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martedì 29 dicembre 2015

Il silenzio fa bene

Il silenzio non ci appartiene più. Siamo travolti da rumori di ogni tipo, continuamente per tutto l’arco della nostra giornata. In più spesso sono rumori assordanti, invadenti e disturbanti che minano il nostro benessere.
Provate a farci caso proprio in questo momento. Quali rumori sentite? Se non avete la fortuna di essere in mezzo ad un bosco, sulle rive del mare o in una passeggiata in montagna di certo i rumori che vi accompagnano durante la vostra vita saranno quelli delle automobili, dei telefoni che squillano, della televisione… Pensate a chi abita o lavora vicino ad una strada molto trafficata o vicino alla stazione dei treni o comunque in una zona dove regna sovrano il rumore.
TRAFFICO SUL LUNGOTEVERE - Fotografo: BENVEGNU_-GUAITOLI
Rumori forti e invasivi che non ci permettono di concentrarci e di focalizzarci e gustarci il nostro presente.
Ma noi abbiamo un bisogno assoluto del silenzio. E’ una condizione che ci rilassa, che ci invita alla riflessione, che ci costringe ad abbandonarci. E forse queste azioni sono talmente temute che spesso siamo noi stessi a voler coprire il silenzio con rumori assordanti. Per non riflettere, per non pensare, perchè siamo a disagio in questa condizione di vuoto apparente e la vogliamo immediatamente colmare con qualsiasi cosa.
E’ ciò che accade anche alla presenza di altre persone. Chi di voi riesce a sostenere il silenzio per tanto tempo con una persona? Cerchiamo di colmarlo con parole senza senso o anche con la fuga. Il silenzio ci pesa perchè non siamo più in grado di comunicare con esso, dobbiamo ricorrere alle parole altrimenti ci sentiamo persi.
Ci siamo dimenticati, invece, che per dialogare in modo sano con qualsiasi persona sono necessarie pause di silenzio in cui si riflette, momenti di silenzio in cui si ascolta. Solo così le parole possono uscire in modo costruttivo e buono. In caso contrario escono a raffica senza senso, solo con la pretesa di voler riempire un vuoto.
Talvolta capita che anche la nostra mente non riesca ad accogliere il silenzio e così pensieri e preoccupazioni invadono rumorosamente e continuamente la nostra vita e ci impediscono di assaporarci silenziosamente l’attimo che viviamo.
Ma come facciamo a garantirci il diritto al silenzio?
silenzio1
Dobbiamo iniziare ad assaporarne un pezzetto alla volta e a capire che non dobbiamo temerlo ma al contrario, amarlo. Il silenzio porta pace interiore ed esteriore, ci aiuta a rilassarci, a riflettere, ci permette di ascoltare i suoni della natura che nulla hanno a che fare con il rumore prepotente creato dall’uomo, ci costringe a fermarci e ad abbandonare la fretta.
La nostra vita dovrebbe essere avvolta per la maggior parte dal silenzio: gli animali in questo insegnano molto, loro vivono nel silenzio e solo quando è strettamente necessario decidono di emettere dei suoni! Addirittura il rumore che noi creiamo li disturba a tal punto da renderli disorientati, da non riuscire più a riprodursi, da dover fuggire.
Se viviamo in un luogo particolarmente rumoroso e non possiamo cambiare casa dovremo riuscire a trovare un posto tranquillo per trascorrere un pò di tempo di silenzio al giorno. Chi invece vive già in un luogo abbastanza tranquillo dovrebbe bandire televisioni, radio e cellulari e dedicarsi al silenzio per un pò di tempo al giorno. Chi inizia a vivere più silenziosamente ne vorrà, di silenzio, sempre di più perchè esso crea davvero un senso di benessere diffuso e quando si ritorna al rumore quest’ultimo diviene sempre più insopportabile.
E’ questo il momento che ci porta a selezionare i rumori. C’è chi decide di non vole più ascoltare la musica alla radio ma solo quella dal vivo, c’è chi fugge dalla città per riuscire a sentire il più possibile il suono della natura, chi preferisce semplicemente passeggiare senza la solita musica nelle cuffiette…
Purtroppo siamo abituati al rumore, spesso non ci disturba e non riusciamo a cogliere l’effetto negativo che ha nelle nostre vite. Ma possiamo provare a rieducarci al silenzio.
Il silenzio permette a tutti, bambini e adulti, di vivere meglio: pratichiamolo quotidianamente! Non ha nemmeno controindicazioni! 

