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mercoledì 22 febbraio 2017

Esiste il lupo cattivo?

Fin dall’antichità il lupo reincarnava un’allegoria guerriera, portatrice di morte e distruzione, per molti popoli; animale totemico per gli indiani d’America, fino alle mitologie orientali, in cui l’immagine del lupo, assieme alla cerva bianca, ha sempre simboleggiato l’avvento di un eroe o di un capo d’alto lignaggio.


Nella nostra cultura occidentale, il lupo è sempre stato visto come un animale feroce e temibile che la tradizione popolare identifica in qualità tutt’altro che positive; le sue famigerate fauci, all’occorrenza evocate anche per mettere a letto bambini troppo irrequieti, passano alla storia con il famoso detto «in bocca al lupo», nell’accezione più pericolosa possibile. La gola di un lupo è una caverna, un antro oscuro, una notte infernale.

Eppure, studiandone da vicino i comportamenti, capiremmo come il lupo non è poi un animale molto diverso dall’uomo. Sopravvive alla natura sia solo che in branco, e quando si accoppia pratica la monogamia fino alla morte della propria compagna, dando anche mostra di un lato tenero nell’allevare con dedizione la propria prole; di fatti in alcune civiltà il lupo appare come genitore o fondatore di popoli e, in quanto tale, associato all’idea di fecondità. Basti pensare alla leggenda di Romolo e Remo, i gemelli fondatori di Roma. Anche i Turchi fanno risalire le loro origini da un branco di lupe e Aristotele raccontava che la lupa di Leto partorì i gemelli Apollo e Artemide; perciò la bestia selvaggia riesce a nascondere una doppia veste sotto tutto quel pelo.


È possibile che una visione così negativa del lupo dipenda dal suo legame con i defunti. Nei musei di Perugia e Volterra, per esempio, sono esposti dei vasi funerari etruschi che raffigurano il lupo come un simbolo veicolare di comunicazione con gli Inferi; in Egitto rivestiva il ruolo del dio Anubi. Altre leggente antiche, risalenti al Medio Evo, riguardano poi la licantropia: la metamorfosi nelle notti di plenilunio degli essere umani in lupi; e ancora nel XVIII, il lupo era simbolo di voracità, ingordigia, mentre la lupa divenne nell’immaginario collettivo simbolo di lussuria e sfrenate passionalità (da qui la parola romana «lupanaro»).

martedì 21 febbraio 2017

Semplici ed efficaci lezioni di vita

Qui di seguito ci sono 10 lezioni di vita che probabilmente non si impareranno mai a scuola
immagine da: qvc.it
1. Il tuo titolo di studio e il tuo lavoro non definiscono che sei
La maggior parte delle persone si riconosce nel lavoro che fa o peggio ancora in uno status sociale. Niente di più sbagliato. In base alle statistiche l’80% delle persone sono infelici del lavoro che svolgono. Molte persone affezionate ai loro titoli di studio, pensando che le etichette determinano chi sono. Tuttavia, si è molto più del lavoro che si svolge e del titolo di studio che si ha.
La tua anima e la tua coscienza fanno un lavoro decisamente migliore, cioè quello di farti crescere ed evolvere ed aiutarti a trovare il tuo scopo nella vita.
2. Sei la realizzazione di energia cosmica e hai un potere senza fine
Nessuno può tenere questo potere lontano da te, non certo lo farà il denaro, la fama, la guerra, le minacce o gli insulti. Ti sei incarnato qui, su questo pianeta, dalla stessa fonte, in modo che tutti noi venissimo qui con eguale potenziale. Tu non sei solo una macchina da lavoro, che deve pagare le bollette e rendere il capo o l’azienda felici; sei venuto qui per scuotere questo mondo nel suo nucleo più profondo e per ridefinire ciò che significa vivere su questo pianeta. Hai lasciato un’impronta eterna sul mondo solo per il fatto di essere qui. La tua vita è più importante di quanto sei mai stato indotto a credere.
3. La collaborazione è più importante della competizione.
“Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuole andare lontano, fallo in compagnia. “- Proverbio africano
La scuola ci insegna a rigurgitare “fatti” che abbiamo imparato nei libri di testo, per ottenere un punteggio elevato nei test e mettere quei risultati sul nostro curriculum, per poi ottenere un buon lavoro facendo una vita onesta. Insegna molto poco circa la potenza del collettivo e quello che possiamo veramente realizzare insieme.
Tu hai un potenziale illimitato, ma si espande ancora di più quando condividi la tua conoscenza e le tue esperienze con gli altri, visualizzandoli  come giocatori alla pari in questa grande scacchiera che è la vita.
4. La maggior parte dell’apprendimento avviene da esperienze, non dai libri di testo o di lettura
La scuola sembra valorizzare l’apprendimento dai libri sull’acquisire conoscenze da esperienze di vita. Le attività extrascolastiche e la ricreazione sono state tagliate drasticamente negli ultimi anni, così come è stata messa più enfasi per i test di fine anno scolastico che sono stati progettati per misurare sempre le stesse capacità e che sono basati sugli stessi principi.
Tuttavia, tutti impariamo in modo diverso e un metodo funzionale per un individuo, potrebbe divenire disfunzionale per un altro individuo. Per questo è molto importante offrire un piano di apprendimento e crescita diverso per ogni bambino.
E’ essenziale far immergere il bambino in nuove esperienze che andranno a toccare il suo cuore e la sua anima. L’apprendimento reale comincia a prendere posto una volta che hai lasciato i confini della scuola e permetti alla vita di essere la tua insegnante.
5. La felicità inizia e finisce con te
La maggior parte delle scuole insegnano che la felicità viene da qualcosa all’infuori di te. In verità, la felicità può essere trovata all’interno di se stessi una volta che ci si rende conto di essere l’unico responsabile della nostra vita.
6. Ogni vita è sacra, e siamo tutti esseri eguali su questa terra, nonostante le nostre differenze fisiche o religiose
Quando arriviamo a scuola, siamo subito messi in una classe in base a dei criteri che il più delle volte ci sono sconosciuti e tutto il nostro essere è giudicato da quanto velocemente possiamo calcolare problemi di matematica o su che voto prenderemo. Fin dalla prima infanzia ci insegnano ad essere competitivi, aiutare un nostro compagno in difficoltà è vietato, per questo veniamo puniti. Ci etichettano attraverso i voti che prendiamo e a quanto siamo bravi ad ubbidire. Il colore della nostra pelle ci pone in categorie da parte dello Stato e molti di noi sono vittime di bullismo.
Per questi motivi noi possiamo vedere ed agire in modo diverso, cercando di non fare l’errore che hanno fatto i nostri genitori, se pur in buona fede, mandandoci a scuola e lasciandole le redini della nostra educazione. La nostra vera natura è l’amore, la compassione, e dare un senso alla nostra vita. La scuola vuole separarci, ma l’universo vuole solo che tutti noi a restiamo uniti nella verità.
7. Il cibo è medicina
Ciò che la scuola non insegna e che avrà un impatto molto importante sulla nostra vita è la nutrizione. Dopo la laurea, la maggior parte di noi puo’ ‘vedere’ gli orrori delle industrie alimentari su questa terra e puo’ cominciare ad intraprendere una corretta nutrizione.
Frutta e verdura possono guarire, ed aumentare la nostra vibrazione.
8. Se la maggior parte della società fa qualcosa, probabilmente si dovrebbe fare il contrario
La scuola insegna la conformità, ma guardando lo stato attuale delle cose, la maggior parte di noi può probabilmente essere d’accordo, che la migliore delle decisioni da prendere e proprio evitare di seguire la folla. Non conformarti ti renderà libero dalle catene della società.
9. L’amore per se stessi apre la porta per attirare l’amore dagli altri
A scuola, non si impara una delle lezioni fondamentali sulla vita: come amare se stessi. Il tuo rapporto con te stesso determina tutta la tua vita, dai rapporti che hai con gli altri, a come ti senti mentalmente e fisicamente. L’amore ti salverà, e tutto comincia nel tuo cuore.
10. Aiutare gli altri porterà in te una felicità più autentica, rispetto al portare a casa un stipendio più alto
Un’altra lezione che difficilmente è in grado di trasmettere la scuola è il potere di aiutare gli altri.
Veniamo giudicati in base ai nostri voti e a quanto siamo ‘disciplinati’, quando c’è tanta gente che soffre nel mondo di oggi e che ha bisogno del nostro aiuto. Abbiamo la possibilità di riunirci e portare equilibrio in un mondo molto caotico, ma solo quando ci renderemo conto che siamo tutti una famiglia, una forza che da vita, un essere che può trasformare il buio in luce con la sola forza delle nostre intenzioni.

ESP: percezione extra sensoriale

“Sesto senso”, “seconda vista”, “terzo occhio”, “super senso”, “poteri intellettuali”, sono tutti termini riconducibili all’ESP, sigla entrata nell’uso comune a partire dal 1930 e ormai universalmente accettata che sta per “Percezione Extra Sensoriale” (dall’inglese Extra Sensory Perception, definizione proposta da Joseph Banks Rhine). Con essa si indicano alcune possibilità inconsuete di interazione tra l’uomo e l’ambiente esterno e quindi la possibilità di acquisire informazioni e conoscenze al di là delle usuali vie sensoriali umane: vista, udito, tatto, gusto e olfatto. Per una conoscenza che rimandi a vie extrasensoriali è necessario:


escludere con certezza l’azione dei sensi;

escludere con certezza qualsiasi mediazione logica e razionale; 

escludere nel singolo episodio l’intervento del caso e della coincidenza fortuita. 




