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domenica 31 maggio 2015

RISO: pensavo fosse arborio.... ma arborio non è!

Il mondo del riso è affascinante e, a differenza di altri settori dell’agroalimentare, quasi sconosciuto al consumatore, benchè si tratti di un cereale che sfama una buona parte della popolazione mondiale e che è parte integrante della tradizione gastronomica italiana. 
In Italia, alcune varietà di riso «storiche» come l’Arborio o il Carnaroli sono ancora coltivate, nonostante abbiano rese non particolarmente elevate rispetto a varietà più moderne e siano più suscettibili alle malattie. Nel nostro Paese si coltivano un centinaio di varietà diverse di riso e ogni anno se ne registrano di nuove. Dove finiscono? È possibile che arrivino sulle nostre tavole solo quelle tradizionali?
«All’agricoltore interessa la novità, mentre il consumatore vuole la tradizione.»
Due punti di vista opposti e, sembrerebbe, inconciliabili che, però, ci spiega Paolo Carrà, presidente dell’Ente Nazionale Risi, hanno trovato un punto d’incontro nella legge n. 235 del 18 marzo 1958 con l’istituzione delle «griglie».
Secondo questa legge, il riso italiano è raggruppato in tipologie omogenee per i diversi impieghi culinari. Per ognuna di queste sono indicate la varietà che dà il nome al gruppo e tutte quelle che afferiscono. In pratica, se a casa avete una scatola di riso «Originario», sappiate che può contenere una delle seguenti varietà: Originario, Agata, Ambra, Arpa, Balilla, Brio, Castore, Centauro, Cerere, CL 12, Ducato, Elio, Eridano, Lagostino, Marte, Perla, Selenio, Sfera, Sole CL, SP 55, Terra CL o Virgo. E in realtà, andando a vedere l’estensione delle superfici coltivate, è molto probabile che abbiate ilSelenio.
Gli unici gruppi che, per il momento, sono formati da una sola varietà sono il Vialone Nano e il Sant’Andrea, quindi, salvo frodi,[2] se a casa avete una scatola di questi risi potete essere certi che lì dentro ci sono sicuramente o Vialone Nano o Sant’Andrea. Ma per tutti gli altri valgono le regole delle griglie, anche per le varietà più diffuse come il Carnaroli, l’Arborio o il Baldo.
Quindi si chiamano in un modo, ma dentro potrebbe esserci tutt’altro. Certo, niente di così diverso da rovinare la preparazione dei piatti, ma le differenze tra le varietà, come è facilmente intuibile, ci sono e se nonostante compriate la stessa marca di riso da sempre ogni tanto avete risultati diversi dal solito, il motivo potrebbe essere questo.
Il raggruppamento in classi abbastanza omogenee ha avuto sicuramente il vantaggio di semplificare la commercializzazione del riso senza bloccare lo sviluppo di nuove varietà che potessero andare incontro alle esigenze degli agricoltori e al cambiamento dell’agricoltura, che non è più quella del 1945.
In altre parole, ci spiega Carrà, senza questa legge, il «peso» della tradizione, spesso glorificata dal consumatore che non ha mai visto un campo di riso da vicino e che idealizza un’agricoltura e i suoi prodotti sempre uguali a se stessi, sarebbe forse stato schiacciante.
Forse. Non lo sappiamo, in realtà. Per altri settori agricoli non ci si preoccupa nemmeno della varietà che stiamo acquistando. Le patate, per esempio, sono distinte dal consumatore in base al colore della buccia e all’uso gastronomico che se ne fa. Nel caso dei pomodori, invece, siamo abituati a vedere sempre nuove varietà che prima non esistevano: il datterino, il cuore di bue, il ciliegino ecc. Il consumatore non è per nulla confuso: assaggia una nuova varietà e, se gli piace, ne può addirittura decretare il successo commerciale. Cosa sarebbe successo al riso se non ci fosse stata quella legge del 1958 non lo possiamo sapere. Forse ora avremmo scatole con il nome Barone CL o Volano. Già, il Volano. Così diffuso tra i risicoltori eppure così sconosciuto tra i consumatori.
Pensavo fosse Arborio e invece era Volano
L’Arborio è frutto dell’incrocio tra il Vialone e la varietà americana Lady Wright, ottenuto da Domenico Marchetti che gli dà il nome dell’omonima cittadina vercellese. L’Arborio è coltivato per la prima volta nel 1946 e fin da subito ebbe un certo successo, tanto che in soli tre anni raggiunse i 1000 ettari di coltivazione. Per i trent’anni successivi, almeno fino al 1980, Arborio era sinonimo di risotto per la maggior parte degli italiani. Ma, come abbiamo visto, l’evoluzione agricola va di pari passo con quella biologica e nel 1972 la Società Italiana Sementi introduce il Volano, ottenuto da un incrocio tra Rizzotto e Stirpe 401, agronomicamente molto simile all’Arborio. Pian piano questo riso si diffonde ed entra nelle griglie ministeriali, può cioè essere venduto come Arborio. Se nel 1982 si coltivavano 20.000 ettari di Arborio e solo 500 di Volano, pian piano le parti si sono invertite. Nel 1990 l’Arborio scende a 14.000 ettari e il Volano sale a 6500, nel 2000 è l’Arborio a essere coltivato su 5700 ettari e il Volano su 17.000. Nel 2012 il Volano occupa quasi 20.000 ettari e il glorioso Arborio è ridotto al lumicino, con 674 ettari. La probabilità che, avendo una scatola di Arborio in dispensa, abbiate veramente riso della varietà Arborio sono, come potete immaginare, bassissime.

sabato 30 maggio 2015

Occhiali stenopeici: piccoli fori he aiutano la vista

L'occhiale a fori stenopeici è un occhiale che al posto delle lenti ha degli schermi neri traforati; può essere impiegato come ausilio alla rieducazione funzionale di:
miopia, astigmatismo, ipermetropia e presbiopia. Benché questo occhiale non risulti avere controindicazioni ed in alcuni casi sia impiegato anche per altri disturbi come cataratta, glaucoma, ambliopie, strabismo e astenopie, si ritiene che ciò debba essere valutato di volta in volta dallo specialista.

Il principio del foro stenopeico è noto alla scienza:

passando attraverso questo foro, la direzione dei fasci luminosi diventa parallela e raggiunge la fovea senza dovere essere fatta convergere su di essa dal cristallino. 
Attraverso il foro stenopeico, chi ha un vizio di rifrazione di qualunque grado, vede meglio che a occhio nudo e senza anteporre all'occhio alcuna lente.

La maggior parte dei medici e dei terapisti che usano approcci diversi da quello della medicina convenzionale concordano nel ritenere efficace l'uso dell'occhiale a fori stenopeici, se questo viene impiegato con costanza e regolarità (1-3 ore al giorno per almeno 3 mesi consecutivi). La prescrizione di lenti graduate viene ridotta in media di 0,50 diottrie ogni 3 mesi, se ci si limita ad un uso passivo di questi occhiali, mentre il dato ovviamente migliora se si segue anche un programma rieducativo. L'impiego dell'occhiale a fori stenopeici nei bambini è molto efficace, poiché si tratta di soggetti con un uso pregresso di lenti meno prolungato, e con migliori capacità di apprendimento e di recupero.