Noi e le persone prepotenti e litigiose

FOTO DA: vivelastereo.com
Parliamo di individui in grado di renderci la vita molto difficile quando siamo in loro compagnia. 
Quando siamo coinvolti in discorsi con questi individui che adottano queste modalità comportamentali (un capo approfittatore, un amico che critica sempre,un parente senza scrupoli, un partner pronto a sminuirti) molto spesso ci capita di avere timore di reagire.
Una persona prepotente e litigiosa tende a monopolizzare la conversazione con discorsi spesso concitati.

Non rispetta i turni di parola e interrompe spesso senza lasciar terminare i concetti.
Utilizza una gestualità o troppo confidenziale o invadente: punta il dito, si avvicina troppo fisicamente, è minaccioso agitando le mani o battendo i pugni sul tavolo, ha spesso il tono della voce alto, urla o strepita.
Lo sguardo è percepito come minaccioso e inquisitore, non esprime mai allegria o simpatia.
Al suo cospetto ci si sente sempre sotto analisi o sotto accusa; Tende ad occupare con invadenza lo spazio fisico circostante; si muove con ampi gesti delle braccia e lunghe falcate delle gambe. Spesso è teatrale, occupa i posti degli altri e sposta gli oggetti a suo piacimento.
Se riscontrate alcune di queste caratteristiche, senza dubbio avete a che fare con una persona che tende ad essere aggressiva e controllante.

In genere vogliono prendere un vantaggio nella relazione (a prescindere dal tipo di relazione) per gestirla come vogliono. Ma è possibile che questo sia anche un modo per attirare l’attenzione, per emergere. In altri casi è una forma di difesa: attaccano per prevenire critiche e per spostare l’attenzione sull’altro. A volte fanno di tutto per tirare fuori la parte più aggressiva e scomposta della persona con cui si ha a che fare  per poter dire: «Sei tu che vuoi litigare, lo sapevo!». In effetti chi ci casca può reagire così scompostamente da finire poi per chiedere loro pure scusa. Diventare “immuni” ai provocatori però è possibile e  significa migliorare notevolmente la qualità della propria vita.
Cosa fare? Attraverso alcune accortezze comunicative è possibile ridimensionare il potere di questi atteggiamenti all’interno della relazione e riuscire a tramutare l‘aggressione in cooperazione e la sottomissione in rispetto.
Strategie per gestire le persone prepotenti e litigiose
Ecco alcune semplici strategie per trattare con persone prepotenti e litigiose. Tenete a mente che queste sono regole generali, e non tutte sono applicabili alla vostra specifica situazione. Prendete ciò che funziona e lasciate perdere il resto.