Nella letteratura specializzata i Fenomeni ESP sono ulteriormente e spesso indicati anche come:

Paranormali, poiché non obbediscono alla “norma”, ossia alle note leggi dello spazio, tempo e casualità. 

Fenomeni psi-cognitivi o Fenomeni Psi.

Questa terminologia è più accettata rispetto ad altre perché termini equivalenti come “parapsicologico”, “metapsichico”, “paranormale” sono costituiti da prefissi che richiamano quasi sempre associazioni con discipline, per così dire, più “evocative” quali la metafisica, la religione, il soprannaturale, il magico. I fenomeni di percezione extrasensoriale (ESP) si distinguono in: Telepatia, Chiaroveggenza e Precognizione. Inoltre in alcuni manuali di parapsicologia si annovera anche la Retrocognizione che alcuni studiosi ritengono possa essere sempre ricondotta alla Telepatia o alla Chiaroveggenza. 

La telepatia è definita come quel fenomeno psicognitivo per cui si ipotizza che un uomo acquisisca una conoscenza interagendo con la mente di un altro uomo per vie che non sono quelle mediate dai sensi conosciuti. In particolare, in base all’etimologia greca, la telepatia (da téle- lontano e pathos- sofferenza, sentimento) indica ciò che si prova, che si sperimenta, che si sente da lontano, quindi anche un’impressione, un sentimento, un turbamento a distanza.

La Chiaroveggenza è intesa come la percezione di stati di fatto non mentali. E’ la capacità di vedere con l’intelletto oggetti ed eventi che l’occhio non percepisce. La Precognizione è, forse, il fenomeno più conturbante e allo stesso tempo affascinante fra tutti quelli studiati in parapsicologia. Si può definire come quel fenomeno psicognitivo per cui un individuo acquisisce una conoscenza di un avvenimento prima che questo si verifichi e che è logicamente e statisticamente imprevedibile.
La Retrocognizione viene definita come la percezione extrasensoriale di eventi accaduti nel passato. Un caso particolarissimo di retrocognizione è la “Psicometria” (detta anche Psicoscopia). Il fenomeno consiste nel fatto che il soggetto detto “paragnosta” (o più comunemente “sensitivo”) viene messo a contatto con un oggetto, di cui racconta la “storia”. Secondo alcuni studiosi, dato che è difficile incontrare un fenomeno puro, per esempio, di sola telepatia o chiaroveggenza, è probabile che questi fenomeni costituiscano un’unica facoltà che si esplica in modo diverso; per cui oggi si tende a parlare di GESP (General Extrasensorial Perception). A questa Ipotesi unificatrice hanno aderito in passato studiosi molto accreditati come F.Myers, C, Richet, E. Osty, R. Sudre, W. Mackenzie, H.Bergson, C.G.Jung ed altri.
I fenomeni di percezione extrasensoriale si suddividono in spontanei (o accidentali) e sperimentali. I primi sono oggetto dell’esperienza diretta di un individuo e possono verificarsi in qualsiasi momento, senza l’intervento volontario del soggetto. I secondi, invece, sono quelli che si cerca di replicare in laboratorio e quindi in condizioni ben controllate dallo sperimentatore. Per esempio molto utilizzate a questo scopo, fin dagli anni trenta, le celebri “carte Zener” o carte ESP costituite da cinque specifici simboli.

A questi semplici simboli delle carte ESP spesso sono stati alternati svariati simboli maggiormente ricchi di contenuto “emotivo”, nell’ipotesi che ciò potesse facilitare l’estrinsecazione in ambito sperimentale dei fenomeni PSI. Oggi invece viene più utilizzata la tecnica così detta “ganzfeld” di cui si parlerà oltre. I fenomeni ESP sono studiati da una specifica disciplina, la “Parapsicologia” detta anche “Psychical Research ( Ricerca Psichica) nei Paesi di lingua inglese e “Metapsichica” nei Paesi di lingua latina. In realtà, dopo il congresso di Ultrech (1953) il termine Parapsiclogia ha praticamente sostituito quello di Metapsichica.
Storicamente lo studio dei fenomeni PSI è riconducibile a J.B. Rhine che nel 1884, servendosi di semplici mezzi, come le normali carte da gioco, inaugurò i primi studi quantitativi sulla telepatia i quali comprendevano una convalida dei risultati attraverso l’elaborazione del calcolo delle probabilità. Ma la metodica applicazione della statistica alle ricerche parapsicologiche avrà i suoi successi scientifici solo grazie all’influenza di William Mc Dougall. Questo psicologo riteneva che la parapsicologia, al pari di altre scienze, doveva avere un suo legittimo e riconosciuto posto all’interno degli ambienti accademici.


Nel 1927 Rhine e Mc Dougall si incontreranno e insieme porteranno avanti alcuni studi. Nel 1935 crearono negli Stati Uniti il Laboratorio Parapsicologico della Duke University: qui un ristretto numero di ricercatori, guidato da Rhine, dette inizio a estese indagini sulla percezione extrasensoriale. I protocolli di ricerca prevedevano la messa a punto di sistemi che producessero sequenze casuali di una serie prefissata di bersagli che il soggetto doveva “indovinare” senza ricorrere alla percezione sensoriale o comunque ad influenze razionali.

Originariamente i bersagli erano costituiti da mazzi di carte numerate o siglate con le lettere dell’alfabeto. Successivamente Rhine chiese a Karl Zener, uno specialista di psicologia della percezione, di creare una nuova serie di carte che potevano essere facilmente distinguibili e memorizzabili. La soluzione fu il già citato mazzo di carte Zener o ESP costituito da cinque simboli (cerchio, stella, quadrato, onde, croce) che nelle intenzioni dell’ideatore dovevano essere anonimi e suscitare reazioni emotive nei soggetti sperimentali.

La significatività degli eventuali risultati anomali (o non casuali) delle prove potevano essere calcolati facendo riferimento all’attesa statistica. In questo modo si cercava di riprodurre le condizioni tipiche della ricerca psicologica di laboratorio di quell’epoca. Le ricerche originariamente partite dalla telepatia si estesero presto alla chiaroveggenza e dal 1933 anche alla precognizione, abbracciando una fenomenologia da Rhine definita appunto “Percezione Extrasensoriale” (ESP). Gli esperimenti di Rhine basati sull’uso delle carte e sulla valutazione statistica dei risultati non rappresentavano una novità. La vera originalità della sua opera è consistita nel fatto che egli non cercava di dimostrare la realtà delle manifestazioni paranormali, quanto piuttosto di escogitare metodologie di studio con le quali tali fenomeni potessero essere ripetuti da chiunque in qualsiasi laboratorio.

Dopo la stesura di numerosi libri Rhine, nel 1957, promuove la costituzione della Parapsychological Association, l’associazione di categoria dei parapsicologi di tutto il mondo. Al termine della sua lunga carriera Rhine dichiara di avere rafforzato alcune convinzioni in merito ai fenomeni ESP che possono essere così riassunte:

Fondamentalmente telepatia, chiaroveggenza e precognizione sono manifestazioni della stessa capacità (ESP).

Tutti sono concepiti come una forma di interazione fra l’uomo e l’ambiente. 
Alla base della fenomenologia PSI vi è un’energia extrafisica responsabile della percezione extrasensoriale, la quale potrebbe essere convertita in energia fisiologica del sistema nervoso centrale alfine di portare alla coscienza le capacità paranormali inconsce. 
Il processo di percezione extrasensoriale, considerato come attività psicologica, è interamente inconscio. Inoltre è generalmente irregolare, altamente instabile e apparentemente spontaneo e involontario. 

L’ESP è promossa quando il soggetto (così come lo sperimentatore) è fortemente motivato. 

L’ESP ha il carattere della percezione sensoriale. 

La percezione extrasensoriale è un fenomeno naturale e non fisico. 

Sulla scia del successo della scuola di Rhine e dall’esperienza alla Duke sorsero diversi istituti di parapsicologia in seno ad organizzazioni universitarie in Europa e in America. Per quanto riguarda la situazione italiana, a Roma fu fondata nel maggio del 1937 la Società Italiana di Metapsichica (S.I.M.), per iniziativa di Ferdinando Cazzamalli (medico e docente universitario di Neuropsichiatria presso l’Università di Roma), Giovanni Schepis (docente universitario di Statistica presso l’Università di Roma), Emilio Servadio (professore onorario di Psicologia, presidente della Società Psicoanalitica Italiana) e Luigi Sanguineti (medico neuropsichiatra). La Società Italiana di Metapsichica fu la prima organizzazione italiana, riconosciuta ufficialmente dallo Stato, sorta col precipuo scopo di studiare scientificamente e sistematicamente i cosiddetti fenomeni paranormali.