La potenzialità rieducativa:
- I piccoli movimenti che gli occhi fanno cercando di guardare attraverso i fori riattivano e coordinano i muscoli extraoculari. La regolarità e la precisione dei movimenti saccadici (piccoli precisi ed involontari) è alla base di una buona capacità visiva e di una buona salute oculare: durante l'uso dell'occhiale a fori stenopeici gli occhi vengono indotti a muoversi in modo corretto, senza che vi sia alcuno sforzo o intenzione da
parte del soggetto, che re-impara passivamente ad avere movimenti oculari più fluidi. Il riapprendimento di tipo passivo è importante: l'atto del vedere deve essere automatico, privo di "sforzi" volontari. La “rieducazione” dei muscoli extraoculari non consiste nel mero rafforzamento ma nella capacità di eseguire piccolissimi movimenti con grande precisione ed in modo fluido.
- Poiché gli occhiali nascondono parte dell’oggetto osservato, è necessario muovere occhi e testa “centrando” piccole porzioni per volta. In questo modo si evita il tentativo tipico di chi non ci vede bene, che consiste nel fissare l’oggetto cercando di metterlo a fuoco tutto contemporaneamente e senza fare oscillare gli occhi. Questo comportamento visivo è scorretto ed inefficace: è sufficiente
che una persona che ci vede bene lo adotti per qualche secondo perché si ritrovi a vederci immediatamente sfuocato. Questo dimostra che una sbagliata attitudine visiva può compromettere la vista di chiunque.
- Il cervello ricostruisce visivamente le immagini memorizzando e successivamente ricomponendo i singoli imput provenienti dagli occhi. Gli occhiali a fori stenopeici rendono questo processo più facile e più corretto, con il risultato di una qualità visiva migliore. La memorizzazione precisa delle parti costituenti un insieme, favorisce una precisa messa a fuoco dell'oggetto, ed un riconoscimento più veloce dello stesso.”Nota: "Questi occhiali sono oggetto di sperimentazione da parte della scuola di posturologia francese riguardo gli effetti che possono avere sulla postura." 

Occhiali a fori stenopeici: mezz’ora al giorno per rieducare gli occhi
Chi frequenta le fiere del benessere li conoscerà bene: gli occhiali a fori stenopeici (vedi foto) sono uno strumento per la rieducazione visiva che, se indossati per prova, stupiscono per la loro efficacia immediata: anche leggere il fogliettino illustrativo di un farmaco, dai caratteri microscopici, non sarà più un problema. Gli occhiali a fori stenopeici garantiscono infatti ai nostri occhi un lavoro di rieducazione intenso, veloce ma nel contempo estremamente rilassante. La ricerca autonoma della messa a fuoco attraverso gli schermi forati consente di intercettare solo i fasci luminosi perpendicolari al cristallino, avviando il progressivo recupero dell’efficienza oculare.
I risultati che si ottengono sono notevoli, ma i progressi che possiamo ottenere dipendono strettamente dalla continuità che riusciamo a dare a questa ginnastica oculare, alternando esercizi semplici ad altri più complessi.
Basta mezz’ora al giorno
Permettendo di non distoglierci dalle molteplici attività quotidiane a casa o al lavoro, ma – anzi – prendendo progressivamente l’abitudine a svolgere anche solo per 30 minuti al giorno le nostre attività indossando gli occhiali a fori stenopeici, riusciamo a concretizzare una vera e propria rieducazione funzionale del nostro sistema visivo, proteggendolo dai molteplici fattori di stress a cui viene sottoposto, senza dover stravolgere il nostro stile di vita. E in breve tempo anche l’adattamento alla visione attraverso i fori stenopeici diviene semplice e automatico.

FACCIO TUTTO IO... (o almeno credo!)

“Nessuno fa niente, devo fare tutto io”. Quante volte al lavoro o a casa abbiamo avuto la netta sensazione di essere gli unici ad occuparci di tutto?

La scienza spiega perché crediamo di fare tutto noi al posto degli altri.

Secondo la scienza, questa fissazione sarebbe tipica delle persone egocentriche e rintracciabile in contesti diversi: in ufficio, nelle coppie sposate, tra studenti e, addirittura, tra componenti della stessa squadra. Interrogato dagli studiosi, un gruppo di volontari ha così stimato (in percentuale) il proprio impegno nelle attività quotidiane: il 100%. Alla faccia di mariti e colleghi fannulloni.
È possibile, dunque, che molti individui sentano di essere così necessari, quasi indispensabili, per far girare le cose nel giusto modo? A quanto pare, sì. Nicholas Epley, professore di scienze comportamentali alla Booth School of Business dell’università di Chicago, sta portando avanti due studi sull’argomento per spiegare come mai alcune persone tendano a sovrastimare il proprio contributo. Secondo lo studioso, una prima spiegazione potrebbe venire dal fatto che molti sono soliti pensare che il tempo che spendono su un progetto sia sempre produttivo, quando non sempre è così.
In un esperimento, i partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: due cercavano di risolvere alcuni puzzle di parole, il terzo, invece, aveva il compito di osservarli, di fare da supervisore e di incrementare la sinergia tra i componenti delle varie squadre. “I volontari dell’ultimo gruppo sentivano di aver fatto più lavoro degli altri, credevano di essere stati essenziali nella riuscita del compito – spiega Epley -. Ma, in generale, i punteggi sulle proprie performance dati dai partecipanti sono stati tutti alti. Questo perché le persone amano ricompensare se stesse e tendono a sovrastimarsi”.
In una precedente ricerca, pubblicata nel 2006, Epley, insieme ad altri studiosi di Harvard, aveva cercato di capire quanto gli accademici stimassero importante il proprio contributo per uno studio. Se è vero che quasi sempre si lavora in team, Epley ha, però, dimostrato che ogni ricercatore credeva di aver fatto di più degli altri: almeno il 100%, e anche di più.
Ma la tendenza a dire “faccio tutto io” si riscontra anche in famiglia. I ricercatori della University of Waterloo hanno intervistato una serie di coppie sposate: ad ognuna di loro è stata data una lista di attività ed è stato chiesto di fare un calcolo approssimativo sui loro contributi, sia negli ambiti positivi (fare le faccende di casa, occuparsi dei figli), sia in quelli negativi (provocare un litigio). Dall’analisi delle loro risposte è emerso come molti cercassero di sovrastimare il proprio apporto, anche negli ambiti negativi.
Secondo Science of Us questo suggerisce che:il sovrastimarsi non è il risultato di un desiderio di sentirsi superiori sugli altri. Ha più a che fare con l’egocentrismo. Ciò che gli altri pensano o fanno rimane molto spesso nascosto, per questo c’è chi è portato a vedere solo ciò che fa lui, in prima persona”. E sente di fare tanto, forse troppo. Sicuramente più degli altri.