Mantenete la calma: contate fino a 10
Una tra le caratteristiche più comuni delle persone aggressive è il piacere nel far perdere il controllo all’altra persona, in modo da sentirsi autorizzate a rispondere a tono. Attuando questo comportamento riescono a mettere l’altro in una condizione di debolezza.
La prima regola quando si ha a che fare con una persona prepotente è dunque quella di mantenere la calma. Meno siete reattivi alle provocazioni e in preda alla rabbia o alla frustrazione, più sarete in grado di giudicare la situazione oggettivamente e gestire il problema.
Quando vi sentite sfidati da qualcuno, prima di dire o fare qualcosa che poi rimpiangerete, fate un profondo respiro e contate lentamente fino a 10. In quei 10 secondi, pensate alla risposta migliore da dare. Se siete ancora arrabbiati dopo i 10 secondi, prendete ancora tempo e ripensate al problema che vi ha fatto provare rabbia. Se necessario, usate frasi del tipo “Devo pensarci”. Mantenendo il self-control, otterrete più lucidità per gestire al meglio la situazione.
Mantenete le giuste distanze e tenete aperta ogni possibilità
Vale la pena discutere con una persona prepotente? Il vostro tempo ha un valore, il vostro benessere fisico e mentale sono fondamentali. A meno che non ci sia qualcosa di importante in gioco, non sprecate il vostro tempo con una persona che ha una influenza negativa su di voi. Forse non vale la pena discutere con un guidatore violento o un parente senza scrupolo, meglio tenere le debite distanze ed evitare di ingaggiarsi in discussioni accese.
Inoltre, una sensazione frequente che si prova di fronte a queste persone così difficili è il sentirsi bloccati, senza via di uscita. In queste situazioni, tenete aperte tutte le possibilità. Confidatevi con amici fidati e impegnatevi ad elencare tutte le possibili linee d’azione che potreste adottare con queste persone, tenendo come priorità il vostro benessere. Sfruttate il fatto che gli amici, non essendo emotivamente invischiati nella situazione, possono essere più oggettivi di voi. Senza paraocchi non si rimani bloccati. Tenete la vostra mente aperta.
Imparate a conoscere i vostri diritti
Quando ci si relaziona con queste persone a forza di subire soprusi e sottili intimidazioni soipuò perdere di vista quelli che sono i propri diritti. Ciò che dovrebbe essere scontato, se interagiamo a lungo con persone prepotenti e aggressive, può passare in secondo piano o di non avere più in mente quali siano le giuste concessioni.
Abbiamo invece il dovere di pretendere i nostri diritti. Eccone alcuni da non dimenticare mai:
  • Diritto di essere trattati con rispetto.
  • Diritto di esprimere i vostri sentimenti, opinioni e desideri.
  • Diritto di scegliere le vostre priorità.
  • Diritto di dire “no” senza sentirvi in colpa.
  • Diritto di ottenere quello che avete pagato.
  • Diritto di avere opinioni diverse rispetto ad altri.
  • Diritto di proteggervi da minacce fisiche, mentali, emotive.
  • Diritto di crearvi una vita felice e sana.
Le persone aggressive in particolare vogliono deprivare le persone dei loro diritti, in modo tale che sia più semplice prendere il controllo su di loro.

Fate domande, non affermazioni
Uno tra gli aspetti che piace maggiormente ai soggetti aggressivi è puntare l’attenzione su vostri errori in modo da farvi sentire incapaci e inadeguati. Tipicamente, sono molto svelti a mettere in mostra tutto ciò che avete fatto male. Il focus è sempre su “Hai sbagliato” piuttosto che su “Come possiamo risolvere il problema?”
Se reagite mettendovi sulla difensiva cadete nella trappola, quindi il vostro aguzzino acquisirà il potere di rimarcare i vostri errori. Un modo semplice ed efficace per cercare di cambiare questa dinamica consiste nel rispondere alle frasi aggressive facendo domande piuttosto che affermazioni.
Per esempio:
1) Aggressore: “La tua proposta e’ pessima! Non mi è proprio di aiuto!!! ” Risposta: “Sei sicuro di averla considerata in tutti i suoi aspetti?”
2) Aggressore: “Sei così stupido!” Risposta: “Perché mi tratti con disprezzo?”
Fate domande. Rilanciate all’altro la palla e spostate la luce del riflettore sul vostro aggressore, in modo da neutralizzare la sua influenza su di voi.
Un’altra tecnica, apparentemente semplice ma efficace, per interrompere una comunicazione negativa è cambiare argomento. Dite semplicemente “A proposito…” e iniziare un nuovo soggetto.
Mostrate superiorità con l’umorismo
L’umorismo è ormai riconosciuto in molteplici studi come un aspetto della comunicazione che produce benessere. Può essere infatti efficacemente utilizzato per disinnescare i comportamenti aggressivi: ad esempio una battuta o una frase scherzosa potrebbero alleggerire la tensione o portare un sorriso sul volto di chi ci affligge.
Mantenete un tono formale durante la comunicazione
Quando si deve interagire con persone prepotenti è meglio seguire questa semplice regola: bloccare sul nascere eventuali problemi. Se tollerate sottomissioni e soprusi, questo incoraggerà solamente il comportamento aggressivo che andrà continuando e intensificandosi. Come evitare di accendere dinamiche aggressive?
E’ fondamentale mantenere le opportune distanze relazionali e rendere il più possibile la comunicazione formale dando sempre del lei al vostro interlocutore. Un’altra cosa importante è evitare di fare accuse e dichiarazioni che iniziano con la parola “tu”, che hanno maggiori probabilità di innescare un litigio. Invece, utilizzate frasi che iniziano con “Io”, “noi”, o formule impersonali, seguite da fatti.
Spezzate l’automatismo
Le persone prepotenti, litigiose si aspettano qualcosa da voi: un’arrabbiatura, una chiusura, uno sguardo ferito, un insulto. Sorprendeteli con un gesto inaspettato: ridete, oppure simulate indifferenza, o state in silenzio guardand con distacco. E non cedete: in breve non sapranno più cosa fare e capirano che con voi “non attacca”


