Post Recenti

CERCA

giovedì 30 aprile 2015

La Sindone: un enigma tra scienza e fede


Si è aperta da pochi giorni e già si prevede un’affluenza record. L’ostensione della Sindone, nel Duomo di Torino, richiama come sempre centinaia di migliaia di pellegrini. Tanti fedeli, ma anche tanti curiosi. Perché quell’ immagine impressa in negativo su un lenzuolo di lino, che per la tradizione cristiana è il sudario nel quale venne avvolto Gesù dopo la deposizione dalla croce, costituisce tuttora un vero enigma. La scienza non è stata ancora in grado di spiegare- al di là di ogni ragionevole dubbio- come si sia formata.

Le analisi scientifiche effettuate nel 1988 sembravano aver dato un responso definitivo: il test al radiocarbonio, il C14, aveva collocato quel telo tra il 1260 e il 1390- anno più, anno meno. Vale a dire in pieno Medio Evo, praticamente coincidente con la data della prima testimonianza ufficiale della Sindone in Europa, apparsa dal nulla a Lirey, in Francia, nel 1353. La conclusione sembrava inevitabile: era un manufatto prodotto sette secoli fa e non la vera immagine del Cristo.Si sono così moltiplicate le ipotesi, a volte suggestive, a volte surreali, per provare a spiegare chi ne fosse stato l’autore. Forse un abile falsario aveva dipinto, con una tecnica ad oggi sconosciuta, oppure impresso con un bassorilievo arroventato quella silhouette umana, vista posteriormente e frontalmente. O magari era stato Leonardo da Vinci- genio universale- a realizzare l’immagine impressionando la stoffa come un lastra fotografica ante litteram. O ancora, si trattava sì dell’impronta di un corpo umano, ma di Jacques de Molay, ultimo Grande Maestro dei Templari, sottoposto ad atroci supplizi primi di essere bruciato sul rogo nel XIV secolo.Tutte eventualità che Pierluigi Baima Bollone, uno dei sindonologi più stimati ed accreditati al mondo, non prende neppure in considerazione. Dopo quasi 40 anni di studi e decine di pubblicazioni, il patologo è arrivato alla certezza che quel telo è autentico e che l’Uomo della Sindone è davvero il Cristo. Nel suo ultimo libro, “2015-La nuova indagine sulla Sindone. Duemila anni di storia e le ultime prove scientifiche”, ripercorre e aggiorna decenni di analisi ed approfondimenti che hanno toccato più discipline- dalla numismatica alla storia dell’arte, dalla biologia all’anatomia, dalla botanica alla chimica- ma che hanno avuto come punto centrale la lettura e la comparazione delle fonti, a partire dai Vangeli.
Si sa dell’esistenza, già nel VI secolo d.C., del cosiddetto Mandylion- prima custodito ad Edessa (oggi Urfa, in Turchia), poi trasferito a Costantinopoli e da lì scomparso. IlMandylion- letteralmente, “fazzoletto”- mostrava l’impronta del volto di un uomo, ritenuto Gesù, ed era custodito in un reliquiario. Ma Baima Bollone non esclude che si trattasse della Sindone stessa, della quale veniva mostrata solo una piccola porzione- quella appunto della testa- mentre il resto rimaneva celato alla vista. Le tracce tuttora visibili delle pieghe proverebbero che il telo- attualmente lungo 4, 42 metri e largo 1,13, dopo il restauro del 2002- in passato sia stato ripiegato su se stesso più volte, in modo compatibile a questa antica ostensione.Impossibile elencare qui tutti gli indizi evidenziati dal patologo, inclusi quelli relativi all’anatomia dell’Uomo della Sindone che sembrano perfettamente corrispondenti all’incipiente rigor mortis di un reale cadavere. Nella sua disamina, il professore passa in rassegna decine di elementi apparentemente concordanti e convincenti: arriva addirittura ad affermare che- in base ad un calcolo statistico- ci sarebbero 225 miliardi di probabilità contro 1 sola che la Sindone sia vera, “vale a dire, che si tratti effettivamente del lenzuolo funerario di Gesù”. Le ultime acquisizioni archeologico-storiche e le conoscenze medico-legali, poi, a suo dire renderebbero ancora più certa la coincidenza tra la Sindone e il Gesù storico.
Infatti, nella sua lunga e travagliata storia, il Sacro Telo ha rischiato più volte di andare distrutto. Le fiamme lo hanno più volte danneggiato; l’acqua usata per spegnerle lo hanno intriso. Non solo: secolo dopo secolo, sulle fibre, si sono accumulati anche fumo di candele, polveri, funghi ed acari. Tutti elementi esterni che avrebbero modificato la quantità di C14 , “ringiovanendo”  il tessuto. La contaminazione ambientale dunque avrebbe giocato un ruolo fondamentale: se è così, potrebbe essere probabilmente inutile tentare di ripetere il test con fili prelevati da un altro punto di trama ed ordito.
C’è tuttavia una questione cruciale ancora aperta: cosa ha prodotto quell’impronta? Solo sudore, sangue ed unguenti? Le analisi con il microscopio elettronico hanno infatti escluso la presenza di pigmenti, tipici delle pitture, e i segni di pennellate. Non ci sono neppure le bruciature superficiali che una strinatura della stoffa lascerebbe. Se davvero è l’effetto del contatto di un cadavere nudo sul lenzuolo funebre, perché quella silhouette non appare deformata- come avviene, quando si sviluppa su un piano una figura dotata di volume? Qualche anno fa, alcuni ricercatori del Centro ENEA (l’Agenzia Nazionale italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo tecnologico sostenibile),  dopo aver fatto dei test sperimentali con un laser ad eccimeri, hanno affermato che la figura presente sul Sacro Lenzuolo potrebbe essersi prodotta mediante irraggiamento. “Un brevissimo e intenso lampo di radiazione VUV (Vacuum Ultra Violet) direzionale può colorare un tessuto di lino in modo da riprodurre molte delle peculiari caratteristiche della immagine corporea della Sindone di Torino”, hanno scritto nel loro studio. Quale fonte di energia abbia potuto produrre, nei secoli passati, quel tipo specifico di irraggiamento, non è dato saperlo.