Nel 1946 Cazzamalli si allontana dalla S.I.M. per divergenze ideologiche e metodologiche e crea a Milano l’Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica (A.I.S.M.) con lo scopo di promuovere lo studio scientifico-sperimentale della fenomenologia parapsicologica, con i metodi e col rigore che assicurano il progresso di altre branche della scienza. A Bologna viene creato nel 1954 il Centro Studi Parapsicologici, il C.S.P. che, assieme all’A.I.S.M., rappresenta tuttora uno dei più importanti istituti italiani di ricerca scientifica nel settore della parapsicologia.

Tra i lavori portati avanti dalla S.I.M. si cita quello dello psicoanalista Emilio Servadio, che dal 1935 ha pubblicato una serie di articoli che fanno luce sulla psicodinamica delle manifestazioni psicognitive. I risultati principali cui Servadio è pervenuto possono essere sintetizzati nei seguenti punti:

il substrato dell’ESP è rappresentato da relazioni interpersonali emotivamente significative;
questi rapporti si possono far risalire all’infanzia, il che spiega il maggior manifestarsi dell’ESP fra consanguinei (in particolare madre-figlio); 
l’ESP costituirebbe una sorta di comunicazione arcaica e primitiva; 
il movente inconscio dell’ESP è spesso l’angoscia di separazione, vissuta come perdita dell’oggetto; 
condizioni affinché il fenomeno paranormale accada è il verificarsi da parte della “coppia” di una comune tendenza regressiva, che tende a ridurre la loro individuazione-separazione; 
il fenomeno telepatico è strutturalmente inconscio. 

Un altro italiano che si è occupato della percezione extrasensoriale, in un ambito nettamente diverso, quello etnologico, è Ernesto De Martino. Egli, uno storico delle religioni, studia la percezione extrasensoriale per verificare l’effettiva presenza e la funzione delle capacità paranormali in ambito etnologico. Nel saggio Percezione extrasensoriale e magismo etnologico del 1942, l’autore conduce una ricerca in tal senso.
Egli riporta “un certo numero di documenti etnologici sufficiente per ingenerare la convinzione che, presso popoli di natura alla credenza nei poteri metagnomici accompagna un reale esercizio di questi poteri”. Cito solo alcuni dei numerosi esempi riportati dall’autore:
(Documento 1): -“V.V.K.Arseniev mi riferì un caso da lui personalmente osservato: uno sciamano invitò due altri sciamani da luoghi lontani in una particolare circostanza (malattia improvvisa di un giovane), ed essi arrivarono entro un lasso di tempo tale da escludere materialmente la possibilità che fossero stati avver-titi da un messaggero”.
Un altro lavoro che fornisce interessanti documenti di percezione extrasensoriale fra i popoli di “natura” è quello del Trilles sui Pigmei dell’Africa Equatoriale:
(Documento 6): “- Conversavo un giorno con uno stregone negrillo. I miei uomini con le piroghe dovevano raggiungermi e portarmi le provviste. Incidentalmente ne parlo al mio uomo domandandomi: “Saranno ancora molto lontani, mi porteranno ciò che ho chiesto loro?”. “Ma dirtelo è cosa facilissima”. Prende il suo specchio magico, si concentra, pronunzia qualche incantesimo. Poi: “In questo momento gli uomini stanno doppiando il punto tale del fiume (era lontano più di un giorno di piroga), il più grande sta per tirare un colpo di fucile su un grosso uccello, lo ha abbattuto, gli uomini remano energicamente per raggiungerlo, esso è caduto nell’acqua. Lo hanno preso. Essi ti portano ciò che hai chiesto”. Infatti tutto era vero, provviste, colpo di fucile, uccello abbattuto: ed era, lo ripetiamo, a un giorno di distanza dal luogo.”.

Un altro episodio riferito da K. Rasmussen:
(Documento 13): “Ci sedemmo poi tutti sulla scranna in attesa del pasto che si stava cuocendo. Si era nel cuore dell’inverno, I giorni erano brevi e le sere lunghe. Una lucerna ad olio di balena era usata per la cottura, la marmitta era sospesa alla lucerna, tenuta per una correggia, che a sua volta era fissata con un rampone alla parete. Improvvisamente la marmitta ebbe un sobbalzo, e oscillò qua e là come se qualcuno l’avesse spinta. Il calore aveva liquefatto la neve nel luogo dove il rampone era fissato, il rampone era scivolato giù scuotendo la correggia, e facendo saltare i pezzi di cibo nel loro brodo. Padloq, sempre sotto l’influenza della sua trance, saltò dal posto dove sedeva e dichiarò che dovevamo subito cambiare il luogo dove eravamo accampati e salire sul vecchio e compatto ghiaccio invernale: poiché la nostra capanna era costruita fra alcune linee di pressione che formavano una screpolatura fra il ghiaccio antico e il mare aperto.
…A dispetto delle proteste di Padloq restammo dove eravamo, e quando avemmo mangiato a sazietà ci infilammo nei nostri sacchi da notte. Fu solo la mattina seguente che potemmo constatare quanto Padloq avesse visto giusto, quando, cioè trovammo con nostro spavento una fenditura lungo il suolo. Era solo una fenditura limitata, e tuttavia larga abbastanza perché l’acqua marina vi passasse attraverso gorgogliando. Il tetto della capanna era completamente sconvolto sopra l’ingresso, e togliendo un blocco di neve vedemmo le acque scure del mare aperto davanti a noi. Il ghiaccio recente, sul quale la capanna di neve era stata costruita, si era rotto, ma invece di essere trasportato verso il mare, era rimasto stretto all’ultimo momento fra gli alti vertici di pressione mantenuti da una piccola isola. Dopo di questo fui costretto a promettere a Padloq che per il futuro avrei avuto più rispetto delle sue predizioni di sciamano.”
Secondo De Martino, tali documenti confermano l’esistenza in ambito etnologico di un’effettiva percezione extrasensoriale, constatazione che, secondo l’autore, comporta inevitabilmente un’interpretazione più ampia dell’intera gamma dei cosiddetti “fenomeni estatici”:


Infatti i fenomeni di percezione extrasensoriali, secondo De Martino, presentano un carattere sui generis: “essi non si lasciano riprodurre sempre e in qualsiasi ambiente (si ricordi, per esempio, l’insuccesso di numerose esperienze paranormali sia fra gli stregoni primitivi che presso i medium moderni). In considerazione di ciò, questi fenomeni non possono essere considerati appartenenti alla natura allo stesso titolo degli altri fenomeni; essi appartengono piuttosto a una natura “culturalmente condizionata” cioè a una natura valorizzata dall’esperienza umana in un certo momento storico, cioè, in ultima istanza, a una natura che esiste come tale soltanto per i primitivi e che si integra nella prospettiva magica che è loro propria”.


Soltanto quindi in uno stato estatico, in trance o in estasi, il soggetto può estrinsecare le proprie capacità paranormali. L’indebolimento della sintesi psicologica appare dunque, secondo De Martino, come condizione fondamentale per la manifestazione delle attitudini “metagnomiche”e pertanto ben si comprende perché la coscienza onirica è particolarmente propizia a fenomeni del genere .

Proprio negli anni successivi, siamo intorno agli anni cinquanta e sessanta, nasce un’originale filone di ricerca, quello relativo all’indagine parapsicologica sui sogni. Viene affermata l’esistenza di un particolarissimo tipo di esperienze psicologiche che si verificano durante lo stato di sonno che implicano una conoscenza per via extrasensoriale di pensieri o avvenimenti esterni al sognatore. La percezione extrasensoriale, come il sogno, è un processo intrinseco alla natura umana: rivela la conoscenza inconscia che l’uomo ha di se stesso e del suo rapporto col mondo.

Come anche evidenziato da Louisa Rhine, lo “stato mentale” nel quale più frequentemente si manifestano facoltà di tipo paranormale o extrasensoriale è il sogno. Sono moltissimi i resoconti di questo genere di fenomeni onirici raccolti negli archivi degli istituti di parapsicologia e psicologia di tutto il mondo. Si tratta di esperienze che dimostrerebbero la possibilità che i sogni rivelino eventi che si svolgono a distanza e che non si sarebbero potuti immaginare basandosi sulla logica o sul buon senso. Si distinguono tre tipi di sogni paranormali, ognuno di essi legato a ciascuna modalità di percezione extrasensoriale: telepatia, chiaroveggenza e precognizione.

Nei sogni telepatici il sognatore percepisce per via extrasensoriale idee che in quel momento sono pensate da un’altra persona. Nei sogni chiaroveggenti succede d’assistere a scene che stanno avvenendo in luoghi lontani. I sogni precognitivi, o premonitori, annunciano eventi che devono ancora accadere. Da un punto di vista generale le caratteristiche formali e psicologiche dei sogni paranormali sono:
le persone riconoscono questi sogni differenti da quelli ordinari in ragione di una loro peculiare vividezza, impressione ed intensità;

il sognatore sente che essi hanno un significato importante e si sente spinto a raccontarlo; 

sono vissuti onirici che vengono facilmente rievocati al risveglio; 

frequentemente segnalano episodi inattesi o tragici; 

non presentano quella bizzarria e quella dinamicità da una scena all’altra tipica dei sogni comuni. 