venerdì 25 dicembre 2015

Essere o Avere... questo è il dilemma

Essere o Avere ?
FOTO DA: quag.com
Individuate da Erich Fromm queste due modalità di vita sono state riprese dalla Psicologia Analogica come punti fondamentali nella formazione della personalità, con la scoperta che questo aspetto evolutivo si forma fin dai primi mesi di vita e ci accompagna per la tutta la vita con forti influenze sul comportamento.
La modalità dell’Avere, secondo Fromm, è più indicata alle società consumistiche, dove il possesso è una condizione essenziale. Il presente è il prolungamento dei ricordi posseduti. La modalità dell’Essere, più emotiva, è rivolta all’osservazione delle cose, il tempo futuro riveste una maggiore importanza che il passato. E’ importante cercare di variare il proprio comportamento verso quest’ultima modalità.

Un “Avere” deve possedere un fiore, lo coglie, lo fa suo. Un “Essere” ne contempla la bellezza, godendo di questo, percependolo per immaginare altri orizzonti.


Un atteggiamento che riportato nelle relazioni umane crea enormi differenze nel comportamento. Qual è quindi la modalità a cui bisogna tendere? Ciascuno potrebbe filosofeggiare sull’argomento ma si può scegliere di vivere secondo una delle due modalità, imponendosi volontariamente un controllo? Assolutamente No.
Nei primi giorni di vita iniziamo a percepire il mondo che ci circonda. Il neonato deve interagire per soddisfare le sue esigenze primarie: mangiare, dormire, farsi coccolare. E’ in questa primissima fase della vita che formiamo la nostra “modalità”. Essere o Avere non dipende da una scelta logica, ponderata, di filosofia. Il bambino ha delle esigenze e secondo quanto riesce ad ottenere, si forma nel tendere al Desiderio o al Possesso. Il profondo significato di Essere o Avere.
Iniziamo con l’affermare che tutti, in varia misura, apparteniamo a una delle due Distonie. Il “disequilibrio” verso uno dei due versanti fa parte della nostra personalità. Il nostro equilibrio, la nostra capacità di relazionarci e fare delle scelte equilibrate, dipende da quanto amiamo desiderare o da quanto dobbiamo possedere.
Vediamo come si forma la nostra distonia:
La Distonia dell’Avere:
Proviamo ad immedesimarci nelle semplici ma fondamentali esigenze di un neonato. Ha fame e piange, la pappa non giunge subito perché la mamma la sta ancora preparando. Non può comprendere che deve attendere. Percepisce solo una mancanza nell’immediato. Oppure vorrebbe dormire, piange per comunicare la sua esigenza, invece il papà arriva dal lavoro e vuole prenderlo in braccio per consolarlo, lo fa saltare in braccio, vuole trasmettergli la sua presenza per consolarlo. Il bambino Desidera spesso ma non ottiene subito, inizia il percorso verso quella che chiamiamo la Distonia dell’Avere.
E’ difficile comprendere le esigenze di un neonato che ha una comunicazione limitata al pianto o poco più. Nel naturale e quotidiano trascorrere della relazione con i genitori, il bambino ha tanto dovuto desiderare, pur avendo tutte le attenzioni, che nel suo inconscio si forma l’esigenza del Possesso. Quali conseguenze avrà questa evoluzione?
Da adulto il suo comportamento sociale avrà i tratti di una persona che cerca di giungere in tempi brevi ai suoi obiettivi, non amerà desiderare a lungo e si coinvolgerà con persone che appagheranno velocemente le sue esigenze. Per contro, una volta appagate le sue esigenze, incredibilmente non ne trarrà il piacere sperato e tenderà a decoinvolgersi ricercando nuove fonti di appagamento in un ruolo relazionale attivo, sempre alla ricerca di un nuovo possesso.

Se un bambino ha dovuto Desiderare troppo spesso per ottenere, da adulto e per tutta la vita apparterrà alla distonia dell’Avere.