La scienza, per ora, può solo formulare ipotesi, ma il mistero rimane. E forse il fascino irresistibile di questo telo sta proprio qui, nella sua capacità di stupire oggi come nel Medioevo: le nostre conoscenze avanzate e la nostra tecnologia all’ avanguardia ancora non bastano per trovare risposte agli interrogativi che solleva. Come se rimanesse sempre una parte oscura che la razionalità non può comprendere. Un concetto esplicitato dal cardinale Ballestrero, arcivescovo di Torino ai tempi dei contestati esami del 1988, che da uomo di fede disse: “Perchè non vogliamo mettere nell’elenco delle possibili cause anche quello dell’intervento soprannaturale di Dio?Anche un manoscritto miniato, il Codice Pray, conservato in Ungheria e risalente al 1190, mostra la scena della deposizione dalla Croce e della resurrezione che sembrerebbe ispirata al Sacro Lenzuolo, per un dettaglio del corpo di Gesù- davanti al pube ha le mani incrociate e solo 4 dita sono visibili, proprio come nell’immagine sindonica. Prova, per il professore, che nell’Impero Romano d’Oriente quella reliquia era ben nota. Molti testi bizantini, poi, parlano di una figura del Salvatore impressa su un telo.Ma come è possibile, considerando l’esame al radiocarbonio, metodo ritenuto infallibile per datare manufatti del passato? Quel test è da considerarsi non valido. Lo dice Baima Bollone, lo ammettono molti altri studiosi e ricercatori, lo riconosce oggi gran parte del mondo scientifico. A vanificare i risultati, innanzi tutto, la procedura non ortodossa nel prelievo dei campioni e l’assenza di dati specifici nella relazione finale che rendono impossibile un controllo. I fili esaminati, poi, sono stati prelevati vicino ad un bordo esterno del telo e potrebbero appartenere ad uno dei tanti rammendi dei quali il lenzuolo ha avuto bisogno nel corso del tempo.L’immagine mantiene infatti la forma e le proporzioni di un corpo umano maschile, per l’esattezza di un soggetto apparentemente sui 40 anni di età, con profili netti e precisi. Non solo. Appaiono anche i dettagli anatomici che non ci si aspetterebbe- ad esempio i capelli, che scendono sulle spalle come se il corpo fosse in posizione eretta, non sdraiata. L’impronta è superficiale (sul retro, il telo reca solo le tracce ematiche), ma nello stesso tempo è tridimensionale, tanto che è stato possibile ricostruire al computer l’aspetto dell’Uomo della Sindone. Ma se non è stato per contatto, allora come si è impressa?
La descrizione della Passione di Cristo collima in modo impressionante con le ferite che- da medico legale- Baima Bollone ha riscontrato sull’Uomo della Sindone: sul viso, ai polsi, al costato, sulla schiena, alle gambe, sui piedi. Le macchie vermiglie sul telo sono infatti siero e sangue umano (gruppo AB), come dimostrano i globuli rossi rinvenuti tra le fibre dai quali è stato estratto un DNA maschile: rivoli colati da tumefazioni, da lesioni lacero-contuse, da ferite da arma di punta e di taglio, sia durante l’agonia, sia dopo la morte. Le chiazze sono rimaste così rosse per la presenza di bilirubina- elemento compatibile con una morte traumatica. E si sono depositate prima che si formasse l’immagine del corpo.Altro elemento che richiama il racconto evangelico, poi, è la permanenza del corpo nel sudario: non più di 36 ore, dato che mancano i segni della putrefazione che subentra dopo un giorno e mezzo dalla morte, specie nei climi caldi. Esattamente il tempo che secondo gli Evangelisti Gesù avrebbe passato nella tomba, prima di risorgere. Su quel lino, poi, si sono posate anche decine di diversi tipi di polline. Alcuni di essi sono molto significativi, perché specifici di una ristretta area geografica. Tre, in particolare, appartengono a piante che fioriscono solo vicino a Gerusalemme tra marzo e aprile. Le caratteristiche della filatura (a spina di pesce) e del tessuto (probabilmente una pezza tagliata da un rotolo) sono compatibili con le tecniche e gli strumenti in usoduemila anni fa.Ma ci sono anche fonti che sembrano confermare l’esistenza di un sudario attribuito al Cristo in epoche precedenti al XIV secolo. Baima Bollone, ad esempio, cita le moneteconiate dall’imperatore bizantino Giustiniano II nel VII secolo che mostrano il volto di Gesù molto somigliante a quello della Sindone: un sopracciglio più alto dell’alto, i capelli più lunghi su una spalla, un ciuffo sulla fronte, orbite oculari profonde, zigomi prominenti. Un’iconografia che a Costantinopoli si mantiene costante nel tempo e che spesso rappresenta il Cristo zoppo, con un arto più corto- come appare la gamba flessa sul lino di Torino.

SABRINA PIERAGOSTINI su: extremamente.it

L’acqua è suscettibile a ciò che pensiamo

Mentre molti di noi tentano invano di ristabilire la propria salute ingoiando ogni giorno mucchi di pastiglie, gli studiosi sono sempre più propensi a credere che esista un mezzo molto più efficace ed accessibile. Lo si può permettere ogni persona in quanto ce l’ha a casa. Si tratta dell’acqua, la sostanza fondamentale senza la quale non esisterebbe la vita sulla Terra.