Secondo alcuni studiosi, si potrebbe supporre che questo sia il mezzo originario, arcaico, di comunicazione fra gli individui, e che, nel corso dell’evoluzione filogenetica, esso sia stato soppiantato dal metodo migliore di comunicazione, che si avvale dei segni che gli organi di senso sono in grado di captare, ma il metodo arcaico potrebbe rimanere, in fondo, conservato, e farsi ancora valere in date condizioni. Questa tipologia di sogni rivelerebbero le vestigia di questa modalità originaria di comunicazione fra gli uomini, superando la barriera delle separate individualità.
I sogni hanno ispirato anche importanti progressi scientifici. Il più celebre fra tutti è la scoperta della struttura molecolare del benzene da parte di Kekule, che in uno stato di dormiveglia vide gruppi di atomi di grandezze diverse contorcersi come serpenti. Da questo sogno-intuizione ne risultò appunto la sua scoperta scientifica.

Anche molti Nobel lo ammettono: molte scoperte nascono da intuizioni giunte nel sonno, nel dormiveglia, o sovrappensiero, mentre si compiono azioni ripetitive. Su 83 premi Nobel della scienza e della medicina, 72 citano l’intuizione fra i fattori determinanti del loro successo. E a essi si accodano fisici e astronomi. Intuire significa rinunciare al controllo della mente razionale e fidarsi delle visioni dell’inconscio, che non possono essere quantificate o giustificate razionalmente, poiché si fondano sull’abilità di organizzare l’informazione in idee nuove e imprevedibili.

“Con la logica dimostriamo ciò che con l’intuizione abbiamo scoperto” così disse il grande matematico francese Jules Henri Poincaré, vissuto fra l’800 e il ‘900. Poincaré parla infatti di una fase di “incubazione”, in cui il ricercatore “dimentica” i dati del problema, mentre il suo cervello continua a rimuginarli, formando miriadi di combinazioni. Poi, quando meno la si aspetta, dall’inconscio arriva l’illuminazione”. Ma la fase di “macerazione” può durare anni. Ce ne vollero 30 a Andrew Wiles, matematico di Princeton, per trovare la strada giusta per dimostrare il teorema seicentesco di Fermat.


Ma dell’intuizione si parlerà oltre. Continuando, i sogni possono annunciare in anticipo, in maniera più o meno simbolica, l’insorgenza o lo sviluppo delle malattie, o di altri processi fisiologici. Molti studiosi ritengono che questi sogni, però, non rappresentano presagi di malattie future, ma segnalano disturbi già esistenti, ma non avvertiti dalla coscienza. Già Ippocrate, Aristotele e Galeno credevano a questi sogni prodromici e li spiegavano dicendo che il sogno è come se amplificasse le sensazioni.

Se pensiamo agli studi sul sonno che ci derivano dalla medicina taoista, o da quella ayurveda, scopriamo che il loro grande segreto era come far parlare coscientemente l’organo. Molto spesso si scopre con stupore una netta corrispondenza tra il vissuto del corpo e l’analogo psichico, nel sogno. Come è noto fu S.Freud il primo studioso a strutturare un approccio scientifico del sogno; egli si era occupato anche di quelli che sono stati definiti “sogni insoliti” o “sogni paranormali”. Nonostante la sua ferrea impostazione positivistica, Freud aveva affermato che: “….è un fatto incontestabile che il sonno crei condizioni favorevoli alla telepatia” (1953).
Tra l’altro, nel Compendio di Psicoanalisi, forte della seconda topica e della definizione del concetto di es, Freud afferma: “La memoria del sogno è molto più vasta della memoria dello stato vigile. Il sogno porta ricordi dimenticati da colui che sogna, ricordi che nello stato di veglia gli erano inaccessibili”. “Il sogno fa un uso illimitato di simboli linguistici il cui significato è per lo più sconosciuto a colui che sogna. Noi però possiamo confermare il loro significato con la nostra esperienza”.
E infine:“ …il sogno porta in primo piano contenuti che non possono derivare né dalla vita matura né dall’infanzia dimenticata di colui che sogna. Siamo costretti a considerarli come una parte dell’eredità arcaica che il bambino, influenzato dall’esperienza degli avi, porta con sé al mondo prima di ogni esperienza”.
Come si vede c’è un’apertura sconfinata alle potenzialità del sogno che richiama le note di Pierre Codoni: “…lo studio del sogno ci collega direttamente con l’infinito dell’inconscio e l’infinito del vuoto. Ci fa cogliere il processo primario, l’energia libera che si sposta e si condensa senza limiti, l’assenza di spazio, di tempo e di logica, la coesistenza dei contrari, la complessità dell’istantaneità. Ciò significa, dunque che il sogno stesso è infinito, che il suo studio è infinito, come quello dell’inconscio, come quello dell’universo”.

In letteratura sono presenti molti resoconti di “sogni insoliti”,specialmente di clinici di estrazione psicoanalitica come Devereux, Ulman, Eisembud. La base su cui sembrano poggiare tali sogni “insoliti” è costitutita dalla forte emotività elicitata nella relazione terapeutica, e se si aggiunge che in psicoanalisi il sogno è lo strumento di indagine per eccellenza, non desta meraviglia che tali resoconti siano quasi esclusivamente di estrazione psicoanalitica. Una delle caratteristiche più ricorrenti dei sogni esposti in questi resoconti è che spesso sembrano essere incentrati sulla figura del terapeuta.

I sogni paranormali, da secoli sospesi fra magia e tradizioni popolari, solamente grazie ai progressi nella comprensione della fisiologia del sonno e con il relativo sviluppo di tecnologie appropriate, troveranno a partire dagli anni ‘60 una loro credibilità scientifica. In questo periodo iniziano gli studi sul sogno nel laboratorio del sonno del Maimonides Hospital Medical Center di New York, da un’équipe di psicologi, Montague Ullman, Stanley Krippner, Alan Vaughan e Charles Honorton.

Si Riporta qui di seguito lo schema sperimentale di base tipico di tale progetto:

” …al percipiente venivano applicati degli elettrodi EEG in modo che il suo sonno potesse venire controllato mentre egli si trovava a letto in una camera insonorizzata. Dopo che il percipiente era andato a letto, una busta contenente il bersaglio, una riproduzione di un quadro, venne scelta in base ad una tavola di numeri casuali e data all’agente. Tale busta non veniva aperta finché l’agente non era rinchiuso nella sua camera per tutta la notte. La stanza dell’agente nei primi studi si trovava a 10 metri di distanza dal laboratorio, in seguito a 30 metri e più tardi ancora a 14 miglia di distanza. Una terza persona, il controllore, osservava i tracciati EEG per tutta la notte cosicché potevano venire messi in evidenza i periodi REM del percipiente. Appena aveva inizio un periodo REM, il controllore faceva un segnale all’agente per assicurarsi che fosse sveglio e per invitarlo a rinnovare le sue procedure di ‘trasmissione’. Dopo 10-20 minuti di attività REM, il controllore destava il percipiente mediante un interfono e gli chiedeva di descrivere i suoi sogni con i maggiori particolari possibili. Al termine del resoconto onirico, che veniva registrato il controllore segnalava all’agente che poteva andare a dormire se lo desiderava.

La medesima immagine-bersaglio veniva impiegata per tutta la notte. Il controllore continuava a svegliare il percipiente a ogni periodo-REM per ottenere i rapporti onirici, e l’agente continuava a concentrarsi sul disegno-bersaglio durante ogni fase-REM dopo il segnale del controllore. La mattina seguente, al percipiente venivano mostrate in genere 8-12 riproduzioni di quadri, una delle quali era la copia del bersaglio che l’agente aveva tentato di trasmettere. Il percipiente classificava le riproduzioni, assegnando inoltre a ciascuna un voto di sicurezza da 1 a 100 a seconda del grado di somiglianza con le emozioni e il contenuto dei suoi sogni. I dattiloscritti completi dei resoconti dei sogni venivano inviati a tre giudici esterni insieme al gruppo delle riproduzioni di quadri, perchè anch’essi le classificassero e le valutassero. Se le riproduzioni erano otto, veniva considerato un ‘successo’ se il disegno-bersaglio veniva assegnato fra i primi quattro disegni in ordine di somiglianza al sogno; veniva invece computato come ‘errore’ se il bersaglio veniva inserito negli ultimi quattro disegni nella scala di somiglianza. Il numero di ‘successi’ e di ‘errori’ veniva valutato statisticamente mediante la formula binomiale. I voti di sicurezza, varianti da 1 a 100 per riproduzione, venivano valutati mediante una tecnica di analisi della varianza (ANOVA).” (Van De Castle,1979, p.551-2).

Nel 1988 Alan Vaughan, uno dei collaboratori del progetto di ricerca, e Jessica Utts, una nota esperta di statistica dell’Università della California, elaborarono una stima globale dei risultati dell’intera sperimentazione del Maimonides: su un totale di 379 tentativi 233 ebbero risultati positivi, con una percentuale di successi dell’83,5% contro un’attesa casuale del 50%; le probabilità di successo fortuito erano poco più di 250.000 contro 1.

La ricerca stabilì scientificamente ed inequivocabilmente l’evidenza di fenomenologie paranormali nei sogni.