giovedì 28 maggio 2015

Tisane contro stress e insonnia

Alla fine di una lunga giornata è arrivato il momento del relax. Cosa c’è di meglio di una bella tisana rilassante alla sera, magari prima di andare a dormire? Le tisane rilassanti aiutano a favorire il buon riposo e a preparare l’organismo ad un sonno ristoratore.
Dosi consigliate per la preparazione di una tisana rilassante: 1 bustina di tisana per tazza oppure 1 o 2 cucchiaini delle foglie e/o dei fiori essiccati del rimedio prescelto in una tazza da 250 ml di acqua bollente. Per indicazioni più specifiche, in base ai vostri eventuali problemi di salute, vi consigliamo di fare riferimento al vostro erborista di fiducia.
1) Tisana alla passiflora
La tisana alla passiflora viene preparata sotto forma di infuso utilizzando due cucchiaini di passiflora essiccata per ogni tazza d’acqua bollente (250 ml) e può essere assunta nella quantità di due tazze al giorno. A questo proposito potete chiedere ulteriori informazioni al vostro erborista di fiducia. La passiflora infatti viene utilizzata in erboristeria per la preparazione di rimedi naturali utili in caso di ansia, angoscia e insonnia. La passiflora agisce con un effetto rilassante e sedativo sul sistema nervoso centrale.
Leggi anche: Ansia: 10 rimedi naturali per alleviare il panico

2) Tisana alla melissa
Potete preparare una tisana alla melissa a partire dalle sue foglie essiccate e sminuzzate. Raccogliete e essiccate la melissa se la coltivate in vaso o in giardino, oppure acquistate le foglie di melissa per tisane in erboristeria. La melissa ha proprietà calmanti e rilassanti. Inoltre questa tisana ha un ottimo sapore.
LEGGI anche: Le erbe del relax: melissa, passiflora, tiglio e valeriana

3) Tisana al tiglio
La tisana al tiglio è utile contro i disturbi del sonno, è calmante e sedativa e ha ottime proprietà diuretiche. Questa tisana potrebbe essere controindicata in caso di allergia a tale pianta, come può avvenire per tutte le tisane a base di erbe officinali. Scegliete dunque il rimedio più adatto a voi. Dosi consigliate: 2 cucchiaini di tiglio essiccato in una tazza da 250 ml d’acqua.
4) Tisana alla malva
Con la malva potrete preparare una tisana rilassante che avrà inoltre proprietà emollienti nei confronti dell’intestino. La malva ha anche proprietà lenitive utili in caso di infiammazioni del tratto urinario e di lievi episodi di cistite. Rilassa i muscoli dell’intestino e facilita il transito delle tossine. Per il benessere intestinale può essere utile accompagnare il consumo di tisane alla malva con quello di semi di lino.
5) Tisana alla valeriana
La valeriana è molto nota dal punto di vista officinale per le sue proprietà rilassanti e calmanti. Per preparare un infuso alla valeriana vi serviranno 1 cucchiaino raso di radice di valeriana e 1 tazza di acqua bollente da 150-200 ml. La tisana alla valeriana ha proprietà sedative. E’ utile assumerla prima di andare a dormire.
6) Tisana al biancospino
La tisana al biancospino è adatta per combattere l’ansia, lo stress, l’agitazione nervosa. Non provoca sonnolenza e non impedisce la guida. Il biancospino ha proprietà sedative, ansiolitiche e ipotensive. Nelle tisane rilassanti può essere abbinato, ad esempio, a passiflora, melissa e luppolo. Per preparare questa tisana si possono utilizzare bacche e foglie di biancospino.
7) Tisana alla verbena
La tisana alla verbena è utile non soltanto per il relax ma anche per calmare la tosse, grazie alle sue proprietà sedative. La tisana alla verbena si utilizza in caso di tosse e bronchite. Calma lo stimolo della tosse e ha effetto mucolitico. L’effetto sedativo sulla tosse si riflette su tutto l’organismo con una maggiore tranquillità.
8) Tisana al luppolo
Il luppolo viene utilizzato per la preparazione di tisane rilassanti in abbinamento alla camomilla o alla melissa. Si impiegano i fiori di luppolo essiccati. La tisana al luppolo viene consigliata in caso di disturbi di stomaco di origine nervosa, di disturbi digestivi e di inappetenza. Inoltre è benefico per il fegato e la cistifellea, sempre sotto forma di tisana. Il luppolo ha proprietà sedative, antispasmodiche e antinfiammatorie.
9) Tisana alla lavanda
Anche i fiori di lavanda, preparati per uso erboristico, sono adatti alla preparazione di tisane rilassanti, anche in abbinamento ad altri rimedi, come la camomilla e la melissa. La tisana alla lavanda distende i nervi ed ha proprietà digestive. L’infuso alla lavanda aggiunto all’acqua della vasca da bagno calma le persone nervose. Il consiglio è di abbinare un pizzico di fiori di lavanda alla classica tisana rilassante alla camomilla.
10) Tisana alla camomilla
L’infuso di camomilla è il classico dei classici quando pensiamo alle tisane rilassanti. Potrete preparare la tisana alla camomilla in modo molto semplice sotto forma di infuso a partire da due cucchiaini di fiori di camomilla essiccati per tazza, o dalle classiche bustine. Con i fiori di camomilla freschi potete preparare un decotto, portandone ad ebollizione un cucchiaio in un pentolino con mezzo litro d’acqua.

Attacchi cardiaci: uomini SI animali NO, perchè?


"La più grande «epidemia» del mondo è causata da attacchi cardiaci, ictus e malattie cardiovascolari di altro tipo che sono già costate la vita a molti milioni di persone. Non è un alto livello di colesterolo il principale responsabile delle malattie cardiovascolari, ma la fragilità delle pareti dei vasi sanguigni. 
Oggi sappiamo che questa «epidemia cardiovascolare» non è affatto una malattia in senso stretto, ma il risultato di una carenza prolungata di vitamine e di altre sostanze nutritive essenziali in milioni di cellule del nostro corpo, e sappiamo anche che è possibile liberarsene."
Dr. Matthias Rath, ricercatore in campo della medicina naturale.



"Perchè gli animali non sono soggetti ad attacchi cardiaci e gli uomini si?"
Questo libro documenta la scoperta scientifica che ha trionfato sullo scompenso cardiaco e sta ora salvando milioni di vite umane in tutto il mondo.
La cosiddetta «epidemia cardiovascolare» rappresenta uno dei maggiori fardelli economici in America e in altri Paesi. I costi diretti e indiretti derivanti da questa malattia ammontano ogni anno a molti miliardi di dollari in tutto il mondo. Questo libro mostra come sarebbe possibile risparmiare la maggior parte di questo denaro e renderlo disponibile per altri importanti compiti sociali. Inoltre, questa stessa «epidemia cardiovascolare» costituisce l'interesse principale di una delle maggiori industrie d'investimento del mondo: il «business farmaceutico della malattia». La sua fine porterà inevitabilmente anche alla fine di questo business dell'industria farmaceutica come la conosciamo oggi. È il motivo per cui l'industria farmaceutica ha messo all'indice (dei libri proibiti) questo libro. Se si considera il fatto che le scoperte qui descritte sono ostacolate dall'industria degli investimenti più grande e redditizia del mondo, quella farmaceutica, non sorprende affatto che non ne abbiate mai sentito parlare prima. L'industria farmaceutica paga per imporre la propria influenza sui mezzi di comunicazione, sulla professione medica e sulla politica, ed è il maggior finanziatore dell'attuale amministrazione statunitense. Ciò significa che, prima si diffonderà il messaggio di questo libro, più in fretta l'iniquo «business della malattia» avrà fine.

mercoledì 27 maggio 2015

Silvoterapia: abbraccia un albero per ritrovare il benessere

Silvoterapia: quando abbracciare gli alberi fa bene al corpo e alla mente.
Eco-terapia utile per ritrovare il benessere riscoprendo il contatto diretto con la natura.