Da molti anni laboratori di tutto il mondo conducono esperimenti stupefacenti per la modifica della struttura dell’acqua. È stato scoperto che proprio dalla sua struttura dipendono le proprietà che l’acqua trasmette in seguito all’organismo vivente.

Per conoscere le peculiarità della cura con l’acqua strutturata “La Voce della Russia” si è rivolta alla terapeuta Anna Jakovleva che già da alcuni anni cura efficacemente i suoi pazienti con l’aiuto di questo metodo:

La struttura variabile dell’acqua è molto più importante della sua composizione chimica costante. Ciò consente di conferire all’acqua queste o quelle proprietà necessarie. È noto che la struttura dell’acqua cambia sotto l’effetto della musica e delle parole. Così, quando viene suonata musica classica, quando vengono pronunciate preghiere, mantra o semplicemente parole di gratitudine, le molecole dell’acqua possono curarci. Al contrario, le bestemmie, le parole che umiliano e ingiuriano l’uomo influiscono sull’acqua in modo che comincia a distruggere la salute umana.

Ecco un fatto sorprendente: l’acqua è suscettibile a ciò che pensiamo e, quel che più conta, diciamo. In presenza di pensieri positivi e del senso di gratitudine emanato dall’uomo l‘acqua è capace di operare miracoli e curare persino le malattie più gravi. Non a caso i nostri antenati leggevano preghiere prima di ogni refezione. È venuto infatti fuori che, oltre al significato sacrale, questo rito ha anche un significato pratico. Non solo, ma bisogna ricordare che noi stessi consistiamo prevalentemente di acqua e che la nostra acqua “interna” reagisce anche ai nostri ragionamenti, visto che la nostra salute è, in sostanza, il risultato dei nostri pensieri.

Ciò è descritto dettagliatamente nel libro “I Messaggi dell’Acqua” dello scrittore giapponese Masaru Emoto. Il libro è uscito nel 1999 ed ha suscitato subito chiassose reazioni nel mondo scientifico. Masaru Emorto dimostra che l’acqua modifica in modo determinato la propria struttura sotto l’effetto di varie emozioni umane. A titolo di prova vi sono pubblicate foto dei cristalli dell’acqua congelati subito dopo essere stati sottoposti all’azione della musica classica e delle parole che portavano messaggi positivi e foto di quei cristalli che hanno “ascoltato” hard rock e parole offensive. Nel primo caso i cristalli erano bellissimi ed avevano una forma perfetta. Nel secondo caso rappresentavano frammenti rotti e non strutturati.

È possibile sostituire la somministrazione di farmaci con un bicchiere di acqua “viva”, cioè strutturata? Che cos’è: un vero miracolo o l’effetto placebo? Che ciascuno decida per sé in che cosa credere. Ma durante la colazione, per ogni evenienza, dite “grazie” alla vostra acqua. Semplicemente per provare. Forse funzionerà.