La Distonia dell’Essere:
Proviamo ora ad immedesimarci in un’altra comune situazione del neonato. Non ha fame ma la mamma giunge ugualmente con la pappa, è ora di mangiare per crescere anche se il bambino fa storie e rifiuta il cibo. Piange perché non ne vuole ma deve almeno assaggiare per riuscire a togliersi davanti agli occhi il biberon. Visto che ormai ha assaggiato, la mamma vorrebbe che continuasse e il bambino vede frustrata la sua esigenza di non mangiare, viene violato un suo desiderio: desidera altro, invece ottiene la pappa. Ottiene ciò che non desidera. Anche in questo caso, nel naturale e quotidiano trascorrere della relazione con i genitori, il bambino ha spesso tanto posseduto che nel suo inconscio si forma l’esigenza del Desiderio. Quali conseguenze avrà questa evoluzione?
Da adulto il suo comportamento sociale avrà i tratti di una persona che giungerà in tempi più lunghi ai suoi obiettivi, amerà desiderare più che ottenere e si coinvolgerà con persone che non appagheranno le sue esigenze. Per contro, finalmente appagate le sue esigenze, incredibilmente non ne trarrà il piacere sperato e tenderà a decoinvolgersi ricercando nuove fonti di desiderio in un ruolo relazionale passivo, dove saranno gli altri a condurre il gioco affinché possa desiderare il più a lungo possibile: la sua vera fonte di appagamento.

Se un bambino ha troppo ottenuto, da adulto e per tutta la vita apparterrà alla distonia dell’Essere.
Bisogna notare che il comportamento dei genitori è simile nei due casi, se è invadente o gradito dipende esclusivamente da come il bambino percepisce quegli eventi. Nel formare una distonia i genitori svolgono solo un ruolo passivo e hanno la potenzialità di influenzarne la formazione solo con gravi mancanze come ignorare il bambino o scaricare su questo i propri problemi, ma senza indirizzarlo verso una o l’altra distonia. Ne marcheranno gli effetti nella vita adulta.
Infatti, tutti evolviamo naturalmente verso una predominanza di desiderio o possesso, è una splendida parte del nostro carattere. Tutti infatti amiamo desiderare e in altri momenti preferiamo possedere, mantenendo inalterata per tutta la vita l’inconscia preferenza per uno dei due atteggiamenti. La nostra distonia svolge un ruolo molto importante nelle scelte che facciamo e, come vedremo più avanti, influenza in modo determinante il gioco delle relazioni nell’innamoramento.

Solo l’eccesso di esigenza di desiderio o possesso può rientrare a pieno titolo nel campo delle patologie
Un adulto che sviluppa una eccessiva distonia avrà grandi difficoltà a esprimere la propria personalità.

lunedì 21 dicembre 2015

Solstizio d'inverno: non è soltanto il giorno più corto dell'anno

Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà
FOTO: centrometeoitaliano.it
22 Dicembre 2015, con precisione alle ore 04:48, solstizio d'inverno dell'anno 2015

Il significato magico e straordinario del Solstizio d’inverno va ricercato nelle antiche tradizioni spirituali dei popoli di tutto il mondo.

“Solstitium”, in latino, significa “sole fermo” e sta ad indicare quel periodo dal 21 al 24 dicembre, in cui il sole sembra fermarsi in cielo, raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Quel che ne scaturisce è: la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate a giugno.

Quindi, il solstizio d’inverno segna l’ultima fase dell’oscurità che, sconfitta, cede il posto al "sole invitto", che proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioè un nuovo “natale”.
Ed è questo il motivo per cui il 25 dicembre è sempre stato, sin dall'antichità, la celebrazione della rinascita, o di una nuova nascita di esseri divini.
In Egitto si festeggiava la nascita del dio Horo e il padre, Osiride, si credeva fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; il dio Bacco in Grecia, nonché Ercole e Adone o Adonis; il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya, era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina; in Persia, si celebrava il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore ed a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Istar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con, intorno al capo, un’aureola di dodici stelle.
foto: daringtodo.com
Il soslstizio iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica.
Esso, inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (560/480 a.C) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide). Quello stesso fenomeno, fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (“rinascita del dio Sole”); i Germani, “Yulè” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (“ruota solare”); i Finnici “July” (“tempesta di neve”); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”)”. 
La nascita degli dei segna la fine del regno delle tenebre, la lunga battaglia porta lentamente e inesorabilmente alla vittoria della luce, cioè al principio della vita sulla terra. 
E’ un momento di passaggio e molti sono i simboli che testimoniano il risorgere della vita. Il vischio, pianta sacra del Solstizio d’inverno, era considerata dai druidi una pianta discesa dal cielo e quindi di emanazione divina. Un’altro simbolo è l’accensione delle candele di notte nelle case prima immerse nell’oscurità. 
L’albero, simbolo della speranza (l’abete sempreverde) che si accende di mille lucine, a testimoniare il momento, quando la notte diviene padrona e il buio è totale, in cui è importante mantenere accesa la fiamma della fede.
Con questo spirito di rinascita, speranza e amore, permettetemi di augurarvi un Buon Solstizio d’Inverno e che la Luce possa splendere alta e vittoriosa nelle vostre vite.