Abbracciare un albero per sentirsi meglio è il consiglio base della silvoterapia. La silvoterapia indica sia di abbracciare gli alberi in modo naturale per avvicinarci al loro tronco, sia di sederci al loro fianco, appoggiando la schiena proprio sul tronco e posizionando la mano destra nella zona del plesso solare, mentre la mano sinistra andrà dietro la schiena, a contatto tra il nostro corpo e l'albero, in corrispondenza della zona dei reni.
Con silvoterapia non si intende soltanto la pratica di abbracciare un albero, ma anche il soggiorno in luoghi boschivi, che viene proposto in particolare a chi soffre di asma bronchiale, bronchite cronica, ipertensione arteriosa, nervosismo e insonnia.
Forse non sapevate che abbracciare gli alberi ha un'azione rinfrescante. Uno studio pubblicato dagli scienziati americani e australiani infatti ha dimostrato che i koala abbracciano gli alberi proprio per rinfrescarsi. Abbracciando un tronco e appoggiandosi contro la sua superficie fredda i koala perdono calore per conduzione.
La silvoterapia è un vero e proprio metodo terapeutico di cura e di prevenzione delle malattie attraverso gli alberi. E' stata riconosciuta come metodo scientifico solo nel 1927, quando veniva ormai usata da secoli. Si basa sull'antica idea del recupero della salute attraverso gli alberi. In passato ai pazienti malati di polmonite veniva consigliato di passare un periodo nei boschi o almeno nelle vicinanze. Una pratica che potrebbe essere utile anche a noi, che negli ultimi decenni ci siamo allontanati sempre più dalla natura.
La silvoterapia viene indicata sia per le persone sane, come prevenzione delle malattie, sia nelle persone malate, come aiuto e supporto nella guarigione. Le persone sane possono praticare la silvoterapia in modo attivo, cioè camminando, correndo o facendo sport nei boschi. Possiamo praticare questo tipo di silvoterapia ogni giorno, oppure quando siamo in vacanza o nel fine settimana.
Respirare l'aria dei boschi è considerato un rimedio davvero benefico, dato che attiva la circolazione sanguigna, aumenta il numero di globuli rossi, facilita la respirazione nei malati polmonari cronici, favorisce il sonno e contribuisce a ritardare l'invecchiamento. L'aria dei boschi è benefica perché contiene notevoli quantità di ioni negativi di ossigeno, che aiutano a stimolare e armonizzare i processi vitali e la sfera psichica e emozionale.
Inoltre, trascorrere del tempo a contatto con gli alberi e con la natura è una fonte di energia vitale. Alcuni alberi vengono considerati in grado di fornire energia positiva. Tra questi troviamo tiglio, pino, quercia,castagno, acero, frassino, salice e acero. Ognuno nella silvoterapia può scegliere l'albero che sente più suo, magari ispirandosi ai significati che i Celti hanno attribuito agli alberi.

Significato degli alberi secondo i Celti

Betulla: simbolo di rinascita, purificazione, conoscenza e purezza.
Ontano: simbolo di protezione spirituale e potere oracolare.
Salice: richiama gli aspetti lunari e femminili della vita e dell'ispirazione poetica.
Frassino: simbolo iniziazione e rinascita.
Biancospino: simbolo di purezza, viaggi interiori e intuizione.
Quercia: simbolo di potere, energia e sopravvivenza.
Nocciolo: invita alla meditazione, incoraggia saggezza interiore, intuizione, potere di divinazione.
Melo: d'aiuto quando si deve prendere una decisione importante.
Pruno selvatico: utile in caso di azioni forti, di influenze esterne a cui è necessario obbedire.
Sambuco: simbolo di vita e rigenerazione.
Nei tempi antichi la silvoterapia era legata alle forze e alle energie che l'uomo poteva cercare e trovare nei boschi. In passato la natura era la vera e unica medicina. La scienza nel corso del tempo a confermato i benefici del tempo trascorso a contatto con la natura e con gli alberi.
Ognuno di noi ha sperimentato su se stesso quanto possa essere benefica una passeggiata in un bosco o in un parco. E allora, quando possiamo, non dimentichiamo di passeggiare nel verde, ancora meglio in un bosco, e di abbracciare il nostro albero preferito per sentire tutta l'energia che può trasmetterci.

Diagnosi: dipendenza da messaggio!!

Le nuove dipendenze sono fenomeni realmente patologici che non coinvolgono più l'abuso di una sostanza psicotropa. Si tratta di un'esasperazione di un comportamento socialmente accettato. Le nuove Tecnologie inducono spesso una dipendenza, come quella da messaggio

La dipendenza da messaggio è una possibile nuova forma di nuova dipendenza, cioè l'esasperazione patologica di un comportamento "normale".
Oggi l'uso delle Nuove Tecnologie ha portato all'estremo una visibilità totale e immediata della vita e un'assoluta minimizzazione dei turni di risposta in conversazioni a distanza. Il fenomeno sembra essere più preoccupante tra i giovani, ma si tratta didipendenza o di moda?

Siamo tutti preda della dipendenza da messaggio!

La frenesia da messaggio è assolutamente ovunque. Creo sia un'esperienza quotidiana quella di vedere persone che non rinunciano ad interrompere le loro attività per dedicarsi alla scrittura di un messaggio e viceversa.
Non si può davvero aspettare a rispondere, neanche quando si tratta della propria sicurezza (messaggiare in auto o mentre si cammina, ecc).
L'interesse nelle Nuove Tecnologie è cresciuto tanto rapidamente e ha "preso" così fortemente la nostra società che non c'è stato tempo per riflettere su usi socialmente "educati": l'unico imperativo è l'immediatezza che mette il resto in secondo piano.
La vastità del fenomeno rende ancora più difficile comprendere dove inizi una vera e propria dipendenza, dato che i ritmi di molte attività sociali vengono plasmati con tacito accordo di tutti (anche se in molti ci diciamo stressati) dalla presenza online.
Nei giovani la tecnodipendenza fa ancora più paura, forse perchè da giovani non abbiamo affrontato queste sfide e quindi non sappiamo da genitori che esito avranno. Una seconda possibilità è data dalla predominanza che può essere data al mezzo rispetto ai contenuti che veicola e che lo strumento tecnologico diventi un fine, un modo di essere. Ma queste dipendenza giovanili non avevano comunque altre vie di sfogo, altri status symbol?

I sintomi

La portata del fenomeno quindi, come abbiamo detto in precedenza, rende più arduo riconoscere una vera forma di dipendenza. Come in tutte le altre forme di questa patologia sono necessari dei sintomi: l'incapacità di smettere di messaggiare nonostante vari tentativi, il progressivo aumento del comportamento dipendente, sintomatologia psico-fisica legata da nervosismo e predominanza del comportamento in oggetto sulle altre attività.