Verso una concezione unitaria di cervello e mente


I progressi delle neuroscienze ci hanno rivelato che noi condividiamo con gli altri animali la maggior parte dei nostri geni e dell’ architettura del nostro cervello (Gazzaniga). Siamo “caratterizzati” dai medesimi comportamenti chimici e abbiamo le “medesime reazioni fisiologiche” degli altri animali. Pensiamo poi che anche il nostro cane Kimi, gran dispensatore di affetto, soprattutto verso  nostro figlio Valentino, possa “provare” amore, odio, tenerezza, pena, empatia e altro ancora. Addirittura, alcuni scienziati dell’Università della Georgia hanno dimostrato che anche i ratti possiedono la capacità di “riflettere” sui propri pensieri, capacità che viene chiamata metacognizioneIl neuro scienziato Ralph Greenspan ha mostrato che le mosche dormono come noi ed esprimono caratteristiche genetiche che possediamo noi.
Il sistema nervoso dei vermi, degli insetti e dei vertebrati, dai pesci all’uomo, deve aver avuto un “unico predecessore comune” esistito seicento milioni di anni fa. Darwin, già nel 1859, ipotizzò che la vita derivi da un’unica forma originaria, poiché tutti i viventi hanno moltissimo in comune dal punto di vista chimico. La biologia moderna ha fornito al riguardo solide basi a questa idea lungimirante. Possiamo dire in sostanza che la maggior parte delle capacità umane può essere messa in relazione “con antecedenti nel mondo animale”.
Invero, nel corso della storia, scienziati e filosofi hanno alternativamente negato la nostra “unicità” oppure l’hanno riconosciuto. A renderci “unici” e “differenti”- scrive P.T. Rakic- “è il nostro cervello”. Il cervello è l’organo che ci distingue dalle altre specie. Siamo perciò molto diversi dagli altri animali. Il cervello umano è dunque unico.
Dall’attività del cervello, nasce la mente (Marcus). Il fondamento della mente –scrive Francis Crick, uno dei due scopritori del DNA, si trova nel cervello. La mente- conferma Pinker- “è quello che fa il cervello”.  Coscienza, autocoscienza, mente- insomma tutto ciò che si comprendeva nel concetto di anima o psiche (Hagner)- sono  prodotti e regolati dal cervello. A sua volta, il cervello, per i neuroscienziati, è il frutto dell’interazione tra geni e ambiente. Rimane tuttavia il mistero di come dalla materia (il cervello) emerga l’immaterialità della mente e della coscienza.
Fino al XX secolo, il compito di indagare sulla mente e la coscienza è stato assunto dalla filosofia. Poi alla fine degli anni Ottanta cambia tutto. Cervello, mente e coscienza diventano oggetto di sperimentazione scientifica, un argomento appassionante e primario delle neuroscienze.
Oggi, le neuroscienze rappresentano uno dei campi di ricerca più in fermento, in virtù delle straordinarie scoperte sul cervello e la mente, come dimostra l’interessante libro di Neil V. Watson e S. Marc Breedlove “Il cervello e la mente” (Editore Zanichelli, Bologna 2014, pagine 479, euro 49). E’ un’opera fondamentale per comprendere le basi delle neuroscienze descritte secondo una prospettiva  biologica e comportamentale e in un ambito scientifico unitario e di verifica delle ipotesi.
La vita mentale è il frutto di processi di apprendimento o invece il prodotto di programmi genetici innati? Per molto tempo, gli studiosi hanno sostenuto l’una o l’altra delle due concezioni. Grazie all’impiego di metodi sempre più efficaci, oggi sappiamo che la contrapposizione “innato- appreso” (nature and nurture) è superata: sono due facce della stessa medaglia. La mente infatti è definita da una chiara combinazione di fattori biologici innati ( i geni), e influenze ambientali, che sono fattori “collegati e inscindibili”.
L’evoluzione ha forgiato il nostro cervello, il quale è continuamente modellato e rimodellato (neuroplasticità)  dall’ambiente e dall’interazione con altre persone per tutta la vita (neurogenesi).
La ricerca in questo campo ha radici lontane e si è sviluppata sotto l’influenza di credenze magico-religiose, conoscenze popolari e antiche osservazioni.
Nell’antico Egitto, si credeva nell’immortalità dell’anima. Nella Bibbia, il cervello non viene nominato, mentre il cuore è menzionato moltissime volte. Platone sosteneva l’esistenza di un’anima immateriale  e immortale, mentre Aristotele riteneva che la mente fosse proprietà del cuore e Ippocrate attribuiva al funzionamento del cervello le emozioni, il pensiero, le percezioni. Da parte sua, Cartesio, uno dei principali esponenti del “dualismo”, ipotizzò che gli esseri umani avessero un’anima immateriale, oltre che un corpo materiale (res cogitans e res extensa).
Oggi, i neuroscienziati rifiutano il concetto di dualismo e sostengono la teoria che tutti i processi mentali sono processi cerebrali, cioè processi fisici (monismo). La ragione principale consiste nel fatto che una sostanza immateriale (l’anima, la mente) non può essere sottoposta ad indagine scientifica. Di qui, il riduzionismo di mente a cervello.
Questa teoria ha contribuito all’emergere del concetto di “localizzazione”, l’idea che regioni diverse del cervello si specializzano nella produzione di comportamenti diversi.
Gli albori del XXI secolo hanno portato una quantità di nuove conoscenze, progressi e scoperte. Sappiamo che il cervello viene sottoposto a continue modificazioni indotte dall’esperienza e dal comportamento, un fenomeno noto  come “plasticità neurale” o “neuroplasticità”. Abbiamo scoperto che certe esperienze e stati fisiologici possono modificare la velocità con la quale si formano nuovi neuroni nel cervello adulto (“neurogenesi”). La scoperta della neuroplasticità ha poi favorito la nascita delle “neuroscienze sociali”, una disciplina che utilizza i dati e i metodi delle neuroscienze per approfondire le basi biologiche del comportamento sociale, studiare gli effetti delle circostanze sociali sul cervello e in che modo avviene il processo di continua interazione tra fattori biologici e fattori sociali.
Ultimamente, l’attenzione dei neuroscienziati si sta concentrando anche sulle modalità in cui prendiamo decisioni. E’ il settore della “neuroeconomia”, che impiega le nuove tecniche di diagnostica per immagini allo scopo di identificare le regioni del cervello che si attivano in varie circostanze che comportano processi decisionali, come la gestione delle risorse, il gioco e altri modelli economici tradizionali.
Una grande sfida per gli scienziati è la questione difficile, complessa e ancora misteriosa della coscienza, cioè della propria esistenza, dei propri pensieri, emozioni, esperienze soggettive. La coscienza è considerata dai neuroscienziati come una “facoltà del cervello” ed è al centro di molte ricerche, nonostante l’oggettiva difficoltà a definirla. Non abbiamo in realtà conoscenze concrete. Siamo lontani dalla comprensione della coscienza e della mente. I nostri stati interiori sono infatti privati, soggettivi, personali, e dunque non abbiamo idea di cosa sia l’esperienza interiore di un essere umano o di un animale. Se, ad esempio, diciamo a qualcuno che il cielo è azzurro non sapremo se la nostra sensazione di azzurro sia uguale alla sua. Come facciamo a sapere se ciò che chiamiamo “rosso” è uguale alla percezione che si crea nella mente di un altro soggetto?
Alcuni autorevoli neuroscienziati sostengono al riguardo che il problema della coscienza potrebbe risultare “impossibile da risolvere”.  Autori come Flanagan, Popper e Lhermitte sostengono  che cervello, mente e coscienza sono tra i più grandi misteri dell’universo e negano la possibilità che essi possano essere “spiegati, compresi e risolvibili”. Gran parte infine  dell’attività del cervello è inconscia.
Nella comprensione del cervello e delle basi biologiche del comportamento, decisiva è la ricerca sugli animali. Il progresso delle neuroscienze- sottolineano Watson e Breedlove- progredirebbe “alla velocità di una lumaca” se non fosse per la conoscenza che deriva dagli studi sui nostri cugini animali.