La rinascita solare rappresenta il simbolo di una rigenerazione cosmica, in cui il Sole e la Luce sono associati all’idea d’immortalità dell’uomo, che opera la sua seconda nascita spirituale, sviluppando e superando il proprio stato sottile, nella notte del solstizio d’inverno, quando è possibile accedere al deva-yana o “via degli dei” della tradizione indù, alla contrada ascendente e divina in cui l’uomo, restaurando in sé l’Adamo Primordiale, può intraprendere la strada dello sviluppo sovraindividuale. 

Questo è il momento in cui, quando la notte diviene padrona e il buio totale, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede, che al mattino, con l’alba, diverrà trionfante.

Significativo è, inoltre, il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del Solstizio d’estate, rivolgendosi a Gesù, nato nel Solstizio d’Inverno, si pronunci in tal modo: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. 

FOTO: tertullian.org
Parimenti è la rappresentazione classica del dio iranico Mithra, raffigurato mentre uccide un toro, con due dadofori ai suoi fianchi, che simboleggiano il corso del Sole: Cautes con la torcia verso l’alto (21 Giugno) e Cautopates con la torcia verso il basso (21 Dicembre). Ecco il simbolismo tradizionale delle porte solstiziali, che corrispondono rispettivamente all’entrata e all’uscita dalla Caverna Cosmica: la prima porta, quella "degli uomini", corrisponde al Solstizio d'Estate, cioè all'entrata del Sole nel segno zodiacale del Cancro, la seconda, quella "degli dei", al Solstizio d'Inverno, cioè all'entrata del Sole nel segno zodiacale del Capricorno. Dal punto di vista iniziatico la caverna, per via del suo carattere di luogo nascosto e chiuso, rappresenta un momento di totale interiorizzazione dell'essere, vale a dire il luogo dove avviene, accedendovi, la seconda nascita dell’iniziato. 
La seconda nascita, corrispondente nel significato ai Piccoli Misteri, si differenzia dalla terza nascita, in uscita dalla porta solstiziale d'inverno, corrispondente, invece, ai Grandi Misteri. La seconda nascita si realizza sul piano psichico, definendosi come rigenerazione psichica; la terza nascita, invece, opera direttamente nell'ordine spirituale e non più psichico, in quanto l’iniziato deve a quel punto aver risolto la sua individualità, trovando così libero accesso alla sfera di possibilità della comprensione sovraindividuale. Qui l’iniziato rivive le tre tappe del processo alchemico: le tenebre s’infittiscono, l'alba s'imbianca, la fiamma risplende. In prospettiva macrocosmica, tutto ciò è simboleggiato dall'ingresso del Sole nel segno zodiacale del Cancro, con il Solstizio d'Estate. 
Il Solstizio d'Inverno corrisponde, invece, in senso microcosmico, alla presa di coscienza della vera spiritualità, in quanto uscita nella luce. Durante questo processo la comprensione esoterica può essere visualizzata come un'illuminazione riflessa che rischiara il buio della caverna: un fascio di luce che penetra da un'apertura nel tetto della caverna e che genera quell'illuminazione di riflesso, descritta anche dal mito della caverna sacra di Platone e la cui fonte è il "Sole Intelleggibile". Nell'ordine microcosmico, per quanto concerne l'organismo sottile individuale, tale apertura corrisponde al centro energetico che si trova sulla sommità del capo: il chakra della corona, il kether della Sefiroth. Esso rappresenta il settimo livello del sistema dei chakra e corrisponde a ciò che nella Cristianità viene indicato come il settimo cielo. E' lo stato di consapevolezza della libertà assoluta, la sede del Creatore. Secondo gli indù al chakra della corona si fondono la Prakriti , la sostanza primordiale, e il Purusha, lo spirito, l’essenza. Nel percorso rettilineo tra la seconda e la terza nascita, all'interno della Caverna Cosmica, tra le due porte solstiziali, l'illuminazione, dunque, penetra in noi dalla sommità del cranio, come, secondo i rituali operativi massonici, sulla sommità del cranio di ogni uomo è sospeso il filo a piombo del Grande Architetto, quello che segna la direzione dell'Asse del Mondo. 