Negli anni successivi uno degli sperimentatori del Maimonides, Charles Honorton, proseguendo le sue indagini su come gli stati modificati di coscienza possono promuovere l’ESP, utilizzando la tecnica del ganzfeld ha fornito nuovi risultati che hanno ulteriormente dato consistenza scientifica alla parapsicologia. Il ganzfeld, che letteralmente significa “campo uniforme”, è una condizione sperimentale di deprivazione sensoriale. All’inizio era una tecnica molto utilizzata nell’ambito della psicologia della percezione e in oftalmologia, nel corso del tempo è divenuto un prezioso strumento in parapsicologia sperimentale per lo studio dell’ESP. 

Il termine tedesco Ganzfeld si può tradurre in italiano come campo totale. Si riferisce a un protocollo sperimentale in cui un soggetto viene sottoposto a deprivazione sensoriale per verificare le sue presunte capacità di percezione extrasensoriale. In un tipico esperimento ganzfeld, il soggetto ha cuffie sulle orecchie e palline da ping-pong sugli occhi. Dalle cuffie esce rumore bianco, inoltre una luce rossa intensa è posta davanti al viso e filtra attraverso le palline da ping-pong. In questo modo si realizza un buon isolamento dalle distrazioni dell’ambiente esterno. Gli sperimentatori ganzfeld ritengono che i due sensi principali (vista e udito) possano interferire con eventuali canali extrasensoriali di trasmissione delle informazioni. Dopo un certo tempo di stimolazione ganzfeld si tenta di trasmettere al soggetto una serie di immagini attraverso un canale extrasensoriale (per esempio per via telepatica). Mentre il trasmettitore si concentra sull’immagine bersaglio, il ricevente fornisce continuamente una descrizione verbale delle proprie immagini mentali.

Bem e Honorton così descrivono la procedura di valutazione: “Al termine del periodo ganzfeld, si presentano al soggetto ricevente vari stimoli visivi (di solito quattro) e, senza sapere quale stimolo era il bersaglio, gli si chiede di votarli ordinandoli da quello più vicino alle proprie immagini mentali durante il periodo ganzfeld a quello più lontano. Se il ricevente assegna il voto più alto allo stimolo bersaglio, il risultato è registrato come un successo. Pertanto, se l’esperimento utilizza quattro stimoli (il bersaglio e altri tre stimoli visivi), ci si attende un tasso di successo medio, dovuto al caso, del 25%”.

Nei primi esperimenti ganzfeld, invece, il tasso di successo è stato del 33-34 %. Ci si è quindi trovati di fronte a un’anomalia statistica che, secondo alcuni, prova l’esistenza di canali non “normali” di comunicazione delle informazioni. Nel 1994, Bem e Honorton hanno pubblicato sullo Psychological Bulletin una rassegna dei risultati ottenuti con il protocollo ganzfeld, dal titolo “Does Psi Exist? Replicable Evidence for an Anomalous Process of Information Transfer” (Esiste la percezione extrasensoriale? Una prova ripetibile di un processo anomalo di trasferimento dell’informazione). Tali conclusioni sono state in seguito empiricamente criticate da altri studiosi.

Per esempio, nel 1999, Milton e Wiseman hanno pubblicato un articolo che ricalcava, ribaltandolo, il titolo di Bem e Honorton: “Does psi exist? Lack of replication of an anomalous process of information transfer” (Esiste la percezione extrasensoriale? Non ripetibilità di un processo anomalo di trasferimento dell’informazione).

Nonostante le numerose critiche gli studi sulla percezione extrasensoriale continuarono. Verso gli anni settanta, soprattutto negli Stati Uniti, questo campo di ricerca diventò di notevole interesse tanto che, durante la guerra fredda, “sensitivi diplomati” venivano ingaggiati dai servizi segreti per scopi militari. In questo periodo ci fu una vera e propria ricerca a lungo termine sulla percezione extrasensoriale denominata “Star Gate”, un programma conosciuto nella storia della parapsicologia anche con il nome di “Fame”, “Sun Treak” o “Scanate”. Questa ricerca fu finalizzata dal governo americano in collaborazione con NASA, CIA e varie organizzazioni collegate con i servizi segreti.

All’apice della guerra fredda (1970), sotto la crescente minaccia della dominazione sovietica, ad attirare l’attenzione dell’intelligence americana su questo argomento fu il libro “Psichic Discoveries Behind The Iron Curtain” scritto da Sheila Ostrander e Lynn Schroeder. Gli autori documentavano un budget di 60-300 milioni di rubli annui spesi dai sovietici per reclutare medium, scienziati, individui dotati di capacità telepatiche e psicocinetiche arruolandoli con mansioni di controspionaggio psichico e di ricerca sulle applicazioni nella sicurezza nazionale.

Questo libro innescò la preoccupazione dei vertici militari americani tanto che nel 1972 la D.I.A. (Defense Intelligence Agency) creò un documento chiamato “Controlled Offensive Behavior- U.S.R.R.”( Comportamento offensivo Controllato). La D.I.A. temeva che i sovietici potessero guadagnare una posizione di vantaggio nello spionaggio internazionale usando personale “atipico” come le spie psichiche che avrebbero potuto individuare a distanza le intenzioni politiche dei leader americani o dei documenti top secret sulla locazione strategica di truppe e armamenti U.S.A., oppure inabilitare veicoli spaziali e satelliti.

A questo scopo nacque il programma “Star Gate” che fu affidato a due scienziati: Russel Targ, un fisico noto come studioso nel campo della parapsicologia e Harold Puthoff, ingegnere e specialista di fisica dei Laser. In venti anni di ricerca sono state prodotte prove che dimostrano l’uso della “telestesia” ( Visione a distanza o “remota”: facoltà paranormale che permette di percepire e descrivere eventi e/o soggetti lontani, preclusi alla percezione normale) per raggiungere obiettivi strategici militari. I Test venivano effettuati in laboratorio e si svolgevano nel seguente modo:

All’inizio esperti psichici di provenienza militare, in seguito civili “dotati” o anche dilettanti, seduti in stanze protette dagli effetti di campi esterni (Pozzo di Faraday) venivano intervistati sulle informazioni che riuscivano ad ottenere utilizzando la visione remota. In pratica veniva fornita loro una immagine fotografica scelta a caso, chiusa in una busta, oppure le coordinate geografiche di un sito di interesse militare. Al soggetto veniva chiesto di proiettare la mente in quel luogo e di descrivere la scena.

Alcuni studiosi come Padalski e Rosen si sono avvalsi del “Teorema di Bell” il quale dimostra che l’esperienza avvenuta (nel passato) dell’interazone tra due particelle crea tra le stesse una forma di “collegamento” diretto ed istantaneo che va al di là dello spazio e del tempo, di modo che ognuno di esse continua a condizionare il comportamento dell’altra. Questo teorema quindi si rifà alla cosiddetta fisica quantistica e proprio i essa troviamo il principio di “non località” che vige nell’Universo e attraverso cui i fenomeni avvengono come se ogni cosa fosse in diretto e continuo contatto con ogni altra.


Seguendo un protocollo informale Targ e Puthoff hanno prodotto dei risultati sorprendenti che hanno stupito la C.I.A., rimasta comunque in un atteggiamento critico. Per esempio nel 1974 Pat Price, un “sensitivo”, avendo ricevuto solo le coordinate geografiche di un sito lontano ha descritto in modo corretto una pista di atterraggio rappresentando l’area di collaudo nucleare sovietica, ultra segreta di Semiplotinsk nel Kazakhistan. Questa notizia fu anche confermata dalla rivista Aviation Week, tre anni dopo l’accaduto.

Anche Jimmy Carter è stato portavoce di uno di questi casi in cui un sensitivo è stato incaricato di trovare un bombardiere sovietico TU95 che si era schiantato in un punto imprecisato dell’Africa e grazie alla visione a distanza gli americani lo hanno trovato per primi. Oppure nel settembre 1979 la N.S.C. (Consiglio Nazionale per la Sicurezza) ha chiesto informazioni riguardo un sottomarino sovietico ancora in costruzione. I risultati descrivevano un sommergibile con 18/20 missili di lancio che doveva essere pronto in 100 giorni; dopo 120 giorni sono stati avvistati due nuovi mezzi marini rispettivamente con 2 e 24 missili.

A febbraio del 1969 viene chiesto di rintracciare il colonnello William Higgings, allora prigioniero in Libano. Il colonnello fu ritrovato e al suo rilascio ha confermato i dati ottenuti che lo segnalavano al sud del Libano. Si può menzionare anche l’esperimento svoltosi nel 1978 da Hella Hamid e Ingo Swan i quali sono riusciti a ricevere messaggi telepatici da Palo Alto, in California, sulla manovra da compiere a bordo di un sottomarino a 152 metri di profondità e a 800 chilometri di distanza dalla costa. Questo esperimento è stato condotto con la collaborazione di Stephan Schwartz, un ricercatore, nonché direttore del “Mobius Group” un gruppo di ricerca a cui ha collaborato anche un italiano, Umberto Di Grazia che, in virtù delle sue capacità ESP ha dato un grande contributo agli studi tutt’ora in corso.

Ancora oggi test simili vengono effettuati.