Sale himalayano: rimedio naturale contro le allergie

Tra i rimedi naturali contro le allergie ci viene in aiuto il Sale Rosa dell’Himalaya


Nonostante le allergie siano un problema per milioni di persone in tutto il  mondo, non si può dire che ci siano delle cure stabilite che risolvano il problema. Quello che si fa in genere è seguire delle terapie che tendano a desensibilizzare gli agenti  che provocano l’allergia: i classici “vaccini”.
Ma questo è campo medico. Noi cerchiamo delle risposte in maniera naturale e scopriremo quanti benefici possiamo avere dal Sale himalayano, uno dei principali rimedi naturali contro le allergie.
Il Sale Rosa himalayano, è il risultato dell’aggregazione di numerosi minerali che hanno avuto milioni di anni per integrarsi in maniera perfetta tra di loro; partendo dalle acque dei mari primordiali, che contenevano al loro interno tutti i componenti che hanno poi permesso la vita sul nostro Pianeta, si sono così formate queste miniere di sale, in Pakistan, dalle quali si estrae questo prezioso elemento che regala benefici sotto varie forme.
Grazie alle sue  proprietà e ad una “cura” costante, si possono ottenere ottimi risultati e sicuramente una parziale diminuzione di tutti i fastidiosi sintomi che tormentano le persone che soffrono l’arrivo della primavera. Questo lo rende tra i più efficaci rimedi naturali contro le allergie.
tra i rimedi naturali contro le allergie la soluzioni idrosalina con sale rosa è ideale semplice da preparare e molto efficace.

Per cominciare una sorta di “terapia naturali” anti allergia, innanzitutto bisogna preparare la soluzione idrosalina. Ecco di cosa si tratta.
La soluzione idrosalina è l’unione tra acqua e sale rosa, ma ciò che ne viene fuori, è un liquido che contiene innumerevoli qualità, perché permette di sprigionare dal sale, quelle caratteristiche che lo fanno poi somigliare al liquido amniotico delle gestanti, e a quel mare che ha dato origine alla vita. La complessità di questa soluzione, la rende particolarmente efficace per numerose patologie, tra cui l’allergia.
Se ricordiamo che queste nascono proprio per una reazione esagerata dei nostri anticorpi a sostanze normalmente innocue, l’obiettivo dovrebbe essere ristabilire un equilibrio nel funzionamento del nostro organismo, e la soluzione idrosalina garantisce proprio questo.
Come si preparamettete due o tre cristalli di sale in un barattolo di vetro con coperchio e riempitelo di acqua (naturale). Dopo circa un’ora cominceranno a sciogliersi fino a saturare l’acqua, dando vita ad una soluzione idrosalina cristallina al 26%. Raggiunta questa saturazione, i cristalli non si scioglieranno più, fino a quando non si aggiungerà altra acqua, in un ciclo che non vedrà mai alterare questi valori e con una soluzione che non subirà nessun altro tipo di alterazione dall’esterno. In essa infatti, non c’è possibilità di proliferazione di microrganismi come germi, virus, funghi e batteri e dunque non ha scadenza.
Assumere un cucchiaino di questa soluzione diluita in un bicchiere d’acqua tutti i giorni ottima tra i rimedi naturali contro le allergie, permette di affrontare con una forza maggiore l’arrivo dei periodi “difficili”, siano essi dovuti al polline o ad altre piante. 
La cosa importante è bere almeno due litri d’acqua nel  corso della giornata, per permettere a tutte le tossine che vengono “scovate” dal sale, di poter essere eliminate.
Non tutti lo sanno, ma, questo tipo di trattamento, anche se a molti può sembrare strano, risulta particolarmente efficace anche per migliorare problemi di ipertensione. Normalmente chi ha sbalzi pressori, si sente dire che deve ridurre o rinunciare al sale, perché è dannoso. Ma se pensiamo che il nostro corpo ha bisogno di sale per delle funzioni vitali, ad esempio la trasmissione di informazioni tra le cellule, (sinapsi), perché allora dovremmo rinunciarvi? In realtà il danno lo provoca il comune sale che utilizziamo, perché è un sale raffinato, privo cioè degli elementi fondamentali che lo rendono così prezioso per noi. Nel sale rosa invece, come dicevamo, questa ricchezza di minerali compatti tra di loro, gli conferisce tutto il valore che merita uno dei componenti vitali delle nostre attività. Pertanto ne consigliamo l’uso anche alimentare con il Sale Fino e Sale Granulare da utilizzare quotidianamente in cucina al posto del normale sale da tavola.