La ricerca americana

Una ricerca americana ha cercato di delineare meglio la dipendenza da messaggio in un campione giovanile (152 studenti della Pennsylvania State University di Middletown) a cui è stato sottoposto un questionario per comprendere se messaggiassero in situazioni inopportune e le riconoscessero come tali. Il 34% ha risposto di scrivere sms sotto la doccia, il 22% durante le funzioni religiose e il 7,4% durante i rapporti intimi.
Il risultato interessante è che i ragazzi si rendono conto che non è il momento, sebbene non riescano a resistere alla tentazione.

Massaggiatevi le mani




I massaggi alle mani permettono di alleviare dolori e fastidi e, al tempo stesso, di procurare un piacere fisico ed emotivo molto intenso. Da sempre quando una persona sta male, le si prende la mano per accarezzarla, il nostro inconscio sa bene che, come dimostra la fisica quantistica, il tutto è riflesso in ogni sua parte.


TECNICA ANTICA



Massaggiando in un certo modo i punti che corrispondono ai vari organi, si interviene per riflesso sugli organi stessi stimolandoli a reagire e a sbloccare uno stato di cattivo funzionamento degli stessi. Un reperto archeologico di un massaggio della mano e del piede è stato scoperto nell’antico Egitto nella necropoli di Sakkara.

Soffrite d’insonnia e passate le notti a  rigirarvi nel letto, a contare le pecore, e siete stufe di prendere sonniferi?
Oltre al controllo della cena, cibi gustosi e leggeri di facile digestione e alla doverosa rinuncia al caffè, fate una cosa molto semplice: massaggiatevi le mani. Sì, avete letto bene, proprio le mani che, opportunamente stimolate su punti definiti, vi faciliteranno un dolce e languido ingresso nel regno di Morfeo. 
Palmo, dorso e dita sono una mappa completa di tutto il corpo umano: massaggiando i punti che corrispondono ad organi malati o adibiti a determinate funzioni, (nel caso specifico l’ipofisi, i punti della testa sulla falange del pollice e il plesso solare) si interviene per riflesso sugli organi stessi stimolandoli a reagire, e la  parola magica è proprio riflesso.

Riflessologia
La riflessologia, è una terapia naturale che cura secondo lo stesso principio utilizzato dall’agopuntura e dallo shiatsu: ogni organo ha un suo punto corrispondente in altre zone del corpo che, opportunamente sollecitate, agiscono sull’organo stesso spingendolo a reagire con una risposta automatica e involontaria.
Sappiamo che il corpo ricerca naturalmente l’equilibrio attraverso le sue capacità auto curative: la semplice pressione e il massaggio in determinati punti facilitano e accelerano questo processo, in quanto lo stimolano a cercare in se stesso la forza e l’energia da distribuire agli organi e alle strutture più deboli per migliorarne l’efficienza.
E’ una terapia curativa, ma la sua funzionalità principale rimane quella preventiva: massaggiando quotidianamente i punti che riflettono il nostro “tallone d’Achille”, punto debole che anche il più sano possiede, e quelli momentaneamente dolorosi si possono parare i vari disturbi perché si risveglia la vitalità e si mette in moto la forza dell’intero organismo. Come funzioni non è ancora certo, qualcuno parla di canali attraverso i quali scorre l’energia, per altri si tratta dell’azione di milioni di terminazioni nervose, per altri ancora le onde generate dal massaggio provocano una reazione chimica sugli organi corrispondenti al punto massaggiato: le opinioni sono varie, non sappiamo esattamente come, ma il fatto è che funziona.
La mano non è certamente l’unica mappa del corpo, anche l’orecchio e il piede ne sono un esempio, anzi, la riflessologia plantare è più conosciuta e praticata rispetto a quella della mano. Ha infatti il vantaggio di procurare miglioramenti più stabili e duraturi anche se più lenti da costruire, però richiede necessariamente la presenza di un altro: infatti, provare per credere, l’auto massaggio del piede comporta contorcimenti, forzature e tensioni del corpo che mal si conciliano con il regolare flusso dell’energia, condizione fondamentale per un buon esito. Il massaggio della mano può invece essere praticato facilmente da soli, ha un risultato più immediato, bastano pochi minuti al semaforo rosso o seduti sull’autobus o in ufficio prima di una riunione importante per ottenere risultati a volte sorprendenti.

Come si massaggia
E’ molto semplice: una volta individuato il punto, dovete esercitare con il pollice, o con le altre dita, una pressione decisa ed energica accompagnata da una rotazione lenta e profonda, regolare e costante, in senso orario sulla mano destra e antiorario sulla sinistra; la pressione da esercitare è soggettiva e, in caso di dolore, dipende dalla personale capacità di sopportazione.
Se il punto fa male, bene! vuol dire che state toccando la zona giusta, e che l’azione del massaggio comincia a fare effetto: dovete insistere fino a quando il dolore si attenua. Tenete presente, comunque, che si tratta di una tecnica non violenta quindi il punto non deve essere aggredito perché, per sua natura, il trattamento richiede lentezza d’azione e un approccio dolce ed amorevole: evitate le parti irritate da tagli o abrasioni e lo sfregamento che serve solo ad arrossare la pelle. Nell’ordine massaggiate prima la mano sinistra, poi la destra

lunedì 25 maggio 2015

Anche il digiuno può far bene!

Il digiuno fa bene alla salute: ecco perché


Solitamente, siamo abituati a mangiare almeno tre volte al giorno, ma in realtà praticare il digiuno al massimo un paio di volte alla settimana oppure saltare qualche pasto farebbe bene alla salute. Sarebbe capace di ridurre le infiammazioni, migliorare la risposta immune del corpo e limitare il rischio di malattie cardiache.
Avete mai pensato che digiunare per 24 ore potrebbe essere benefico per la vostra salute? 

Giudaismo, Cristianesimo, Islam, queste tre grandi religioni suggeriscono tutte di non mangiare poiché in determinati periodi dell’anno il cibo sarebbe una tentazione del diavolo.
La realtà è che basterebbero 16 ore senza cibo per ammalarsi di meno. Storicamente, gli uomini primitivi, essendo dei cacciatori, mangiavano quando capitava, anche solo due o tre volte alla settimana.
Oggi però le cose sono cambiate totalmente e mangiamo almeno tre volte al giorno, esclusi gli spuntini pomeridiani e notturni. Il nostro corpo è progettato proprio per resistere anche molte ore senza ingurgitare cibo. Ad esempio, il fegato è capace di conservare per 12 ore energia per poi renderla disponibile appena serve e tutto il nostro organismo adotta una serie di precauzioni per resistere senza cibo. A dimostrarlo è anche l’articolo pubblicato dallo scienziato americano Mark Mattson su Proceedings of the National Academy of Sciences, secondo cui il digiuno, se praticato sotto controllo medico, riesce ad avere effetti benefici sul cervello, formando nuovi neuroni, e su tutto il corpo in generale.
Riduce le infiammazioni, migliora la risposta immune, potenzia la capacità delle cellule di liberarsi da sostanze di scarto, rallenta la crescita dei tumori e riduce il rischio di malattie cardiache. Il consiglio è dunque quello di consultare il medico e praticare il digiuno al massimo per due giorni alla settimana oppure semplicemente saltare qualche pasto. L’importante sarà però continuare a bere molta acqua. Per diabetici, cardiopatici e malati di tumore è un vero e proprio toccasana, mentre invece non sono stati ancora dimostrati gli effetti del digiuno sulle persone sane.
Informazioni prese da Eco Resistenza su FB