Informazioni ricavate da:
articolo di Luca Valenti pubblicato su: disinformazione.it (LINK)
contaminazionipoetiche.wordpress (LINK)

sabato 19 dicembre 2015

Augurare "Buon Natale" è diventato scorretto

FOTO DA: frasicelebri.it

Scuole, affissioni, pubblicità:
la parola NATALE è stata rimossa dai messaggi di auguri con la scusante del fattore "politicamente corretto"

L'augurio di "Buon Natale" era, fino a poco tempo addietro, sinonimo di buona educazione... Oggigiorno può essere facilmente interpretato come un'affermazione discriminante ed irrispettosa.
Pertanto, in alcune località come ad esempio il belgio, non si parla più di “vacanze di Natale” o “vacanze di Pasqua” e Ognissanti, ma di “vacanze d’inverno”, “vacanze di primavera” e “congedo d’autunno”, per non urtare la sensibilità di nessuno

Questo concetto è totalmente sbagliato ed unilaterale

Non si può offendere la sensibilità di chi non la pensa come noi. Bisogna altresì precisare che della sensibilità di norma non importa niente a nessuno, mai, in nessuna occasione. Tranne questa. 
FOTO DA: city-murmur.com

"POSTE ITALIANE" ai suoi dipendenti: <<Purtroppo, al fine di uniformare su tutto il territorio nazionale l’immagine aziendale, non è possibile allestire l’albero di Natale presso gli Uffici Postali. Le motivazioni sono di diversa natura, anche per rispettare le misure di sicurezza ed evitare personalizzazioni che potrebbero non essere in linea con lo stile aziendale. Sarà comunque possibile augurare buone feste con la locandina appositamente predisposta in fase di consegna.>>


Buon Natale a tutti!!!!!

Peter.


giovedì 17 dicembre 2015

Donazioni a favore di Telethon.... meglio di no!!

Sono 20 anni che questa “grande fiera” televisiva continua…

Ecco cosa ne pensa Olivier Bonnet, un ricercatore, uno specialista in biologia della riproduzione.

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“È scandaloso. Il Telethon raccoglie annualmente tanti euro quanto il bilancio di funzionamento di tutto l’Istituto Nazionale della Sanità e della Ricerca Medica (Inserm). La gente pensa di donare soldi per la cura. Ma la terapia genica non è efficace. Se i donatori sapessero che il loro denaro, prima di tutto è utilizzato per finanziare le pubblicazioni scientifiche, ma anche i brevetti di poche imprese, o per eliminare gli embrioni dai geni deficienti, cambierebbero di parere.
“Il professor Marc Peschanski, uno dei architetti di questa terapia genica, ha dichiarato che abbiamo intrapreso una strada sbagliata. Si stanno facendo progressi nella diagnosi, ma non per guarire. Inoltre, anche se progrediamo tecnicamente, noi non comprendiamo molto di più la complessità della vita. Poichè non possiamo guarire le malattie, sarebbe preferibile cercare di scoprirne l’origine, prima che si verifichino. Ciò consentirebbe l’assoluta comprensione dell’uomo, di una certa definizione di uomo”. 
Jacques Testard, è direttore della ricerca presso l’Inserm, specialista in biologia della riproduzione, “padre scientifico” del primo bebè-provetta francese, e autore di numerose pubblicazioni scientifiche che dimostrano il suo impegno per una “scienza contenuta entro i limiti della dignità umana”.
Testard scrive sul suo blog, fra l’altro:
Gli OGM (organismi geneticamente modificati) sono disseminati inutilmente, perché non hanno dimostrato il loro potenziale, e presentano un reale rischio per l’ambiente, la salute e l’economia. Essi non sono che degli avatar dell’agricoltura intensiva che consentono ai produttori di fare fruttificare i brevetti sulla Natura e la Vita.
Al contrario, i test terapeutici sugli esseri umani sono giustificati quando sono l’unica possibilità, anche piccola, per salvare una vita. Ma è assolutamente contraria all’etica scientifica (e medica) far credere a dei successi imminenti di uno o di un altro farmaco. Nonostante i numerosi errori, i fautori della terapia genica (spesso gli stessi fra quelli degli OGM) sostengono che “finiremo per arrivarci”, e hanno creato un tale aspettativa sociale che il “misticismo del gene” si impone ovunque, sino nell’immaginario collettivo.