Medicina ribelle: Big Pharma fabbrica malattie

“Big Pharma”, l’industria farmaceutica mondiale, impiega un terzo dei ricavi e un terzo del personale per collocare nuovi medicinali sul mercato. Pionieri di questo nuovo approccio verso la salute sono gli Stati Uniti, dove tra il 1996 e il 2001 il numero dei venditori di farmaci è cresciuto del 110%, passando da 42.000 a 88.000 agenti. Per promuovere i suoi nuovi prodotti, questo settore spende ogni anno da 8.000 a 13.000 euro per ogni singolo medico. Sono le cifre di un big business, che si trasforma in guerra ai pazienti: si specula sulla loro pelle. Lo scrive, senza giri di parole, un giovane giornalista come Andrea Bertaglio, nel suo ultimo libro, “Medicina ribelle”. Racconta gli abusi del sistema, ma anche le prime clamorose ribellioni. Come quella della dottoressa Patrizia Gentilini, oncologo di Forlì: «Sono un medico, ho lavorato per più di trent’anni in un reparto di oncologia. Sono qui avendo nel cuore la sofferenza, la disperazione, le lacrime – quelle versate e quelle nascoste – dei miei pazienti, delle mogli, dei mariti, dei figli e dei genitori». Domanda: «Perché tanto dolore? Era proprio ineluttabile? Davvero la ricerca e le terapie sempre più mirate e “intelligenti” risolveranno il problema del cancro?».
No, purtroppo: «Ancora una volta abbiamo imboccato la strada sbagliata», sostiene la dottoressa. Perché la medicina ufficiale, quella degli ospedali, è tragicamente orientata dal mercato farmaceutico. Un sistema che inquina la conoscenza, a cominciare dalle università e dai centri di ricerca. E’ sempre “Big Pharma” a indirizzare gli investimenti, pensando ai profitti prima che alla salute e all’efficacia delle cure. Clamoroso il capitolo degli psicofarmaci: un mercato virtualmente senza limiti, rivelatosi particolarmente redditizio. «Secondo alcune stime – scrive Bertaglio – psichiatri e produttori di psicofarmaci hanno una fetta di mercato da cui incassano 80 miliardi di dollari ogni anno (sono più di 150.000 dollari al minuto)». Cifre da capogiro. «Le industrie farmaceutiche spendono a questo proposito oltre 22 miliardi di dollari all’anno per convincere ad aumentare le loro prescrizioni, un incredibile 90% del loro budget di marketing», conferma la “Citizens Commission on Human Rights”. Nel 1997, le lobby delle industrie farmaceutiche hanno fatto pressione sul Congresso degli Usa per permettere la pubblicità degli psicofarmaci nelle Tv americane, e questo ha aperto le porte a un torrente di pubblicità. Dai 595 milioni di dollari del 1996 ai 4,7 miliardi di dollari del 2009: un aumento di quasi il 700%.
«Non sorprende, quindi, che i conglomerati dei media aborriscano l’idea di mordere la mano di chi li nutre», scrive l’autore di “Medicina ribelle”. «Dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti, sempre negli Stati Uniti, il numero delle malattie psichiche diagnosticate è passato da 26 a 395». Psicofarmaci dati come caramelle anche ai bambini: «È bene ricordare come oltreoceano abbiano superato l’impressionante numero di 14 milioni i bambini in terapia con psicofarmaci per il controllo delle più svariate sindromi del comportamento: dal miglioramento delle performance scolastiche, al controllo dell’iperattività sui banchi di scuola, alle lievi depressioni adolescenziali». Un problema non solo americano, però: «In Germania, sono stati rilasciati lo scorso anno i dati dei bambini diagnosticati iperattivi e quindi probabilmente destinati a terapie farmacologiche: sono 750.000. E il problema non è solo tedesco: se nella vicina Francia quasi il 12% dei bimbi inizia la scuola elementare avendo già assunto una pastiglia di psicofarmaco, abbiamo un problema».
La logica, continua Bertaglio, è la stessa che domina in generale nella società dei consumi. Dalla produzione di merci per il loro consumo non siamo forse passati al consumo fine a se stesso per continuare a produrre merci? Bene, allo stesso modo «si è passati dall’invenzione di nuove medicine per la cura delle malattie all’invenzione di nuove malattie per produrre nuovi farmaci». E fabbricare malattie rende moltissimo. «Il caso più eclatante si è probabilmente verificato nel 2004, quando una commissione di “esperti” negli Stati Uniti ha riformulato la definizione di “ipercolesterolemia”», cioè l’eccesso di colesterolo nel sangue. «In pratica, riducendo i livelli ritenuti necessari per autorizzare una terapia medica, hanno letteralmente triplicato da un giorno all’altro il numero di persone che potevano avere bisogno di cure farmacologiche». Dettaglio importante: «Otto dei nove membri di quella commissione lavoravano a quel tempo anche come relatori, consulenti o ricercatori proprio per le case farmaceutiche coinvolte nella produzione di farmaci ipocolesterolemizzanti». E questa, assicura Bertaglio, è solo la vetta dell’iceberg.
Già nel 2002, infatti, secondo uno studio pubblicato sul “Journal of the American Medical Association”, l’87% degli autori delle linee-guida cliniche aveva conflitti d’interesse a causa di legami con l’industria farmaceutica. «Di questi, il 59% aveva rapporti diretti con i produttori dei farmaci relativi alle patologie per cui era chiamato a stilare le linee-guida». Qualcosa però sta cominciando a cambiare: a opporsi a “Big Pharma” c’è infatti un numero crescente di sanitari, protagonisti della “medicina ribelle” che rifiuta la logica industriale dei “fabbricanti di malattie”. «Sempre più medici iniziano a sentirsi stanchi di essere indotti a mettere il guadagno delle grandi case farmaceutiche davanti alla vita dei pazienti», sintetizza Bertaglio, in un libro che fotografa un diverso approccio con il concetto di salute. Il volume, inoltre, «si interroga su quello che ci può capitare con l’eccessiva americanizzazione (che va oltre la semplice privatizzazione) del sistema sanitario».
“Medicina ribelle” non è ovviamente un manuale scientifico, né una mera raccolta di interviste, ma un insieme di punti di vista alternativi. Lungi dal rifiutare il progresso medico-farmacologico, «sarebbe altrettanto sbagliato non iniziare a reagire ai continui tentativi di venderci, a caro prezzo, un sacco di porcherie di cui non solo non abbiamo bisogno, ma che addirittura ci portano a vivere peggio». Anche in un sistema come il nostro, basato sul profitto, stanno aumentando i medici che non hanno più intenzione di sottostare a certe dinamiche di mercato. Questa è la loro storia, la loro missione. «Io sono qui per dire che rifiuto una “scienza” per la quale un veleno non è mai abbastanza veleno per essere dichiarato tale», dichiara la dottoressa Gentilini. «Sono qui perché rifiuto una medicina per la quale i morti che si contano non sono mai abbastanza per decidersi ad affermare che è il caso di prendere provvedimenti. E sono qui perché rifiuto un mondo accademico che celebra come grande epidemiologo sir Richard Doll, colui che trent’anni fa attribuì a cause ambientali solo il 2% dei tumori, dimenticando che Doll era sul libro paga della Monsanto».