Una nuova grande isola....di plastica

Qualcuno la chiama la Great Pacific Garbage Patch, altri Pacific Trash Vortex, ma a prescindere dal nome, l’enorme isola di rifiuti di plastica che galleggia nell’Oceano Pacifico, indicata anche tra i peggiori disastri ambientali della storia, continua a crescere inarrestata, affermandosi, di fatto come la più grande discarica del Pianeta.
Le decine di milioni di tonnellate di rifiuti che galleggiano tra le coste del Giappone e quelle degli Stati Uniti, aumentano sempre di più e hanno raggiunto livelli definiti “davvero allarmanti” e, stando agli oceanografici ha raggiunto un’estensione “quasi doppia rispetto a quella degli Stati Uniti”.
E dentro quest’isola che, per via delle particolari correnti convoglia a sé la spazzatura dell’oceano pacifico, è possibile trovare di tutto dai sacchetti di plastica a palloni da calcio, dai mattoncini lego a scarpe, borse e milioni di bottiglie e lattine. Oggetti che inquinano il mare e che, stando agli esperti, proverrebbe per un quinto dai rifiuti di navi e piattaforme petrolifere.
Come spiega lo scienziato Marcus Eriksen al Fatto Quotidiano, la Garbage Island non è visibile dal satellite in quanto sarebbe collocata appena al di sotto della superficie marina, fino a 10 metri di profondità. Venne scoperta alla fine degli anni ’80 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) e si divide in due blocchi: : “Uno a circa 500 miglia marine dalle coste californiane, ed uno al largo di quelle giapponesi connessi dalle correnti che ruotano in senso orario attorno ad essi”.
E in questo mare di spazzatura è possibile ritrovare anche materiali risalenti agli anni ’50. Ciò dipende dal fatto che le materie plastiche non essendo del tutto biodegradabili, pur disintegrandosi in pezzi piccolissimi nel corso del tempo, non si eliminano completamente e i polimeri che le compongono finiscono per arrivare nella catena alimentare, scambiati per plancton e magiati dalla fauna marina.
Ma quanta plastica c’è esattamente nel Trash Vortex? Secondo l’Unep già nel 2006 ogni miglio quadrato di oceano conteneva 46mila pezzi di plastica galleggiante, arrivata oggi a oltre 100 milioni di tonnellate e, stando a quanto descritto da Charles Moore, a cui si deve l’attenzione mediatica sul fenomeno “questa massa galleggiante potrebbe raddoppiare le sue dimensioni entro il prossimo decennio”.
Una delle cause individuate proprio da Moore sarebbero i sacchetti di plastica che in Italia, per la prima volta all’avanguardia ed esempio per tutte le altre Nazioni, sono stati vietati. E se c'è già chi ipotizza di costruirci sopra un vero e proprio nuovo mondo, un'isola di plastica da abitare, rimane il fatto che sul fronte della bonifica di quest'area, è proprio il caso di dire, siamo ancora in alto mare.
Simona Falasca su : greenme.it

domenica 24 maggio 2015

Triangolo delle Bermuda: la nave SS Cotopaxi riappare 90 anni dopo la sua scomparsa



L’Avana (Cuba) –  La mattina del 18 Maggio 2015, la Guardia Costiera cubana ha annunciato di aver intercettato una nave senza equipaggio in direzione dell’isola. Questa nave si presume possa essere la SS Cotopaxi, una carretta dei mari, che scomparve nel lontano dicembre 1925,  il cui evento è stato rapidamente collegato alla leggenda del Triangolo delle Bermuda. La SS Cotopaxi era diventata famosa dopo essere stata inserita in una delle scene, nel famoso film Incontri Ravvicinati del terzo Tipo, dove il regista Steven Spielberg, la fece ritrovare nel deserto di Gobi

Le autorità cubane hanno individuato la nave per la prima volta il 16 maggio 2015 mentre navigava fuori controllo in una zona militare interdetta alla navigazione, ad ovest dell’Avana. 
Dopo numerosi tentativi infruttuosi di comunicare con l’equipaggio sono state mobilitate tre motovedette per intercettare il misterioso natante. 
Quando le motovedette sono riuscite a raggiungere la zona dell’avvistamento, gli equipaggi sono rimasti particolarmente sorpresi nel constatare che l’imbarcazione era in realtà una vecchia nave risalente a 100 anni fa, registrata come Cotopaxi, un nome famoso associato da sempre con la leggenda del Triangolo delle Bermuda. A bordo della nave non c’era nessuno e i suoi interni si presentavano come se fosse stata abbandonata da decenni, il che suggerisce che questo potrebbe essere il cargo vagabondo scomparso nel 1925. 
Una ricerca completa condotta a bordo della nave ha portato alla scoperta del diario del capitano che all’epoca prestava servizio per la Clinchfield Navigation Company, proprietaria della SS Cotopaxi.
Il diario di bordo non ha fornito indizi su ciò che è accaduto veramente alla nave nel corso degli ultimi 90 anni.L’esperto cubano, Rodolfo Cruz Salvador, ritiene che il giornale di bordo del capitano è autentico.
Questo documento contiene preziose informazioni sulla vita quotidiana dell’equipaggio, interessanti particolari registrati fino alla data della scomparsa della nave che sarebbe avvenuta il 1° dicembre del 1925.
Il 29 novembre 1925, le SS Cotopaxi aveva lasciato il porto di Charleston, Carolina del Sud per dirigersi alla volta dell’Avana, Cuba. A bordo della nave c’era un equipaggio composto da 32 marinai comandati del capitano WJ Meyer, responsabile del trasporto di un carico di 2.340 tonnellate di carbone.
Due giorni dopo, la nave veniva data per dispersa la quale non è più stata vista per i successivi 90 anni. Il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri, il Generale Abelardo Colomé, ha annunciato che le autorità cubane faranno delle approfonfite indagini in modo da svelare il mistero che circonda la scomparsa e ricomparsa della misteriosa nave.

E ‘molto importante per noi capire cosa è successo veramente”  – ha dichiarato il generale Colomé – “Tali incidenti potrebbe essere davvero dannosi per la nostra economia, quindi dobbiamo fare in modo che questo tipo di perdite non accadano di nuovo. È il momento di risolvere il mistero del triangolo delle Bermuda, una volta per tutte. “
Il Triangolo delle Bermuda è una zona difficile da definire che copre l’area tra Miami, Porto Rico e Bermuda, dove decine di navi e aerei sono scomparsi in circostanze strane. La cultura popolare ha attribuito le molte sparizioni a fenomeni soprannaturali, e addirittura all’attività di astronavi aliene. 
Una spiegazione potrebbe essere fornita dalle conseguenze provocate da una avanzata e sconosciuta tecnologia ereditata dalla città perduta di Atlantide?
Nonostante la popolarità di queste strane teorie, la maggior parte degli scienziati non riconoscono l’esistenza del Triangolo delle Bermuda, e puntano il dito contro gli errori umani e fenomeni naturali per le sparizioni delle navi. 
La ricomparsa del misterioso SS Cotopaxi, tuttavia, ha già suscitato grande interesse nella comunità scientifica e Pourriat vorrebbe indurre alcuni esperti a rivedere le proprie posizioni su questo argomento.

sabato 23 maggio 2015

North Sentinel Island: INACCESSIBILE!