Il 27 Giugno 2004 il settimanale “Sunday Times” ha pubblicato un estratto di uno studio a sua volta edito sulla rivista scientifica britannica “British Journal of Psychology”, a cura di Stefan Schmidt che riguarda la percezione extrasensoriale. Gli esperimenti in merito sono stati effettuati da un gruppo di scienziati dell’università di Friburgo; lo studio, condotto da Stefan Schmidt, si è basato su due tipi di esperimenti normalmente utilizzati dai ricercatori del paranormale.

Il primo esperimento è consistito nell’”osservazione remota”: un volontario viene messo in una stanza isolata ed osserva un secondo volontario in un’altra stanza attraverso una telecamera a circuito chiuso. Una serie di elettrodi sono collegati al secondo volontario e registrano gli impulsi elettrici relativi alla sua attività nervosa. Dal confronto tra i dati ottenuti quando il soggetto viene osservato e quando invece nessun volontario lo stava guardando è possibile comprendere se l’«osservazione remota» sta avendo qualche effetto sul soggetto.

Nel secondo esperimento, denominato «interazione mentale diretta», il primo volontario nella stanza isolata si concentrava e cercava di comunicare al secondo volontario una sensazione di calma o di agitazione. Utilizzando una complessa tecnica statistica, Schmidt ha classificato i risultati ottenuti da oltre 1.000 sessioni sperimentali secondo parametri relativi all’affidabiità del risultato ed al grado di effetto “paranormale” registrato.

Nella conclusione della ricerca Schmidt scrive: “Anche se abbiamo notato che alcuni risultati erano comunque ambigui, abbiamo scoperto che in entrambi gli esperimenti vi è un piccolo, ma comunque significativo effetto paranormale”.

Attualmente, molti studiosi della percezione extrasensoriale ritengono che essa possa essere fatta coincidere semplicemente con l’intuizione.

L’intuizione (dal latino intueri di cui in -dentro e tueri – osservare viene definita come l’attitudine a conoscere l’ultima essenza delle cose senza dover ricorrere al ragionamento. E’ quindi una particolare forma di conoscenza per cui l’oggetto risulta immediatamente presente alla coscienza in quanto non dipende da alcun processo logico e razionale. Per la scienza l’intuito è l’esperienza, unita a conoscenza che non sappiamo di avere. Esplorando la mente più in profondità psicologi e neuroscienziati stanno portando alla luce prove di percezione e capacità inconsce più complesse: il nostro cervello cioè incamera informazioni a nostra insaputa che al momento opportuno fa emergere in nostro aiuto.

Gary Klein, uno psicologo dell’Ohio che si occupa di counseling per le risorse umane, ha condotto in questi anni studi su persone comuni che hanno agito sotto la spinta di un’inspiegabile ispirazione determinando spesso la salvezza di vite umane. Egli studia come vengono prese le decisioni nei casi di emergenza e ha scoperto che non ci si affida al ragionamento e al calcolo delle probabilità. Si tratterebbe piuttosto di un’ “intuizione” dettata dall’esperienza, frutto di dati che il cervello capta e tiene per così dire in riserva fino al momento in cui ci tornano utili. In pratica,secondo Klein, questo tipo di intuizione usa meccanismi cognitivi inconsci: facoltà di percezione, di apprendimento e di memorizzazione del cervello messe in opera a nostra insaputa. Alcuni ricercatori le chiamano “conoscenze implicite”: guidano la decisione e l’azione senza che il soggetto sia cosciente di possederle.

Quindi molti studiosi spiegano la percezione extrasensoriale partendo dal presupposto che la nostra mente sappia più cose di quelle di cui ci rendiamo conto. Ci sono alcuni esperimenti che dimostrano che il cervello capta informazioni a nostra insaputa. Per esempio neurobiologi come Roger Sperry e Michael Gazzaniga del Caltech hanno dimostrato ciò studiando epilettici ai quali avevano disconnesso il cervello sinistro (che presiede ai processi logico-analitici e al linguaggio) da quello destro (dove hanno sede intuito, emozioni e creatività). Se si pone per breve tempo davanti all’occhio sinistro di questi pazienti (collegato al cervello destro) un vocabolo come “cucchiaio” l’informazione non può passare al cervello sinistro perché i collegamenti sono interrotti; i pazienti quindi non sanno cosa hanno visto, né possono dirlo. Ma se si chiede loro di prendere con la sinistra (guidata dal cervello destro) l’oggetto di cui hanno letto il nome tra oggetti nascosti in un cassetto a loro invisibili, afferrano il cucchiaio pur senza sapersi spiegare il perché.

Altri studiosi sostengono che probabilmente l’intuizione ha a che fare con una zona specifica del cervello il corpo calloso, un fascio di fibre nervose che consente la comunicazione tra i due emisferi. Pare che l’intuito abbia origine proprio grazie ad una buona trasmissione di dati e quindi ad un ottimo collegamento tra i due emisferi. In altre parole, se la sede del linguaggio e del ragionamento in senso stretto è l’emisfero sinistro e quello destro è il luogo della nascita delle emozioni, l’intuizione per attivarsi ha bisogno di un processo neurale che coinvolge entrambi gli emisferi e probabilmente anche alcune zone marginali del nostro cervello. Le ricerche sul corpo calloso sono ancora in atto; attualmente si è accertato che la sua morfologia determina una fondamentale differenza tra i due sessi. Infatti è stato dimostrato che nelle donne questa parte del cervello è più grande e più spessa.

Quindi questo può essere un dato a favore della convinzione abbastanza comune che le donne siano più intuitive degli uomini. Alain Branconnier, psichiatra francese, sostiene che le donne hanno una maggiore capacità di tener conto di ciò che può essere percepito. Questo “sesto senso” più sviluppato nelle donne si spiega,secondo David Myers, soprattutto con la capacità empatica delle donne che sono anche più brave degli uomini nel decodificare le proprie emozioni. Un esperimento di laboratorio condotto all’università di Parigi ha mostrato che le donne provano un più ampio spettro di emozioni, le manifestano più facilmente e le percepiscono meglio degli altri; vantaggio però limitato all’intuizione sociale.

Rimanendo sempre nell’ambito per così dire “fisiologico”, il ”sesto senso”, da alcuni studiosi di Psiconeuroendo-crinoimmunologia è stato identificato con il sistema immunitario, oggi considerato come un organo recettore periferico in grado di percepire elementi dell’ambiente che sfuggono agli altri sensi; elementi che non sono connotati in senso biologico stretto, ma caratterizzati da valenze cognitive. Altre teorie, come quella sostenuta da Paolo Fabbri (docente di Teoria delle forme all’Università di Bologna), mette in evidenza come l’intuito si manifesti attraverso gli altri sensi pur rimanendo senza un’identità neurologica. Il “cervello è l’elemento privilegiato per le rappresentazioni concettuali e ogni modalità ha una sua regione cerebrale ben distinta”- afferma Fabbri-“Il sesto senso, invece, di volta in volta utilizza l’una o l’altra delle capacità sensoriali”.

Quindi per lui la percezione extrasensoriale, il ”sesto senso”, altro non è che un completamento delle altre funzioni umane. E’ una modalità specifica della conoscenza che non passa per gli schemi logico-intellettuali, ma è il risultato di un apprendimento immediato. Così per Fabbri “l’intuizione finisce per scavalcare i ragionamenti usuali, deduzione, induzione con manifestazioni più rapide e specifiche”.

Silvano Fuso (segretario regionale del CICAP- Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) sostiene che esistono persone in grado di elaborare meglio di altri le informazioni sensoriali ricevute. Di fronte allo stesso tipo di informazioni certe persone riescono a raggiungere certe conclusioni molto più rapidamente di altre. Secondo il parere di Fuso, quella che comunemente si chiama “intuizione” e che talvolta è indicata con l’espressione “sesto senso”, altro non è se non questa capacità.

Massimo Polidoro, altro membro del CICAP, nonché suo co-fondatore e segretario nazionale, sostiene che gli eventi “paranormali”, come appunto la percezione extrasensoriale, siano esperienze che possono avere una miriade di spiegazioni ”normali”. Dato il loro forte impatto emotivo, possono apparire come ”paranormali” a un pubblico che non dispone degli strumenti interpretativi adeguati. In altri casi sono determinanti il ruolo delle aspettative, gli insidiosi errori della percezione o della memoria, certe tendenze della nostra mente (come la pareidolia, ovvero la tendenza a identificare forme significative in stimoli vaghi e casuali) o, ancora, semplici errori di giudizio.

In conclusione, credo che questo ambito di ricerca, tanto affascinante quanto conturbante, sia arrivato ad un punto tale in cui non si può né relegarlo nel mondo delle credenze magiche né catalogarlo tra le branche scientifiche. Sono d’accordo con quanto affermato da un grande fisiologo A. Carrel: “tale tipo d’intuizione o sesto senso, come la chiama Charles Richet, è una certezza scientifica: essa si trova allo stato rudimentale in molte persone e si sviluppa in un piccolo numero d’individui, i quali “non guardano, non cercano ma sanno”. E’ l’intuizione “paranormale”, oggetto di contestazione “perché – dice Carrel – questi fenomeni sono fuggitivi, non si riproducono a volontà, sono immersi nell’immensa massa delle superstizioni, delle menzogne e delle illusioni dell’umanità”. E’ un dato di fatto che si verifichino eventi che non si possono spiegare con il comune raziocinio o con le attuali scoperte scientifiche riconosciute.