Non solo: Doll «era pagato in percentuale in base alla quantità di sostanze chimiche annualmente prodotte da tutta l’industria chimica mondiale». E oggi, «sia chiaro, nulla è cambiato». L’oncologa di Forlì “rifiuta” una scienza e una medicina che non hanno celebrato e ricordato un ricercatore come Lorenzo Tomatis, insigne scienziato sconosciuto al grande pubblico: ignorato dai media, «ha posto le basi scientifiche e metodologiche della cancerogenesi, identificando e classificando gli agenti inquinanti e le loro conseguenze per la salute umana». Per il medico romagnolo, Tomatis «rappresenta la vera faccia della scienza e della medicina: schierata, senza ambiguità alcuna, a difesa della salute e della dignità dell’uomo». Un uomo che si è sempre strenuamente battuto per la prevenzione primaria, ovvero per la tutela della salute pubblica attraverso la riduzione 
dell’esposizione (ambientale, professionale) a sostanze tossiche cancerogene o comunque nocive.
Nel suo lavoro di ricercatore, ricorda Gentilini, Tomais incontrò inaudite difficoltà. Addirittura definì la prevenzione primaria del cancro come «una corsa a ostacoli, in cui l’identificazione di un agente fisico o chimico come cancerogeno viene troppo spesso vista con scetticismo, se non con aperta ostilità». Alcune sostanze sono ritenute cancerogene in alcuni paesi e non in altri. Quando riconosciute, i limiti consentiti variano a paese a paese, «come se il loro effetto cancerogeno potesse modificarsi passando i confini». Invitato in audizione sul problema dell’incenerimento dei rifiuti al Comune di Forlì il 24 novembre 2005, Tomatis esordì dicendo: «Le generazioni a venire non ci perdoneranno i danni che noi stiamo loro facendo», e spiegò che centinaia di sostanze chimiche, tossiche e pericolose, molte delle quali emesse anche dagli inceneritori, ormai si ritrovano nel cordone ombelicale. «Tutto ciò compromette non solo lo sviluppo fetale, ma comporta un crescente, inesorabile aumento nell’incidenza del cancro nell’infanzia nonché disturbi neuropsichici e cognitivi, e condiziona quello che sarà lo stato complessivo di salute anche da adulti, creando danni che addirittura possono trasmettersi, attraverso le cellule germinali, nelle generazioni successive».
Giornalista freelance specializzato sui temi cruciali della sostenibilità ambientale, dopo anni di impegno al “Fatto Quotidiano”, ora Bertaglio collabora con “La Stampa”. Ha alle spalle una stretta collaborazione con Maurizio Pallante, nonché libri sul tema della decrescita, sulla scomparsa del futuro per i giovani, sul fardello inquietante delle scorie nucleari italiane di cui nessuno parla mai. Dalla salute dell’ambiente a quella della persona, il passo è breve. «Ho scritto questo libro – racconta Andrea – perché mi sono reso conto, nell’arco degli anni, di essere entrato in contatto con parecchi medici e realtà del settore sanitario molto a disagio con quello che è ormai diventato il loro campo». Con un certo stupore, Bertaglio si è accorto tempo fa che «ci sono sempre più medici che non hanno più intenzione di sottostare a certe dinamiche di mercato, che non sopportano più di vedere l’interesse economico venire prima della salute». Medici “ribelli”, «stanchi di dover mettere il guadagno delle grandi case farmaceutiche davanti alla vita dei pazienti, magari bambini». Così, Andrea Bertaglio ha raccolto le loro testimonianze, mettendo a fuoco «l’insano intreccio fra profitto e salute», in quest’Europa su cui incombe la progressiva e minacciosa “americanizzazione” del sistema sanitario. «Che cosa ho imparato? Moltissime cose, a partire dalla mole enorme di soldi che ruota intorno al settore farmaceutico», confessa. «Mi ha impressionato l’arbitrarietà con cui si decide se le persone sono malate o meno (cosa che avviene soprattutto in ambito psichiatrico). Mi ha disgustato la semplicità con cui, soprattutto negli Usa ma tendenzialmente anche in Europa, si preferisce dare uno psicofarmaco a un bambino, piuttosto che educarlo o amarlo. E mi ha colpito come molta gente, oggi, persa nel paradosso di una società che si crede molto informata, sia convinta di sapere anche più del proprio medico cosa sia opportuno prescrivergli»