Situata accanto alle Isole Andamane nel Golfo del Bengala. Si trova a sud ovest della parte meridionale dell’arcipelago ed è abitata da una popolazione che, per quanto ne sappiamo, non ha mai avuto un contatto esteso con la società civilizzata. Nonostante questo, tale società continua ad esistere senza problemi e, a quanto sembra, senza praticare l’agricoltura. Di North Sentinel abbiamo comunque qualche informazione: sappiamo che è grande 72 km2, che la sua popolazioni stimata è tra i 50 e i 400 abitanti (l’ultimo censimento del 1931 parlava di 70 persone), che i Sentinelesi sono stati definiti una tra le società più rischio del pianeta poiché, a causa del loro isolamento, è logico pensare che non abbiano anticorpi necessari a sconfiggere le malattie basilari dell’uomo occidentale. Ci sono stati pochissimi contatti con questo popolo per il loro modo di reagire ai visitatori: pietre, giavellotti e frecce.Varie piccole visite sono state fatte però all’isola ai giorni nostri. Nel 1981 arriva una nave, la Primrose, sulla costa nord, ma dopo pochi giorni i membri dell’equipaggio iniziano ad osservare gli abitanti dell’isola portare lance e frecce e imbarcazioni sulla spiaggia. Dopo un tentativo da parte del comandante di farsi recapitare delle armi da fuoco (tentativo fallito), l’equipaggio si difende come può fino all’arrivo di un elicottero della ONGC (Indian Oil And Natural Gas Commission) che li porta in salvo. Nel 1991 l’allora direttore dell’Anthropological Survey of India Trilokinath Pandit visitò pacificamente insieme ad un collega l’isola, ma smisero nel 1997. Servirono nove anni anni per avere altri contatti con gli abitanti dell’isola: sopravvissuti allo tsunami del 2004, i Sentinelesi hanno bersagliato con frecce l’imbarcazione di due pescatori che stava passando un po’ troppo accanto all’isola, uccidendoli entrambi.Cercando su internet, però, si scoprono eventi ancor più antichi…North Sentinel nella storia.
Nel 1867, la Ninive, una nave mercantile indiana, naufragò su una scogliera vicino all’isola e i centosei passeggeri e membri dell’equipaggio, sopravvissuti all’evento, sbarcarono su North Sentinel. Le loro scialuppe furono respinte dagli attacchi dei Sentinelesi e soltanto dopo qualche tempo furono trovati e tratti in salvo da una squadra di soccorso della Royal Navy.
Maurice Vidal Portman guidò poi una spedizione verso l’isola nel gennaio del 1880, sperando di compiere una ricerca sui nativi e le loro usanze. Il suo arrivo fu un successo e il suo gruppo scoprì una rete di sentieri che collegava diversi piccoli villaggi abbandonati. Esplorata l’isola per alcuni giorni, un insieme di sei Sentinelesi furono catturati e trasportati a Port Blair. Dei prigionieri si ha una descrizione fugace fatta dall’ufficiale coloniale responsabile del rapimento: they «sickened rapidly, and the old man and his wife died, so the four children were sent back to their home with quantities of presents 1».
Qualche esplorazione dell’isola.
Nel 1967, ben ottant’anni dopo, un gruppo di esploratori indiani partì con l’ordine di stabilire relazioni amichevoli con i Sentinelesi. A partire da quell’anno furono fatti diversi brevi sbarchi sull’isola, ognuno a distanza di qualche anno. Nel 1975, Leopoldo III di Belgio fece un tour delle Isole Andamane e fu anche portato dalle autorità locali a compiere una piccola crociera notturna attraverso il tratto di mare di fronte alla North Sentinel, ma non scesero sull’isola.
Nel 1977 e nel 1981 si arenarono sulla costa dell’isola due navi cargo, la MV Rusley e la MV Primrose, il cui equipaggi furono tratti in salvo senza problemi. Sappiamo che i Sentinelesi hanno saccheggiato queste navi per ottenere del ferro e che solo nel 1991 furono autorizzate le operazioni di smantellamento dal governo indiano, sebbene già qualche anno prima una spedizione partì da Port Blair per recuperare il carico di entrambe le imbarcazioni.
Avventura & Sopravvivenza nell’ignoto.L’ignoto dell’isola, il fatto che non si sappia ancora la sua estensione e cosa c’è sotto gli alberi che popolano l’intera superficie aumentano il mistero. Se inoltre preferite aggiungere davvero qualcosa di sovrannaturale, potete pensare che l’isola abbia in realtà tutto un mondo sotterraneo e che dunque si estenda in verticale, nascondendo una civiltà di gran lunga più grande e complessa – con una struttura simile a quella delle formiche.
Oppure l’isola può essere usata per una storia alla Indiana Jones durante gli anni ’60 o ’70, richiamando anche un poco le atmosfere del reboot della saga di Tomb Raider: il capitolo è infatti ambientato interamente su di un’isola stravagante, e prevede una popolazione che, probabilmente, è rimasta per anni separata dal resto del mondo, proprio come North Sentinel. Con 80 anni di cessazione di qualsiasi contatto con l’isola, il richiamo di Lost potrebbe farsi sentire, ma potete rendere il tutto più interessante spinge l’acceleratore su altri misteri: come fanno a sopravvivere senza agricoltura e su un’isola così piccola i Sentinelesi? Davvero si nutrono solo di pesci e frutti? Oppure adorano la carne umana? Inoltre, come mai dal 1901 al 1921 la popolazione censita è rimasta stabile a 171, mentre nel 1931 è scesa a soli 70?
La storia del censimento è ancora più strana: come avveniva, da lontano oppure scendendo sull’isola? Sarebbe giusto pensare a missioni che semplicemente transitavano nelle acque lì accanto e solo per mettere un numero sul taccuino copiavano quello dell’anno precedente. Ma allora cosa giustifica la riduzione a 70 abitanti?
Al di là dell’essere umano.
Ancora, gli abitanti dell’isola potrebbero essere semplicemente uno specchietto per le allodole: una tribù selvaggia tenuta sull’isola da un gruppo di scienziati che in questo modo possono, dalla distanza, studiare fenomeni antropologici veri e propri. Prendendo un poco da Ascension, la nuova miniserie di syfy, potrebbero essere un esperimento sociale partito nel 1967: in realtà la popolazione originaria morì prima del 1960, cosa sottolineata anche dal calo di popolazione del censimento del ’31; volendo studiare una civiltà tribale da zero, gli scienziati selezionarono persone da tutto il mondo e le portarono poi sull’isola.