E’ anche vero che ci sono molte persone pronte a speculare su questa “possibilità alternativa di percezione”, ponendo come veri eventi che non lo sono, soltanto per il gusto di destare scalpore. Credo però che il fatto che ci siano spesso persone in malafede, interessate a queste problematiche, non sia una motivazione valida e sufficiente per denigrare o ignorare la possibilità di studiare, in maniera seria e scientifica, anche quei fenomeni che si discostano dai canoni classici di riferimento.

Come ha giustamente riportato Giuseppe Sacco, professore all’Istituto di psicologia dell’Università di Siena, non va dimenticato che alla base delle cosiddette “rotture di paradigma” che hanno condotto alle grandi rivoluzioni scientifiche (si pensi ad esempio al passaggio dal sistema tolemaico a quello copernicano) spesso abbiamo avuto proprio l’osservazione e lo studio di quelle che erano considerate “anomalìe”(Kuhn,1970).

Proprio per tutti questo motivi credo che sia giusto che ci siano organizzazioni come il già citato CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) volta a favorire la diffusione di una cultura e di una mentalità aperta ma comunque critica nei confronti dei fenomeni paranormali.


sabato 18 febbraio 2017

Dipendenze non legate all'assunzione di sostanze

Anche se le dipendenze principali e più conosciute sono quelle riguardanti le droghe, esiste un altro gruppo di dipendenze legato a oggetti o attività non chimiche: è il caso per esempio della dipendenza dal gioco d’azzardo, da internet, dallo shopping, dal lavoro, dal sesso, dal lavoro e dalle relazioni affettive, che, ripetuti ossessivamente, fino all’estremo o in modo continuamente vano e insensato, smettono di svolgere il loro ruolo sociale per schiavizzare l’essere umano.
Tali dipendenze causano una perdita di controllo sulla capacità di scegliere, di saper dire no. Di questo tipo sono le dipendenze da sostanze e da oggetti (alcool, droghe, farmaci, beni di consumo), le dipendenze da persone (genitori, parenti, partner amorosi o sessuali, capi carismatici) o da situazioni (sesso, trasgressioni, eccessi, ecc.).

Quando si instaura la dipendenza patologica?

Quando si ricorre sistematicamente ad esperienze fuori dall’ordinario, stordenti o eccitanti, per evitare ansia, panico o depressione, per riuscire a mettersi in relazione con gli altri, per provare emozioni significative nei confronti della realtà o di se stessi, per mantenere un equilibrio psicofisico, per sentirsi all’altezza delle situazioni di vita e di lavoro.
Attenzione, però: non bisogna confondere una intensa attività o un uso intenso e smodato con la dipendenza: colui che sa comunque “gestire” i propri eccessi non è un dipendente, anche se è esposto a diventarlo.

Come facciamo a capire che siamo “dipendenti” da qualcosa o qualcuno?

Alcuni atteggiamenti che possono indicarcelo sono: l’impossibilità a resistere all’impulso di mettere in atto un certo comportamento; una sensazione crescente di tensione prima dell’inizio dell’atto e di perdita di controllo durante; ripetuti tentativi di ridurre o abbandonare il comportamento; reiterazione del comportamento nonostante la consapevolezza che lo stesso possa causare o aggravare problemi di ordine sociale, finanziario, psicologico o psichico; agitazione o irritabilità in caso di impossibilità a dedicarsi al comportamento.

Dipendenza affettiva patologica

Esistono persone, soprattutto donne ma sempre più anche uomini, che vivono la dedizione d’amore fino al limite estremo: sopportano sacrifici, angherie, maltrattamenti, si annullano per l’amato fino a “morirne”, non sempre solo in senso figurato.
L’amore può dunque essere considerato una psicopatologia? Ebbene, se la finalità dell’amore non è la crescita dell’Io o dell’amore stesso, ma piuttosto l’autodistruzione, abbiamo il diritto e anzi il dovere di parlare di una psicopatologia.
La dipendenza affettiva patologica nasce da una bassa stima di sé, da una mancata maturazione del sentimento di dignità e di valore personali, che possono derivare sia da esperienze infantili negative, sia da un giudizio morale riguardo a se stessi rigido e persecutorio, di tipo depressivo, più o meno nascosto.
La ricerca inesausta di conferme dall’Altro proviene dall’incapacità di darsele da sé queste conferme. L’Altro diventa così lo specchio e il nutrimento dal quale finiamo col dipendere.
Una relazione affettiva così fondata si basa su una disparità di fondo, che alla lunga non farà che creare malessere.

Dipendenza da sesso

La nozione di dipendenza sessuale a volte è confusa con la normale positiva, piacevole ed intensa sessualità goduta con il proprio partner o con la semplice alta frequenza dei rapporti sessuali. Alcune persone vivono degli eccessi sessuali, ma sono comunque in grado di controllarli e sanno valutare adeguatamente le situazioni in cui vengono a trovarsi.
I dipendenti sessuali, invece, hanno perso il controllo sulla loro capacità di dire no. Invece di approcciarsi alla sessualità come gioco, relazione, comunicazione, scambio di piacere, momento privilegiato dell’intimità, la vivono in modo ossessivo, relazionandosi ad essa per confrontarsi con il dolore, prendersi cura di sé, rilassarsi dallo stress. Tale ossessione trasforma il sesso nella componente primaria della loro vita per la quale tutto il resto viene sacrificato, inclusi la famiglia, gli amici, la salute, la sicurezza ed il lavoro.
Il loro comportamento sessuale è parte di un ciclo di pensieri, sentimenti ed azioni che non riescono più a controllare.

L’euforia prodotta dall’atto sessuale dura tanto quanto il rito sessuale. Ma subito dopo l’atto sessuale i dipendenti si sentono inebetiti, tristi, in colpa. Cessato l’orgasmo, queste persone sperimentano sentimenti di intensa disperazione e di odio nei propri confronti. La pressione esercitata dai loro pensieri negativi e i sentimenti di rimorso, vergogna e odio verso se stessi li portano al punto di ricercare il sollievo in modo assolutamente necessario. Come gli alcolisti cercano sollievo nel bicchiere, così i dipendenti sessuali lo cercano nel sesso e nel piacere che questo fornisce loro, stabilendo così il circolo vizioso di questa malattia che alla fine rende le loro vite impossibili da gestire.
Come conseguenza diretta, il soggetto che soffre di dipendenza sessuale può sviluppare disfunzioni sessuali, malattie sessualmente trasmesse o disturbi quali ulcera, pressione alta, calo delle difese immunitarie, esaurimento fisico o disturbi del sonno.

Dipendenza da rischio

“Andare all’estremo di se stessi”, “oltrepassare i propri limiti”, ecc., sono tutti comportamenti di sfida necessari per affrontare se stessi, sotto gli occhi degli altri. Attraverso la ricerca dei limiti, l’individuo indaga le proprie caratteristiche, impara a riconoscersi, a dare valore alla sua esistenza.
Affrontare un rischio diventa la sfida suprema: incantare simbolicamente la morte. Sfidarla, tracciando i limiti della sua potenza, talvolta cozzandovi frontalmente, rafforza il senso di identità di colui che accetta la sfida. Dal successo dell’impresa nascono un entusiasmo, una boccata di significati capaci di restituire all’esistenza, almeno per qualche tempo, delle basi più favorevoli. Sfidare la paura, sentirsi totalmente liberi, potenti e invincibili, assecondare il bisogno irrefrenabile di spingersi sempre oltre, il tutto accompagnato dalle alterazioni fisiche e mentali che le forti scariche di adrenalina e sensazioni ed emozioni intense riescono a produrre.
Nel corso degli ultimi dieci anni, si è riscontrato un aumento vertiginoso dei comportamenti rischiosi soprattutto tra gli adolescenti: sfrecciare ad occhi chiusi davanti ad un segnale di stop, non fermarsi ad un semaforo rosso, guidare contromano in autostrada, saccheggiare un negozio, lanciarsi nel vuoto appesi ad un elastico, arrampicarsi su muri e palazzi, tuffarsi in acqua da scogli alti e pericolosi, giocare alla famosa “roulette russa”, cavalcare i treni (surf metropolitano).
Tutti questi comportamenti che mettono in pericolo l’incolumità di se stessi (ma in realtà anche degli altri) permettono a chi li fa di sentirsi rassicurato sul fatto di esistere e di sperimentare una sottile posizione di dominio. In questo modo la morte cessa di essere una potenza temibile e imprevedibile per trasformarsi in una forza con la quale è possibile, fino a un certo punto, giocare, scommettere o con la quale negoziare e stipulare un patto.
Per i dipendenti dal rischio il tempo del pericolo è un tempo sacro, perché procura l’esaltazione, l’ebbrezza interiore di osare un’impresa in cui la vita è appesa a un filo. Proprio perché c’è la possibilità di perdere tutto, c’è anche quella di vincere tutto.