mercoledì 29 aprile 2015

MASSAGGIARE IL PUNTO ZU SAN LI PER EFFETTI BENEFICI

Una leggenda giapponese racconta che una volta, ad un uomo furono tramandate preziose conoscenze dal padre, queste comprendevano la posizione del punto di longevità e/o “il punto delle 100 malattie”. Pare che il figlio seguendo i suoi consigli (massaggiando questo punto), visse abbastanza per vedere la nascita e la morte di diversi imperatori.
Massaggiare alcuni punti specifici è parte dei più antichi metodi di trattamento orientale, questa tecnica viene utilizzata da migliaia di anni. Il nostro corpo è dotato di una sottile energia elettromagnetica denominata “KI” (in giapponese) che costituisce l’energia che preserva e nutre il nostro corpo, ed è proprio sulla stimolazione di questa energia che va ad agire lo shiatsu. Per comprendere il funzionamento del sistema di energia a cui fa riferimento la medicina orientale (e dunque anche lo shiatsu) è necessario introdurre i concetti di “meridiano” e di “tsubo”; i meridiani si possono immaginare come un sistema di canali e di percorsi, distribuiti su tutto il volume corporeo e all’interno dei quali l’energia vitale fluisce senza ostacoli, mentre gli tsubo sono delle piccole aree in cui vi è una concentrazione molto elevata di energia elettromagnetica, si trovano lungo i meridiani e sono detti anche punti di pressione.
Nel sistema dell’energia sono stati individuati 12 meridiani principali, doppi e simmetrici, che contengono oltre 700 tsubo. Ciascun meridiano apporta energia ad uno specifico organo o apparato del corpo. Può capitare, ad esempio in caso di stress, che alcuni meridiani o tsubo, possano bloccarsi, in questo modo la zona e le funzioni governate da questi meridiani entrano in uno stato di disfunzione. Rimuovendo questi blocchi possiamo ritrovare uno stato di salute migliore che ci aiuta a conquistare una condizione di perfetto equilibrio.
Possiamo definire il sintomo come un mutamento dell’energia o meglio come una distorsione dell’energia. Tale distorsione crea dei disquilibri nella distribuzione di energia lungo tutti i meridiani e si manifesta in vari modi a gravità a secondo dell’individuo colpito. Infatti, il modo in cui reagisce il corpo varia secondo l’età, agilità fisica e del livello di stress a cui si è sottoposti. La causa del sintomo si ripercuote sulla funzionalità dei meridiani e degli organi ad essi correlati. Con lo shiatsu siamo in grado di identificare la causa del sintomo, o di più sintomi, per poi decidere il trattamento più adeguato alla risoluzione del problema.
Il terapista, nel momento in cui si accinge ad esaminare il caso di un paziente, va a rintracciare due tipi di situazioni: la situazione in cui si verifica un eccesso di energia su una o più aree e la situazione in cui c’è, invece, una carenza di energia. L’energia in eccesso sarà concentrata e condensata su una certa area del corpo e il suo effetto potrebbe arrivare a bloccare tutta la parte interessata. L’energia in difetto comporterà una diminuzione a una totale assenza di energia e forza vitale nella parte interessata. Lo shiatsu serve per ripristinare il perduto equilibrio della distribuzione di energia.
Tra i vari punti “sensibili” del nostro corpo, uno in particolare conosciuto come punto Zu San Li, pare abbia effetti di ringiovanimento poiché ritarda l’invecchiamento. Per questo, tale punto di pressione è conosciuto anche come “Il Punto di longevità” (in Cina), mentre in Giappone – “Il punto delle 100 malattie”.
In che zona del nostro corpo si trova?
Ebbene, lo Zu san Li si trova sotto la capsula del ginocchio, per trovarlo bisogna coprire il ginocchio con il palmo della mano, poco più in basso c’è questa piccola fessura, e questo è il nostro punto di Zu San Li.
image-16014
Perché questo punto viene chiamato il punto delle 100 malattie, di cosa è responsabile?
  • Controllo il funzionamento degli organi che si trovano nella parte inferiore del corpo.
  • Controllo il funzionamento del punti della colonna vertebrale, a loro volta responsabili per il corretto funzionamento del tratto digestivo, tratto intestinale, gli organi genitali e le ghiandole surrenali.
Pare che massaggiare lo Zu San Li, aumenta l’attività delle ghiandole surrenali. Il surrene è un organo dei vertebrati composto da due ghiandole ad attività endocrina, esse sono più o meno distinte a seconda del gruppo tassonomico animale a cui si fa riferimento. Tale organo è responsabile principalmente della regolazione della risposta allo stress mediante la sintesi di corticosteroidi e catecolamine, tra cui il cortisolo e l’adrenalina.
Massaggiando questo punto è possibile normalizzare molte altre funzioni, quali:
  • La pressione sanguigna
  • Normalizzazione della glicemia, insulina
  • Rimozione dei processi infiammatori presenti nell’organismo
  • Regolare il sistema immunitario
  • Migliorare il sistema digestivo
  • Curare malattie del tratto gastrointestinale
  • Migliorare la salute del cuore
La digitopressione su tale zona aiuta anche a migliorare l’autostima, eliminare lo stress e trovare la pace interiore, ed è anche utile per problemi di tutti i giorni, come il singhiozzo, costipazione e incontinenza.
Quando, e come eseguire questo esercizio?
E’ preferibile massaggiare il punto Zu San Li la mattina. Bisogna compiere un movimento circolare 9 volte in senso orario su una gamba per poi passare all’altra (ripetere questo esercizio per 10 minuti). Naturalmente prima di procedere con il massaggio è necessario sedersi trovando una posizione comoda.
Viene raccomandata una respirazione ritmica (lenta e profonda), quindi rilassarsi concentrandosi in uno stato di armonia e comprensione. Pensare ad uno stato di guarigione è molto utile, questo fa intendere che lo scetticismo (energia negativa) non aiuta nel processo. Al contrario, trovando la giusta concentrazione avrà un effetto stimolante.
Pare che applicando uno spicchio d’aglio su questo punto aiuta nella guarigione delle infezioni, ma non si dovrebbe applicare per più di un’ora o due. Quando la pelle si arrosserà, questo sarà il momento giusto per rimuoverlo.
Tale massaggio non deve essere eseguito prima di coricarsi, in quanto il suo effetto stimolante potrebbe causare insonnia.
E’ possibile massaggiare questo punto ogni giorno, ma gli effetti maggiori avverranno durante la Luna Nuova, otto giorni dopo (luna nuova), è consigliato di eseguire il massaggio al mattino, il momento di picco che quale garantisce il miglioramento della funzione degli organi e, l’anti-invecchiamento.

La stimolazione del punto Zu San Li prima di pranzo, ha effetti positivi sulla memoria, sistema cardiovascolare e del sistema digestivo. Tuttavia, se tali massaggi vengono eseguiti dopo il pasto, contribuiscono a migliorare lo stress, nervosismo e irritabilità, e disturbi del sonno.

Printfriendly

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...