Il successo costante del Telethon dimostra questo effetto, poiché a forza di ripetute promesse, e grazie alla complicità di personalità mediatiche e scientifiche, questa operazione raccoglie donazioni per un importo vicino al bilancio di funzionamento di qualsiasi ricerca medica in Francia. Questa manna influisce drammaticamente sulla ricerca biologica in quanto la lobby del DNA dispone del quasi monopolio dei mezzi finanziari (finanziamenti pubblici, dell’industria e della beneficenza) e intellettuali (riviste mediche, convenzioni, contratti, man bassa sugli studenti…).
Quindi, la maggior parte delle altre ricerche sono gravemente impoverite – un risultato che sembra sfuggire ai generosi donatori di questa enorme operazione caritativa…
Per completare, ultima citazione estratta dal libro di Testard “La bicicletta, il muro e il cittadino”:

Tecnoscienza e mistificazione: il Telethon

Da due decenni, ogni anno, due giorni di programmazione della televisione pubblica sono esclusivamente riservati ad un’operazione orchestrata, alla quale contribuiscono tutti gli altri mezzi di comunicazione: il Telethon. Col risultato che, delle patologie, certamente drammatiche ma che, per fortuna, interessano relativamente poche persone (due o tre volte inferiore alla sola trisomia 21, per esempio), mobilitano molto di più la popolazione e raccolgono molti più soldi rispetto ad altrettante terribili malattie, un centinaio o un migliaio di volte più frequenti.
Possiamo solo constatare un meritato successo di una efficace attività di lobbying e consigliare a tutte le vittime, di tutte le malattie, di organizzarsi per fare altrettanto.
Ma si dimenticherebbe, per esempio, che:
• il potenziale caritativo non è illimitato. Quello che ci donano oggi contro la distrofia muscolare, non lo doneranno domani contro la malaria (2 milioni di decessi ogni anno, quasi tutti in Africa);
• quasi la metà dei fondi raccolti (che sono equivalenti al bilancio annuale di funzionamento di tutta la ricerca medica francese) alimentano innumerevoli laboratori che influenzano fortemente le linee guida. Contribuendo in tal modo alla supremazia finanziaria dell’Associazione francese contro la distrofia muscolare (l’AFM che raccoglie e ridistribuisce a suo piacimento i fondi raccolti), sarebbe anche e soprattutto impedire ai ricercatori (statutari per la maggior parte, e quindi pagati dallo Stato, ma anche laureati e, soprattutto, studenti, sicuramente raccomandati, post-dottorato che vivono sul finanziamento della AFM) di contribuire alla lotta contro altre malattie, e/o di aprire nuove strade;
• non è sufficiente disporre di mezzi finanziari per guarire tutte le patologie. Lasciar credere a questo strapotere della medicina, come lo fa il Telethon è indurre in errore i pazienti e le loro famiglie;
• dopo venti anni di promesse, la terapia genica, non sembra essere la buona strategia per curare la maggior parte delle malattie genetiche;
• quando delle somme così importanti sono raccolte, e portano a tali conseguenze, il loro utilizzo dovrebbe essere deciso da un comitato scientifico e sociale che non sia sottomesso all’organismo che le colletta.
Ma anche, come non domandarsi sul contenuto di una “magica” operazione in cui le persone, illuminate dalla fede scientifica, corrono fino ad esaurimento o fanno nuotare i loro cani nella piscina comunale… per “vincere la miopatia”? Alla fine della tecnoscienza, spuntano gli oracoli e i sacrifici di un tempo che credevamo finito…
In conclusione: Non fate doni al Telethon!

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