quelle realtà in cui il contratto integrativo azien­dale forniva ancora una tutela salariale, il padronato abbia deciso di dismetterlo cancellando in un sol colpo anni di contrattazione.
Il mantenimento degli accordi aziendali sta diventando sempre più problematico, soprattutto dopo che la bar­riera del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) è stata abbattuta con la firma di Cgil, Cisl e Uil nel rinnovo del 2015. In questo momento premi e incentivi previsti dai contratti interni sono sotto attacco: se ciò dovesse andare a buon fine si calcola un ribasso degli stipendi pari a circa il 20%, misura particolamente pesante per i part time, che nel settore sono la maggioranza.

La risposta dei sindacati: concertazione e autoritarismo

Il rinnovo contrattuale del 2011 si concluse con un accordo separato che vedeva la Cgil (Filcams) schierarsi contro Cisl e Uil, per una visione critica in particolare sulla limitazione del diritto alla malattia e sugli orari di lavoro. Al rifiuto della firma, però, la Cgil non fece seguire una campagna nazionale per riconquistare le tu­tele abolite. In questi anni, nel migliore dei casi, ha cercato di mantenere le ultime garanzie esistenti a livello aziendale accettando come un dato di fatto i peggioramenti subiti.
A marzo 2015, purtroppo, il nuovo CCNL è stato firmato anche dalla Cgil che stavolta ha ceduto su quegli stessi temi che ne aveva­no impedito la firma allo scorso rinnovo. Via libera dunque alle restrizioni sulla malattia, al lavoro domenicale senza maggiorazioni, alla banca ore e all’apprendistato selvaggio. A parole la Cgil ha criticato il Jobs Act, ma nella contrattazione del Commercio non è stata conquistata nessuna misura per limitare la nuova legislazione sul lavoro.
La capitolazione della Cgil non ha comportato un arretramento solamente dal punto di vista contrattuale. Per giustificare quanto fatto, i dirigenti Cgil ora devono applicare una linea più moderata e maggiormente concertativa anche all’interno delle vertenze. Non è un caso che durante la lotta Ikea proprio la Cgil abbia scelto di ricorrere a metodi autoritari, intimando ai propri delegati Rsu di allinearsi alle decisioni dei funzionari. In alcuni casi, si è arrivati addirittura a sollevare gli stessi rappresentanti dall’incarico, come successo nel negozio di Brescia.
I tradimenti sindacali non possono lasciarci indifferenti né devono farci cadere nel qualunquismo. Voltare lo sguardo dall’altra parte o sostenere che i dirigenti sindacali siano tutti uguali è semplice, ma non ci aiuterà ad avere maggiori tutele sul nostro posto di lavoro, nel Commercio come in qualsiasi altro settore. La risposta è ancora una volta nelle nostre mani, di noi che tutti i giorni andiamo a lavorare e ci scontriamo con arroganza e condizioni insopportabili. L’unità che fa la forza, quella che spaventa sia i padroni che i dirigenti sindacali, è proprio quella tra compagni di lavoro, tra coloro che subiscono i peggioramenti decisi sulle poltrone delle sale riunioni.
Proprio Ikea ci ha fornito un primo esempio di come sia necessario mantenere questa unità sviluppando forme di autor­ganizzazione e un dibattito collettivo tra colleghi, al di là della tessera di appartenenza. I sindacati sono uno strumento valido, ma solo se rispondono alle esigenze e ai bisogni di chi lavora. Dobbiamo riprendere in mano queste strutture quando è possibile e creare coordinamenti esterni quando i sindacati si trasformano in un freno per la lotta. Siamo noi i protagonisti e noi dobbiamo scegliere quale ruolo interpretare.