Dipendenza da gioco

Non esiste un profilo di personalità specifico particolarmente predisposto alla dipendenza dal gioco, bensì alcuni tratti che coincidono più o meno con quelli osservati in altri tipi di dipendenza, quali la mancanza di autocontrollo (responsabile di comportamenti impetuosi ed impulsivi), la bassa autostima e gli elementi che costituiscono la personalità limite, narcisistica e antisociale. Inoltre, il sovraccarico di stress, la sensazione di solitudine e la difficoltà di concentrare la propria attenzione sono fattori caratteriali o situazionali che facilitano l’insorgenza di tale dipendenza.
L’angoscia di sottostare alla vita comune, fatta di tempi lunghi e di fatiche, è tale da spingere questi soggetti verso la falsa “scorciatoia” e l’illusione di una vincita immediata e definitiva che li renda diversi dai “comuni mortali” e definitivamente “liberi”. Il disturbo che è al centro di questa dipendenza è una sorta di monomania, per la quale il gioco rappresenta una sfida alle norme e ai doveri vigenti e la vincita un piacere assoluto, che condensa in sé ogni felicità e separa radicalmente dall’angosciosa relazione con gli altri e con la società nel suo complesso.

Dipendenza da beni e acquisto compulsivo

La “compulsione all’acquisto” (la smania di comprare cose) si basa sul desiderio morboso e irrefrenabile di acquistare oggetti superflui o del tutto inutili, che spesso non riflettono i gusti abituali dell’acquirente, né tanto meno sono coerenti con le possibilità finanziare dello stesso, arrivando perfino a far andare in rosso i suoi conti economici.
Le cause di tale forma di dipendenza, sia negli uomini che nelle donne, sono molteplici: senso di solitudine o di vuoto esistenziale e le forme di personalità impulsiva, narcisistica e insicura. Gli oggetti acquistati dal compratore dipendente variano a seconda del sesso. Le donne di solito si indirizzano verso l’abbigliamento, gli indumenti intimi, le scarpe, i cosmetici e i gioielli, mentre gli uomini si lasciano affascinare dalle giacche, i computer, i video, gli impianti stereo e gli accessori per l’auto. Vi sono dipendenti che diversificano le proprie scelte mentre altri si concentrano esclusivamente su un tipo di prodotto. La maggior parte di queste persone tende a mettere da parte ciò che compra ed a volte finisce per regalarlo o buttarlo via.

L’analisi psicologica mostra che, il più delle volte, l’individuo affetto da questa patologia è stato vittima, in età precoce, di una grave mortificazione della sua vera e spontanea identità, e che quindi, divenuto adulto, ricerca tale spontaneità nell’illusoria libertà consentita dal mondo delle merci.

Cyberdipendenza (internet, cellulari, chat, socialnetwok)

La maggior parte degli studi condotti sull’argomento ha dimostrato che: molti Internet-dipendenti hanno già alle spalle significativi problemi emotivi o psichiatrici ancora prima di essersi mai collegati alla Rete (ad esempio, depressione, disturbi bipolari o anche ossessivo-compulsivi); molti Internet-dipendenti sono ex alcolisti o ex tossicodipendenti. In questi casi il ricorso ad Internet sembra strettamente collegato ad un tentativo di compensare le difficoltà relazionali reali, ricercando nella Rete amici o relazioni sentimentali attraverso una via più veloce e che consenta di superare le insicurezze che, invece, sono amplificate dalle quotidiane relazioni faccia a faccia.
Quali sono a grandi linee le vie che conducono all’Internet-dipendenza? Si può provare a schematizzarle così.
1) Prima fase: caratterizzata dall’attenzione ossessiva e ideo-affettiva a temi e strumenti inerenti l’uso della Rete, che genera comportamenti quali controllo ripetuto della posta elettronica durante la stessa giornata; una modalità di fruizione a “zapping” alla ricerca di programmi e strumenti di comunicazione particolari; prolungati periodi in chat.

2) Seconda fase: caratterizzata dall’aumento del tempo trascorso on-line (anche nelle ore lavorative e nelle ore notturne, in cui si è disposti a rinunciare anche al sonno) con un crescente senso di malessere, di agitazione, di “mancanza di qualcosa” o di “basso livello di attivazione” quando si è scollegati (una condizione paragonabile all’astinenza). E se inizialmente l’aspetto economico relativo ai costi di connessione poteva rappresentare un lieve fattore di inibizione di questa tossicofilia, oggi risulta pressoché irrilevante, date le numerose possibilità di rimanere a lungo collegati a basso costo.
3) Terza fase: in cui l’Internet-dipendenza agisce ad ampio raggio, danneggiando diverse aree della vita, quali quella scolastica/lavorativa e quella relazionale, in cui si rilevano problemi di scarso profitto, di assenteismo e di isolamento sociale anche totale.
Anche un uso eccessivo ed un attaccamento morboso al cellulare, possono creare forme di dipendenza che riflettono un generico disagio nell’instaurare sane relazioni sociali ed una tendenza all’estraniazione dal mondo reale.

Dipendenza dal lavoro

La dipendenza dal lavoro costituisce una delle tante forme di dipendenza lecita senza uso di droghe, descritta dagli specialisti come la più “pulita” delle dipendenze.
Molte persone evadono dai problemi relazionali o familiari, dal sentimento di vuoto interiore, buttandosi sul lavoro. Essi aggirano i problemi quotidiani. Il lavoro non ha più la funzione di garantire la base essenziale per sopravvivere, ma diventa una droga, che ci aiuta a superare le inquietudini esistenziali ed i problemi familiari.

Il dipendente dal lavoro avverte la forte necessità di dedicare la sua vita ed il suo tempo al lavoro a costo di ridurre o eliminare del tutto la vita familiare e personale. L’elemento della vita che generalmente si altera più precocemente a causa della dipendenza dal lavoro è proprio la vita familiare: mancanza di comunicazione tra i suoi membri, atteggiamento autoritario e spesso irato del soggetto dipendente.
Il dipendente vive per il suo lavoro e si sente desolato, vuoto, angosciato o irritabile quando ne è lontano, come succede in un giorno festivo e nei fine settimana. Pensa giorno e notte al lavoro, si sforza di trovare soluzioni ai problemi dell’azienda, che siano reali o immaginari, ha incubi su supposti errori commessi sul lavoro e fantastica sul migliore dei modi per affrontare il capo.

Altri tratti specifici del lavoratore patologico sono: l’iperattività, lo spirito di competizione e sfida, un forte spirito d’impresa, il desiderio illimitato di soddisfazione professionale, il culto dell’impresa e del lavoro, una relazione difficile con il tempo libero, la difficoltà a rilassarsi durante le vacanze ed il fine settimana, negligenza nella vita familiare, manifestazione di stress nel lavoro, un comportamento aggressivo e impaziente verso i colleghi di lavoro.
Sintomi psichici del dipendente possono essere stati di esaurimento, depressioni leggere, paure infondate e disturbi della concentrazione. Mentre i disturbi fisici si manifestano tramite mal di testa, mal di stomaco, disturbi cardiaci o disturbi circolatori.

Dipendenza da sport

C’è chi di fitness si ammala, nel senso che ne rimane schiavo a tal punto da esasperare gli sforzi e le sedute di allenamento mettendo a repentaglio la propria salute.
La dipendenza da sport è meglio conosciuta come overtraining che propriamente significa “eccesso di training”, ma il termine viene utilizzato per indicare una condizione clinica che andrebbe più correttamente definita come “Sindrome da Overtraining (OT)”. La “Sindrome da OT” è una situazione cronica, stabilizzata, per il cui recupero sono necessari mesi di riposo; è fondamentale infatti differenziarla dall’overreaching che è di breve durata (recuperabile con due settimane di riposo) e dal banale “senso di fatica” che perdura uno o due giorni dopo un sovraccarico di allenamento.

Come si genera l’overtraining?
Il nostro organismo ha bisogno di mantenere costanti nel tempo alcuni indici fisiologici quali: la temperatura corporea, la glicemia e lo stato di acidità del sangue. Quando ci alleniamo, mettiamo sotto stress il nostro corpo, perché questi parametri vengono modificati, e lo costringiamo ad adattarsi e ad elevare le sue prestazioni. Ciò non può avvenire in modo indiscriminato: occorre che ci sia un adeguato recupero tra una sollecitazione e quella successiva.
Oltre che da un’errata metodologia di allenamento, l’overtraining può essere determinato anche dalla monotonia degli esercizi, una cattiva alimentazione, lo scarso riposo notturno, un regime di vita non conforme alle norme sportive, l’uso di sostanze mediche pericolose, problemi di carattere personale, ecc.
In linea generale, i principali sintomi dell’overtraining sono:

  • un eccessivo affaticamento per ogni minimo sforzo compiuto
  • minore capacità di prestazione
  • l’insorgenza di strane intolleranze alimentari
  • nausea e disturbi gastro-intestinali
  • abbassamento della frequenza cardiaca a riposo
  • disturbi nel rapporto sonno/veglia.
A livello psicologico si registrano:
  • scarsa concentrazione e tendenza a distrarsi
  • poca voglia di allenarsi
  • umore instabile
  • irritabilità
  • abbassamento dell’autostima
  • poca determinazione e scarsa capacità di autovalutarsi.

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