Alieni!
Potete introdurre anche notevoli twist alla storia. Ad esempio, erano presenti indigeni all’atterraggio della astronave di salvataggio degli alieni. Gli autoctoni furono poi convinti dagli alieni a collaborare e questi, pensando che l’intero pianeta fosse completamente selvaggio e impossibilitati a tornare nello spazio, decisero di concludere la loro vita sull’isola commistionando il loro dna con quello dei Sentinelesi.
Dopo il maremoto dell'Oceano indiano del 2004, che fece circa 250.000 vittime, si pensò che la tribù di quest'isola fosse stata interamente spazzata via. Tuttavia, pochi giorni dopo il disastro un elicottero indiano, avvicinandosi alla superficie dell'isola, è stato accolto dal lancio dei sentinelesi. Per loro, tuttavia, permangono altri rischi. Lo stato di isolamento degli indigeni li rende particolarmente vulnerabili alle malattie più comuni per gli occidentali. L'assenza di scambi umani con altre civiltà, infatti, deve aver reso il sistema immunitario dei sentinelesi estremamente fragile.Sono sicuro che voi siate sorpresi, quanto me, nel vedermi parlare di dinosauri e di North Sentinel. Come mai? Beh, spulanciando sul web ho scoperto chel’isola è stata d’ispirazione per James Gurney per la sua Dinotopia. Questo posto immaginario è l’ambientazione di una saga composta da quattro romanzi principali, scritti da Gurney, una dozzina di romanzi collaterali di altri scrittori e una miniserie televisiva del 2002 (tra gli attori spunta addirittura Wentworth Miller).
Addirittura, è possibile ambientare una campagna ancor prima del 1771: una nave potrebbe naufragare sull’isola e scoprire che, in realtà, l’entroterra è abitato da una società in armonia con dinosauri erbivori e in costante difesa contro dinosauri carnivori. Ovviamente, al grandezza dell’isola dovrebbe spingere a ridurre le dimensioni dei suddetti dinosauri oppure a ricorrere allo stratagemma della società sotterranea.
Conclusioni: perché North Sentinel è interessante.

La prima comparsa di North Sentinel su carta risale al 1771, quando un geometra britannico di nome John Ritchie osservò delle luci provenire da un punto nel mare. Ritchie era imbracato sulla Diligent, una nave che si occupava di indagini idrografiche per la East India Company.
Un ulteriore attracco fu fatto da un certo Portman in una data ben precisa, il 27 agosto del 1883. L’esplorazione dell’isola avvenne perché l’eruzione del Krakatoa fu scambiata per un rumore di spari e interpretato come il segnale di soccorso di una nave. Il gruppo di esploratori, arrivato sull’isola, lasciò dei doni prima di far ritorno a Port Blair. Portman visitò poi l’isola diverse volte tra il gennaio del 1885 e il gennaio del 1887.
Possiamo sfruttare North Sentinel per delle avventure ambientate durante il XVIII secolo, in un mondo pieno di galee ed esploratori intenti a mappare il pianeta. L’obiettivo del gruppo potrebbe essere proprio quello di esplorare North Sentinel e comprendere come si è sviluppata la società dell’isola – soprattutto convincere i Sentinelesi a non ricorrere a giavellotti e pietre! Senza andare a scadere nel sovrannaturale, il naufragio della nave potrebbe lasciare i protagonisti alla mercé di istinti primordiali, lotte con armi preistoriche e tentativi di comunicazione con le navi di passaggio.
In realtà, i Sentinelesi non sono veri e propri homo sapiens sapiens. Sono un ceppo parallelo, che non ha sviluppato alcun tipo di resistenza alle malattie moderne ma, al contrario, possiede la innata capacità di estrarre molta più energia dal poco cibo dell’isola. Fatti per sopravvivere anche alle più dure condizioni e dotati di resistenza maggiore, i Sentinelesi hanno costruito tunnel sotterrani ed esplorato le grotte sotto il fondale marino, semplicemente nuotando.
Ebbene, qui abbiamo di che sbizzarrirci. È difficile credere che un’isola piena di dinosauri rimanga sconosciuta a tutti nei giorni nostri, ma per quanto riguarda ambientazioni storiche come l’anno di scoperta oppure l’anno dell’esplosione di Krakatoa, in quel caso è più probabile.Oppure chi sta dietro ai Sentinelesi sono i classici alieni: un team alla X-Files scende sull’isola per scoprire come mai il capo tribù, descritto nell’aspetto da uno dei primi visitatori, sia identico al capo tribù che intravidero le navi che si arenarono alla fine degli anni ’70. Scoprono che dietro agli abitanti si celano extraterrestri, identici agli uomini nell’aspetto, ma diverso nella conformazione interna dei corpi. Questo permette loro di vivere consumando meno cibo e soprattutto con solo ciò che produce l’isola. Gli alieni sarebbero lì giunti in seguito ad un vero e proprio atterraggio di fortuna, prima del 1771, quindi in una epoca in cui si sarebbe potuto non notare il loro arrivo. Impossibilitati ad utilizzare la loro tecnologia, ormai disillusi di fronte al sogno di tornare sul loro pianeta, gli alieni svilupparono una civiltà che perse lentamente la memoria di chi erano realmente.
L'India ha sempre sostenuto la volontà di non arrecare danno alla tribù di North Sentinel e di non voler interferire con il loro stile di vita. Occasionalmente vengono organizzate delle spedizioni che mirano a stabilire un contatto, cercando un approccio basato sul dono (di banane e noci di cocco che, a quanto pare, non sono presenti sull'isola). I nativi accolgono i doni, ma non il contatto umano. Il pericolo tuttavia sembra venire da altrove, poiché l'associazione Survival ha denunciato a novembre del 2014 la presenza di pescatori illegali che si avvicinano spesso alle coste di North Sentinel. L'associazione ha dunque invitato le autorità a fare il possibile per garantire che l'isola non venga invasa da privati. Intanto a difendere quella terra ci sono i sentinelesi, sentinelle di un mondo che resiste alla modernità.
Ci sarebbero ancora tantissimi spunti da darvi, come la fonte dell’eterna giovinezza oppure l’aggressività della popolazione, così come il fatto che abbiano saccheggiato le navi per ottenere del ferro oppure capire come mai alcuni visitatori sono ammessi sull’isola mentre altri vengono attaccati fin dalla distanza – ovvero se dietro c’è solo paura e sgomento oppure qualcos’altro. Potrei citare ulteriori idee, come l’Eden biblico nascosto nel labirinto degli alberi oppure un culto misterico di un patrone extradimensionale (e non nominerò Cthulhu, ma l’ho appena fatto) a cui i membri dei Sentinelesi offrono in sacrificio vittime per evitare qualsivoglia calamità divina – forse perché proprio sull’isola sta un punto di comunicazione tra il nostro mondo e la loro dimensione, una sorta di portale. Ancora, si potrebbe rivoltare la debolezza dei Sentinelesi alle nostre malattie: magari loro sono immuni ad una specifica malattia, che si diffonderà nel nostro mondo e costringerà qualcuno ad andare sull’isola, un po’ come viene raccontato nel primo episodio della seconda stagione di Helix (ma le atmosfere ricordo molto anche il compianto serial The River).

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