La strategia padronale: oggi tocca al Commercio, domani a tutti

Nel gennaio 2012 la Fiat usciva da Condindustria, inaugurando ufficialmente una stagione di svalutazione del contratto nazionale, peraltro già in corso negli stabilimenti, soprattutto a danno degli attivisti Fiom. La scelta di ritirarsi dall’associazione padronale ris­pondeva ad un disegno preciso di Marchionne: non sottomettersi a nessuno e avere le mani libere per imporre le proprie esigenze direttamente in fabbrica.
Il mondo della GDO ha riproposto questa strategia in grande stile, creando una vera e propria emorragia da Confcommercio: Au­chan, Carrefour, Coin, Despar, Esselunga, Ikea e Metro sono usciti per aderire a Federdistribuzione, attualmente sprovvista di CCNL. Evidentemente tutti gli sforzi fatti dai sindacati confederali per svendere il contratto non sono stati suf­ficienti. Oltre al danno, pure la beffa.
Auchan, Ikea, Coop e Gigante hanno addirittura annunciato la cancellazione del contratto integrativo. Auchan ha dichiarato quasi 1.400 licenziamenti, poi trasformati in dimissioni volontarie riuscendo a coprire il 90% degli esuberi, dato che segna una profonda sfiducia nei confronti del sindacato. Inoltre, i lavoratori rimasti, si trovano senza contratto aziendale, quindi con uno stipendio inferiore e meno diritti. Ikea, invece, ha ricattato i propri dipendenti subordinando l’erogazione del premio all’accettazi­one di un nuovo sistema di flessbilità oraria: i turni vengono imposti dal flusso di clientela e quindi soggetti a continui cambiamenti.
Ci sono state campagne di solidarietà verso i lavoratori di queste realtà, molte delle quali proponevano il boicottaggio del marchio o l’astensione dallo shopping la domenica. Riteniamo che queste posizioni possano essere valide a livello individuale, ma non abbiano la forza di ribaltare la situazione. Dicasi lo stesso per l’acquisto di prodotti equo e solidali in contrapposizione ai grandi marchi: lo sfruttamento esiste in tutte le realtà lavorative, da quelle mulinazionali a quelle equo e solidali, anche se meno evidente.
A queste campagne di opinione, che possono essere utili a porre in discussione il problema, desideriamo aggiungere una campagna di classe che miri ad unire i lavoratori, partendo dal presupposto che lo sfruttamento è un dato fondativo di questa società e per eliminarlo dobbiamo mettere in discussione tutto, non solo il giorno in cui andare a fare la spesa.
Gli attacchi subiti dai lavoratori del Commercio stanno avvenendo anche in altri settori, a partire dalla ristorazione collettiva e dal turismo. La diffusione di turni, banche ore, straordinari comandati è ormai un dato di fatto in molte realtà, anche nel mondo impiegatizio. Ecco che si genera un circolo vizioso: ci spingono a pensare che fare la spesa la domenica o andare al ristorante la sera tardi sia un’opportunità, ma la verità è che siamo costretti ad andarci in giorni ed orari improbabili proprio perché ci fanno lavorare in giorni ed orari improbabili. Oggi tocca al Commercio, domani toccherà a tutti.
Ci impongono questi sacrifici in nome di un profitto di cui non godremo mai, per risanare una crisi che non ab­biamo causato noi. Proprio per questi motivi la campagna contro l’aumento dell’orario di lavoro deve basarsi innanzitutto sulle nostre forze, rispedendo al mittente flessibilità oraria e contrattuale proprio adesso che siamo ancora in tempo.

La soluzione c’è: lavorare meno, lavorare tutti!

Spesso ci capita di sentirci impotenti di fronte a grandi aziende e multinazionali e pur percependo che qualcosa non quadra nel modo in cui funziona la società, ci pare di non sapere da dove cominciare per risanare la situazione. In realtà una prima, semplice proposta può servire ad invertire la rotta: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio.
I colossi della GDO e come loro tante imprese hanno guadagnato milioni di euro negli scorsi decenni. Nonostante l’ammontare immenso di questi profitti, la società si è polarizzata ulteriormente e i ricchi lo sono sempre più, mentre il tasso di povertà è cre­sciuto in maniera costante. Ciò significa che quella ricchezza, prodotta innanzitutto da chi lavora, è stata redistribuita male, com’è normale che sia nel sistema capitalista.
La riduzione d’orario a parità di stipendio sarebbe dunque attuabile fin da subito se si imponesse i padroni di rinunciare ai profitti intascati con il nostro sudore. Ciò comporterebbe un reale aumento dei posti di lavoro, risolvendo una volta per tutte il problema della disoccupazione. I lavoratori avrebbero maggior tempo a disposizione da trascorrere con famiglie, amici e per dedicarsi ad attività ricreative. In questo modo ne gioverebbe tutta la società, che sarebbe meno alienata e culturalmente più attiva. Infine, riducendo l’orario di lavoro a parità di stipendio, potremmo far compere durante la settimana e garantire la chiusura dei templi del commercio la domenica, trasformando il circolo vizioso in un meccanismo virtuoso.
Questa battaglia è il primo passo fondamentale per porre un freno a tutte le misure peggiorative che stiamo subendo nei posti di lavoro ormai da oltre vent’anni a questa parte. Nel prossimo periodo il governo porrà in discussione altri diritti, a partire dalle pen sioni e dallo stato sociale. Promuovere una grande campagna per lavorare meno e lavorare tutti è il modo migliore per passare subito al contrattacco e dimostrare che non vogliamo cedere nemmeno sui rinnovi contrattuali previsti a breve: pubblico impiego, trasporto pubblico e metalmeccanici.
Lavoriamo in settori diversi e abbiamo contratti differenti, ma l’attacco condotto dal padronato è unanime e generalizzato. Noi lavoratori siamo sulla stessa barca e l’ammutinamento deve coinvolgere tutte le realtà, esprimendo solidarietà a chi lotta e riportan­do questa battaglia anche all’interno del nostro posto di lavoro. Uniti possiamo tutto, divisi non siamo nulla.

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